Mohamed Shahin ha lasciato il Cpr di Caltanissetta in applicazione della decisione della Corte di Appello di Torino che si è pronunciata per la cessazione del suo trattenimento nella struttura. A Shahin, da oltre 20 anni residente a Torino e volto noto della mobilitazione costante per la Palestina, è stato consegnato un permesso di soggiorno provvisorio emesso dalla Questura di Caltanissetta.
Questo dopo che la Corte di Appello di Torino si è pronunciata per la cessazione del trattenimento nel Cpr. I giudici hanno accolto uno dei ricorsi presentati dagli avvocati dell’uomo, i quali hanno sostenuto che anche alla luce di nuova documentazione, non sussistono elementi che possono far parlare di sicurezza per lo Stato o per l’ordine pubblico. L’imam era stato colpito da un provvedimento di espulsione firmato dal ministro Piantedosi che intendeva, proprio per la sua presenza costante e generosa alle mobilitazioni torinesi per la Palestina, deportarlo in Egitto, dove rischiava tortura e morte, per la sua opposizione anche al regime dell’autocrate Al Sisi.
In prima battuta i giudici avevano confermato il trattenimento. Tra le ragioni «due procedimenti penali per condotte» relative a manifestazioni pro Pal, la «riservatezza» delle informazioni sulla sua espulsione, l’incontro nel 2012 con una persona poi radicalizzatasi e un’intercettazione del 2018 in cui un uomo condannato per apologia di terrorismo faceva il suo nome.
Nel riesame tutti questi punti sono stati smontati. Intanto le dichiarazioni sul 7 ottobre rilasciate dall’imam durante la protesta pro Pal non hanno portato ad alcuna incriminazione. Al contrario la sua posizione è stata archiviata perché quelle parole sono risultate «espressione di libero pensiero che non integra gli estremi di reato». Quindi «pienamente lecite» al di là della loro «censurabilità etica e morale», scrive il giudice di Torino.
C’è da dire che se per il Viminale alcune espressioni celebravano l’eccidio di israeliani dell’autunno 2023, per l’imam servivano solo a contestualizzarlo nella storia di guerre e occupazione della Palestina. Tanto che nello stesso discorso l’uomo condannava la violenza e diceva di non aver manifestato nell’anniversario della strage per rispettare il divieto della questura.
La seconda accusa è relativa a una protesta contro il genocidio dello scorso maggio, un blocco stradale. «Dagli atti emerge una condotta del trattenuto non connotata da alcuna violenza» e «il medesimo era meramente presente sulla tangenziale assieme ad altre numerose persone», si legge nel provvedimento di ieri.
Per non parlare degli atti classificati: lo erano solo in conseguenza delle indagini in corso e sono stati forniti dai pm su richiesta. Infine i contatti con soggetti attigui al terrorismo islamico si sono rivelati fortuiti, datati e senza risvolti successivi.
La difesa ha poi documentato una serie di attività realizzate negli anni da Shahin che denotano, scrive il giudice, «un concreto e attivo impegno in ordine alla salvaguardia dei valori su cui si fonda l’ordinamento dello Stato italiano». Tra questi la prima traduzione in arabo della Costituzione, a cui è seguita la distribuzione gratuita nella comunità islamica. Comportamento quantomeno singolare per un presunto sostenitore del terrorismo.
Ma i fatti per la destra non contano più nulla. L’occasione di strumentalizzare un caso che ha come protagonista il nemico perfetto – migrante, islamico e persino imam – è troppo ghiotta, soprattutto nella corsa al referendum sulla riforma della magistratura. «Qualcuno mi può spiegare come facciamo a difendere la sicurezza degli italiani se ogni iniziativa viene annullata da alcuni giudici?», chiede Meloni. Per Salvini si tratta «dell’ennesima invasione di campo di certa magistratura ideologizzata e politicizzata che si vorrebbe sostituire alla politica».
«La liberazione è frutto della normale dialettica processuale di un qualunque paese democratico – risponde Gianluca Vitale, avvocato di Shahin – Il giudice ha semplicemente ritenuto che non ci fossero gli elementi sufficienti per privare una persona della libertà personale». Intanto resta in piedi la procedura per l’espulsione. «Abbiamo presentato ricorso, affronteremo le prossime udienze con serenità», dice Vitale.
Nonostante l’uscita dal Cpr e il ritorno in libertà, il provvedimento di Piantedosi resta tuttavia in piedi, dal punto di vista legale.
Su Radio Onda d’Urto l’avvocato Gianluca Vitale, legale di Shahin. Ascolta o scarica
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