Quando lo scandalo sostituisce la politica


Il caso Ranucci è l’implosione di un modello che da Mani Pulite in poi ha sostituito il conflitto con la rivelazione, la trasformazione sociale con l’indignazione e la critica dell’ingiustizia con l’ideologia della legalità

Il caso Ranucci è una catastrofe per quasi tutti. Per la Rai, che lo ha allontanato dalla conduzione di Report sulla scia dell’affaire Lavitola, pur pensando a una sua ricollocazione interna. Per il giornalismo d’inchiesta, che si ritrova ancora una volta bersaglio di poteri politici ed economici insofferenti alle intrusioni. Per il giornalismo schierato con quegli stessi poteri, che attorno a Ranucci ha organizzato un accerchiamento spesso più simile al regolamento di conti che alla critica. Per Report, dove la vicenda ha fatto esplodere contraddizioni, rapporti e conflitti che meriterebbero qualche riflessione. E naturalmente per Sigfrido Ranucci, vittima di un attentato di cui, secondo gli inquirenti, era completamente ignaro e del raggiro di un uomo che considerava amico.

Valter Lavitola ha ammesso davanti al gip di essere stato il mandante dell’attentato del 16 ottobre 2025. Ha sostenuto di averlo organizzato per proteggere Ranucci, provocando un innalzamento della sua scorta. Una spiegazione che il gip ha giudicato inverosimile e priva di riscontri. Gli investigatori ritengono comunque Ranucci estraneo al progetto. È bene ricordarlo, perché proprio quando si critica il giornalismo del sospetto bisogna evitare di adottarne il metodo.

Ranucci va dunque difeso da ogni tentativo di trasformare l’attentato subito nel pretesto per una punizione aziendale o politica. Ma difenderlo da un sopruso non significa trasformarlo in un santo civile. Si può considerare ingiusto il suo allontanamento da Report e continuare a giudicare pessimo molto del giornalismo che rappresenta. Anzi, è precisamente questo il significato del garantismo: un diritto non dipende dalla simpatia che proviamo per chi ne beneficia.

È però proprio la parabola di Report a rendere la vicenda interessante oltre il teatrino di queste settimane. Perché quello che sta accadendo sembra l’implosione di un dispositivo narrativo che accompagna la politica italiana da almeno trent’anni.

Il format lo conosciamo. C’è uno scandalo. Dietro lo scandalo c’è un segreto. Dietro il segreto una rete di interessi. Poi arriva l’inchiesta destinata a rivelare finalmente ciò che il potere voleva nascondere. Lo spettatore aspetta la domenica successiva, il nuovo documento, l’intercettazione, il testimone, la connessione decisiva. Ma la rivelazione definitiva non arriva mai. Ogni puntata prepara semplicemente quella successiva.

È la serialità applicata alla politica. Il giornalismo d’inchiesta diventa così infotainment militante: la narrazione ansiogena degli scandali della casta, la promessa permanente che dietro l’angolo si trovi finalmente la verità capace di far crollare il Palazzo. Il potere viene rappresentato come una matrioska infinita: dietro ogni porta ce n’è un’altra, dietro ogni interesse un interesse ancora più oscuro.

Ma se il potere è dappertutto, alla fine diventa impossibile capire dove sia davvero.

Il secondo passaggio è quasi inevitabile: dal contenuto dell’inchiesta l’attenzione si trasferisce progressivamente su chi la conduce. Nasce il tribuno. Il giornalista non è più soltanto colui che porta una notizia: diventa il corpo nel quale quella verità si incarna. Più viene attaccato, più la sua inchiesta acquista valore; più viene minacciato, più appare evidente che abbia colpito nel segno. La persecuzione tende a trasformarsi in certificato di autenticità.

Ed ecco il paradosso Ranucci. Per anni Report ci ha raccontato un’Italia nella quale dietro ogni porta poteva nascondersi una trama, dietro ogni trama un interesse e dietro ogni interesse qualcuno disposto a tutto perché la verità non venisse raccontata. Alla fine quella grammatica narrativa ha inghiottito il narratore. L’inchiesta non racconta più soltanto lo scandalo: è diventata essa stessa parte dello scandalo.

Lavitola, controfigura in carne e ossa di Wile E. Coyote, rende tutto irresistibilmente grottesco. Un faccendiere che sostiene di aver commissionato una bomba contro un amico per proteggerlo; una scorta da rafforzare; rapporti personali finiti sotto la lente della magistratura; chat; sospetti; guerre interne ed esterne alla trasmissione. La cronaca giudiziaria irrompe dentro il format che pretendeva di raccontarla dall’esterno. Il narratore diventa personaggio della propria storia.

Sarebbe però troppo comodo ridurre tutto all’inadeguatezza di Ranucci. Il fenomeno viene da molto più lontano.

La genealogia conduce a Mani Pulite. È allora che una parte enorme della società italiana comincia ad aspettarsi dalla magistratura ciò che la politica non sembra più capace di produrre: la rigenerazione della Repubblica. L’avviso di garanzia acquista il peso di una sentenza politica, l’inchiesta giudiziaria diventa racconto morale, il magistrato assume i tratti del risanatore.

La questione sociale lascia progressivamente spazio alla questione morale.

Negli anni di Berlusconi il dispositivo raggiunge la maturità. Santoro, Travaglio, Luttazzi, Guzzanti, procure, processi, intercettazioni e scandali alimentano una gigantesca serialità politico-mediatica. Dell’Utri, Mangano, Ruby, Noemi Letizia, Tarantini, le feste, le ragazze, le telefonate: ogni settimana sembrava poter arrivare la rivelazione che avrebbe finalmente chiuso la partita.

Molte di quelle vicende erano reali e alcune estremamente gravi. Il problema non era raccontarle. Il problema era l’aspettativa politica costruita attorno al loro racconto: l’idea che la rivelazione della corruzione morale dell’avversario potesse sostituire la costruzione di un’alternativa sociale.

Berlusconi non doveva essere sconfitto perché un altro blocco sociale fosse riuscito a organizzare interessi, bisogni e desideri antagonisti ai suoi. Doveva essere smascherato.

Bastava aspettare lo scandalo definitivo. Non è arrivato.

E soprattutto quella lunga stagione non ha ricostruito la sinistra, non ha organizzato il lavoro precario, non ha fermato le privatizzazioni, non ha invertito la redistribuzione della ricchezza verso l’alto. Ha però prodotto generazioni di spettatori educati ad attendere dall’inchiesta televisiva, dalla procura o dalla prossima intercettazione la soluzione che la politica non sapeva più costruire.

Report è uno degli eredi di quella cultura.

Non perché ogni sua inchiesta sia falsa o irrilevante. La trasmissione ha prodotto anche giornalismo importante. Il problema è il paradigma: la società raccontata prevalentemente attraverso colpevoli da smascherare, conflitti di interesse da rivelare, illegalità da denunciare. Una rappresentazione nella quale il male assume quasi sempre la forma della violazione della legge.

Ed è precisamente qui che emerge il limite più profondo. Abbiamo passato trent’anni a scandalizzarci per i ladri di galline mentre una trasformazione infinitamente più grande avveniva sotto i nostri occhi, spesso perfettamente a norma di legge.

Il patrimonio pubblico è stato privatizzato a norma di legge. Il lavoro è stato precarizzato a norma di legge. Servizi essenziali sono stati consegnati al mercato attraverso leggi votate dal Parlamento. La ricchezza si è spostata dal lavoro alla rendita attraverso decisioni politiche perfettamente legali. Il welfare è stato ridimensionato attraverso finanziarie, riforme, regolamenti e vincoli di bilancio. I diritti dei migranti sono stati compressi attraverso leggi dello Stato.

Nessuna valigetta sotto il tavolo è necessaria, nessuna intercettazione, nessun faccendiere, nessun reato. Ed è molto più difficile costruirci sopra una puntata televisiva con il colpevole alla fine.

Se un assessore prende una tangente abbiamo tutti gli elementi della narrazione: il denaro, il documento, il corrotto, il magistrato, magari l’arresto. Se un Parlamento trasferisce legalmente pezzi di ricchezza collettiva nelle mani dei privati, chi è il colpevole?

La risposta richiede politica.

Richiede parlare di interessi, classi sociali, proprietà, rapporti di forza, ideologia. Richiede spiegare che l’ingiustizia non coincide con l’illegalità e che le forme più profonde di dominio non hanno alcun bisogno di violare il codice penale.

È precisamente ciò che il giustizialismo ci ha progressivamente disabituato a fare.

Quando la legalità diventa l’orizzonte ultimo della politica, ciò che è legale rischia di apparire automaticamente legittimo. Il problema diventa trovare chi infrange le regole, non discutere chi abbia scritto quelle regole e nell’interesse di chi.

Qui giornalismo dello scandalo e cultura giustizialista finiscono per alimentarsi reciprocamente. Entrambi cercano il colpevole. Entrambi personalizzano il conflitto. Entrambi promettono una rigenerazione attraverso lo smascheramento. Entrambi faticano a vedere una violenza sociale senza criminali perché la violenza è incorporata nelle istituzioni, nelle leggi e nei rapporti economici.

Per questo il caso Ranucci è molto meno importante di quanto l’enorme copertura mediatica faccia pensare e contemporaneamente molto più interessante di quanto sembri.

È irrilevante il teatrino. Sono irrilevanti le simpatie personali, le vanità, le cene, i risentimenti, le guerre di redazione. Eppure quell’implosione ci consegna una metafora quasi perfetta della fine di una stagione.

Il giornalismo che prometteva di smascherare continuamente il potere è diventato protagonista della propria telenovela. Il pubblico che aspettava la rivelazione definitiva continua ad aspettarla. E mentre discutiamo da settimane di Lavitola e Ranucci, il mondo reale continua tranquillamente il proprio corso.

Forse è arrivato il momento di smettere di aspettare lo scandalo definitivo.

Non perché gli scandali non vadano raccontati, né perché il giornalismo d’inchiesta non debba disturbare il potere. Deve farlo, e proprio per questo l’indipendenza di chi lo esercita va difesa anche quando quel giornalismo non ci piace.

Ma un’inchiesta può mostrarci che qualcuno ha violato una regola. La politica deve ancora dirci se quella regola è giusta.

È questa distinzione che abbiamo progressivamente smarrito da Mani Pulite in poi. Abbiamo imparato a indignarci davanti all’illegalità e molto meno davanti all’ingiustizia. A cercare corrotti invece di rapporti di potere. A riconoscere immediatamente il ladro di galline e molto meno chi si appropria legalmente del pollaio.

Il risultato è sotto i nostri occhi: mentre aspettavamo che una procura, un giornalista o una nuova rivelazione ripulissero finalmente il Palazzo, il Palazzo cambiava proprietario a norma di legge.



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