Crollano gli impianti accusatori contro chi manifesta per la Palestina

Gli impianti accusatori crollano: revocati i daspo a Milano e annullate le misure cautelari agli studenti del liceo Einstein di Torino

Mentre la repressione contro le mobilitazioni in solidarietà con la Palestina continua senza sosta, qualcosa si incrina nei tribunali. Gli impianti accusatori costruiti in fretta e furia contro studenti e giovani manifestanti iniziano a mostrare tutta la loro fragilità. Non è una svolta politica, ma è un dato di fatto giuridico: le misure cautelari applicate nelle ultime settimane stanno una dopo l’altra venendo sospese, ridimensionate, smontate.

L’ultimo caso arriva da Milano. Il Tribunale amministrativo regionale della Lombardia ha disposto la sospensione di tre misure cautelari nei confronti di altrettanti manifestanti coinvolti nei fatti del 22 settembre, durante le proteste in solidarietà con la Palestina e negli scontri nei pressi della stazione Centrale. Tra loro una studentessa universitaria di 21 anni e due minorenni. A queste persone era stato imposto un vero e proprio daspo politico: due anni di divieto di stazionamento in vaste aree della città, comprese zone con locali e attività commerciali, e un anno di interdizione totale dalla stazione Centrale, dai treni, dalla metropolitana e dalle aree limitrofe.

Una misura sproporzionata, punitiva, costruita per isolare socialmente e politicamente chi manifesta. Ed è proprio su questo punto che il TAR ha accolto il ricorso dei legali: l’“ampio perimetro” dei luoghi vietati è stato giudicato incongruo e in contrasto con il principio di proporzionalità. Le contestazioni avanzate dalla difesa, scrive il tribunale, non sono affatto “implausibili”. Tradotto: il castello repressivo non regge.

La sospensione è temporanea e la questione sarà discussa in udienza, ma il segnale è chiaro. Anche nel caso di una quarta manifestante, anch’essa 21enne, ancora formalmente sottoposta al provvedimento, la sospensione appare imminente.

Per i due minorenni la situazione è ancora più emblematica. Il tribunale per i minorenni di Milano ha sospeso il processo, optando per la messa alla prova: nove mesi di lavori socialmente utili, al termine dei quali – se l’esito sarà positivo – i reati contestati verranno estinti. Resistenza aggravata e danneggiamento: accuse pesanti, che si dissolvono davanti alla scelta di non arrivare nemmeno a una sentenza. Non un’assoluzione piena, certo, ma la conferma che l’uso delle misure cautelari aveva una funzione essenzialmente preventiva e intimidatoria.

Vale la pena ricordare che per questi stessi ragazzi, inizialmente, erano stati disposti addirittura gli arresti domiciliari, annullati il 9 ottobre e sostituiti con prescrizioni minime come l’obbligo di frequenza scolastica. Una parabola che racconta molto più della gestione politica dell’ordine pubblico che non della pericolosità reale degli imputati.

Quello di Milano non è un caso isolato. È parte di una sequenza che nelle ultime settimane sta mettendo in crisi l’intera architettura repressiva messa in campo contro il movimento per la Palestina. Multe, denunce, fermi, arresti, misure di prevenzione si stanno abbattendo su decine di persone in tutta Italia. Ma sempre più spesso, quando questi provvedimenti arrivano davanti a un giudice, si rivelano inconsistenti.

Lo si è visto con la vicenda di Mohamed Shahin, imam di Torino, colpito da un decreto di espulsione per aver espresso un’opinione politica sul 7 ottobre, definito come atto di resistenza dopo decenni di oppressione. Il 15 dicembre la Corte d’Appello ha smontato integralmente l’impianto accusatorio, disponendone la liberazione e smentendo le accuse una per una.

Lo si è visto anche a Genova, dove il Tribunale del Riesame ha ordinato la scarcerazione di tre persone coinvolte nella cosiddetta inchiesta sui “fondi ad Hamas”. Un’indagine costruita in larga parte su materiale fornito dalle autorità israeliane e su presunte “prove” di intelligence militare raccolte in un contesto di guerra. Il Riesame ha messo in discussione il punto più delicato: che informazioni di quel tipo possano diventare automaticamente prova processuale in un ordinamento democratico.

E ancora Torino, dove sono state annullate cinque misure cautelari contro studenti del liceo Einstein, tra i 16 e i 17 anni, arrestati per aver impedito a militanti di estrema destra di distribuire volantini xenofobi davanti alla scuola. Anche qui, arresti, accuse pesanti, e poi il passo indietro. Come ha spiegato uno dei legali, l’annullamento è arrivato almeno sulla mancanza dell’interrogatorio preventivo: una garanzia minima, ignorata in nome dell’urgenza repressiva. Resta la sensazione – tutt’altro che infondata – di una procura determinata a “tenerli a casa”, più che ad accertare responsabilità penali.

Il quadro che emerge è coerente e inquietante. Le misure cautelari vengono usate come strumento politico, prima ancora che giudiziario. Servono a colpire subito, a intimidire, a isolare, a mandare un messaggio alle piazze: manifestare per la Palestina ha un costo. Poco importa se poi, nel merito, le accuse non reggono. Il danno – personale, sociale, politico – è già stato prodotto.

La giustizia, almeno in alcuni passaggi, sta mettendo dei paletti. Ma la repressione non si ferma. Cambia forma, si sposta, colpisce altri, accumula procedimenti. È una strategia di logoramento, non di accertamento della verità.

Ed è proprio per questo che ogni sospensione, ogni annullamento, ogni crepa negli impianti accusatori va letta per quello che è: non una concessione, ma la dimostrazione che la criminalizzazione del dissenso è una scelta politica, non una necessità giuridica. E come tale va contrastata, nelle aule di tribunale e soprattutto nelle piazze.

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