Il Tribunale del Riesame di Genova dispone tre scarcerazioni e respinge l’uso dei dossier di intelligence militare israeliani. Una prima, netta battuta d’arresto alla caccia alle streghe contro la solidarietà palestinese. La giustizia non può diventare un’estensione della guerra.
La decisione del Tribunale del Riesame di Genova è un fatto politico e giudiziario di enorme rilievo, soprattutto dopo settimane di criminalizzazione, titoli tossici e repressione preventiva contro la solidarietà palestinese. Tre delle persone arrestate nell’inchiesta della Dda sui presunti finanziamenti a Hamas sono state scarcerate: Adel Ibrahim Salameh Abu Rawwa, Raed Al Salahat e Khalil Abu Deiah. Resta invece in carcere – e in isolamento – Mohammad Hannoun, architetto di 64 anni – ben 42 dei quali trascorsi a Genova – fondatore e portavoce dell’Associazione Palestinesi d’Italia. Un segnale che incrina seriamente la narrazione costruita attorno a questa operazione giudiziaria.
Non è una liberazione tecnica. È qualcosa di molto più profondo. Dal dispositivo – le motivazioni arriveranno nelle prossime settimane – emerge infatti una presa di distanza netta da un elemento centrale dell’impianto accusatorio: la cosiddetta battlefield evidence fornita dalle autorità israeliane. In altre parole, materiale di intelligence militare prodotto in un contesto di guerra e riversato nelle aule di giustizia italiane come se fosse prova neutra, affidabile, utilizzabile.
Il Tribunale ha detto no. E questo no pesa come un macigno.
Per la prima volta in modo così esplicito, un organo giudiziario italiano afferma che la giustizia non può essere usata come estensione di un conflitto armato, né piegata a logiche di guerra. Lo ha detto chiaramente l’avvocato Nicola Canestrini, parlando di una “vittoria sul piano dei principi”: la lotta al terrorismo – se di questo si vuole parlare – si combatte con le regole del diritto, non con scorciatoie militari, non con dossier prodotti da uno Stato impegnato in una guerra di annientamento e accusato a livello internazionale di crimini gravissimi.
Questo passaggio è decisivo perché arriva dopo una vera e propria caccia alle streghe. Arresti, perquisizioni, titoli urlati, associazioni messe alla gogna, un clima di sospetto generalizzato verso la comunità palestinese e verso chiunque esprima solidarietà politica e umanitaria. Un copione già visto: prima si colpisce, poi – forse – si verifica. Nel frattempo, però, la reputazione è distrutta, la libertà sospesa, il messaggio intimidatorio recapitato.
Il Riesame, pur confermando le misure cautelari per altri indagati, ha spezzato il meccanismo più pericoloso: l’idea che prove di intelligence militare, raccolte su un “campo di battaglia”, possano diventare automaticamente materiale processuale. È una linea di confine fondamentale. Perché se quella linea salta, nessuno è più al sicuro: oggi i palestinesi, domani chiunque sia definito “nemico”.
Non è un caso che questa inchiesta sia partita e cresciuta in un clima politico segnato da repressione del dissenso, decreti sicurezza, criminalizzazione della solidarietà internazionale. È lo stesso contesto in cui manifestare per Gaza diventa un problema di ordine pubblico, in cui studenti e attivisti vengono indagati, in cui la parola “Palestina” viene trattata come una minaccia.
Questa decisione non chiude il caso. Non assolve nessuno. Ma rimette al centro un principio non negoziabile: la giustizia non è un’arma di guerra. E non può diventarlo senza trasformare lo Stato di diritto in una sua caricatura autoritaria.
Ora si attendono le motivazioni. Ma una cosa è già chiara:
la narrazione monolitica costruita in queste settimane ha subito una crepa profonda.
E quella crepa riguarda tutti. Non solo gli imputati. Non solo la comunità palestinese.
Riguarda chiunque pensi che il diritto non debba inginocchiarsi davanti alla ragion di Stato, né tantomeno davanti alla guerra.
Il commento a Radio Onda d’Urto di uno degli avvocati difensori, il penalista Nicola Canestrini. Ascolta o scarica e del difensore di Mohammad Hannoun, l’avvocato Fabio Sommovigo. Ascolta o scarica
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