Denunce e maxi-multe in tutta Italia: il decreto sicurezza usato per criminalizzare le piazze contro il genocidio e intimidire il movimento
Piovono denunce, notifiche e carte bollate sul grande movimento che, tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre, ha attraversato l’Italia contro i massacri in corso a Gaza. Un ciclo di mobilitazioni imponente, sviluppatosi tra due scioperi generali, decine di cortei e centinaia di migliaia di persone in piazza, oggi finisce nel mirino di una risposta repressiva sistematica. Dopo i casi già emersi di Massa e Taranto, arrivano notizie di procedimenti giudiziari e sanzioni in numerose altre città.
Bologna: la piazza sotto inchiesta
A Bologna decine di attiviste e attivisti stanno ricevendo in questi giorni avvisi di inizio indagine che richiamano esplicitamente la nuova formulazione del reato di blocco della circolazione. Una norma che fino a pochi mesi fa comportava, nella maggior parte dei casi, una semplice sanzione amministrativa e che oggi viene utilizzata in chiave penale.
Gli agenti della questura si presentano direttamente a casa degli indagati o li attendono in strada per consegnare le notifiche della procura. I fatti contestati risalgono alle manifestazioni oceaniche del 26 settembre, quando almeno cinquantamila persone scesero in strada arrivando a bloccare la tangenziale cittadina. Un evento di massa, pubblico e dichiarato, che ora viene riscritto come problema di ordine pubblico da reprimere a distanza di settimane.
Torino: colpire i più giovani
A Torino la repressione assume una forma ancora più chiaramente intimidatoria. In molti stanno ricevendo multe per blocco ferroviario e attraversamento dei binari che arrivano fino a cinquemila euro. Le buste verdi con il timbro della Polizia di Stato e della Polizia Ferroviaria colpiscono spesso giovanissimi, ragazzi e ragazze alla loro prima esperienza di piazza.
Una scelta che appare mirata: scoraggiare la partecipazione futura, instillare paura, spezzare sul nascere percorsi di politicizzazione. «Di fronte a questa ennesima forma di risposta repressiva e di screditamento delle grandissime giornate di presa di parola contro il genocidio e l’economia di guerra – scrivono da Torino per Gaza – invitiamo chiunque abbia ricevuto questo tipo di sanzione a contattarci. Chi lotta non è mai solo e insieme possiamo organizzarci senza lasciare indietro nessuno».
Un disegno nazionale
Segnalazioni analoghe arrivano anche da Bergamo, Treviso e Catania, sempre in relazione alle manifestazioni in difesa della Flotilla e della popolazione di Gaza. Il quadro che emerge è quello di una repressione diffusa, coordinata, che utilizza strumenti amministrativi e penali per colpire un movimento ampio e trasversale.
Secondo molti attivisti, non si tratta solo di punire singoli episodi, ma di lanciare un messaggio politico generale. «In quei giorni – ricordano da Torino – le mobilitazioni popolari hanno per la prima volta messo in crisi il governo Meloni, che ora risponde tentando di scoraggiarle in tutti i modi possibili».
Criminalizzare il dissenso
Blocchi stradali, ferroviari e simbolici, pratiche storiche dei movimenti sociali, vengono oggi riletti come minacce all’ordine pubblico, mentre il contenuto politico delle proteste – la denuncia dei massacri, dell’economia di guerra e delle complicità occidentali – viene rimosso. La repressione a distanza di tempo, “a freddo”, serve a riscrivere quelle giornate come un problema di legalità, non come una legittima e massiccia presa di parola collettiva.
Di fronte a questa offensiva, il movimento risponde rilanciando solidarietà e organizzazione. Perché se l’obiettivo delle denunce è isolare, intimorire e frammentare, la risposta possibile resta una sola: fare della difesa collettiva e politica un nuovo terreno di mobilitazione.
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