Il 2 settembre 1947 centinaia di disoccupati attraversano le strade di Ascoli Piceno chiedendo quello che nell’Italia uscita distrutta dalla guerra manca a una parte enorme della popolazione: pane e lavoro. Tra loro c’è Alvaro Bucci, ex partigiano, già paracadutista e internato nei campi di concentramento tedeschi. Quella sera non tornerà a casa. Di lui si perderà ogni traccia. Soltanto tre anni dopo, nell’agosto del 1950, i suoi resti saranno ritrovati all’interno di una cisterna nei sotterranei di un cinema cittadino.
La vicenda di Bucci è una delle pagine più oscure del dopoguerra ascolano e la sua ricostruzione emerge persino dagli atti della Camera dei deputati. Il 14 ottobre 1949 il deputato comunista Umberto Massola interviene in Parlamento chiedendo conto al ministro dell’Interno della scomparsa dell’ex partigiano e delle testimonianze che chiamavano direttamente in causa uomini della Celere. A più di due anni dai fatti, Bucci non era stato ancora ritrovato, «né vivo né morto».
Quel 2 settembre la città è attraversata da un’imponente manifestazione di disoccupati. La situazione sociale è durissima. La guerra è terminata da poco più di due anni e il lavoro manca, i prezzi sono alti, la povertà diffusa. Il corteo arriva davanti alla Prefettura e incontra un camion con rimorchio carico di oltre settanta quintali di grano. La tensione esplode: una parte dei manifestanti prende d’assalto il carico e il grano viene distribuito e portato via. Secondo la ricostruzione successivamente fornita in Parlamento, Bucci è tra i più determinati nella protesta. Poliziotti e carabinieri presenti lo conoscono e lo identificano.
Alle 20 arriva ad Ascoli un reparto della Celere proveniente da Senigallia. Nella notte tra il 2 e il 3 settembre Questura e Carabinieri effettuano perquisizioni, fermi e arresti tra le persone riconosciute durante l’assalto al camion. Ma a casa di Alvaro Bucci non arriva nessuno. Nessuna perquisizione, nessuna comunicazione alla famiglia, nessuna notizia di un suo eventuale fermo.
Bucci semplicemente scompare.
La circostanza alimenta immediatamente sospetti. Un testimone racconta di averlo visto intorno alle 23, seguito da due uomini della Celere. Secondo la testimonianza riportata alla Camera da Massola, i due agenti avrebbero raggiunto l’ex partigiano e lo avrebbero «percosso selvaggiamente». Altre persone presenti nella zona riferiranno di aver sentito grida e rumori provenire proprio dal luogo nel quale Bucci era stato visto insieme agli agenti.
La famiglia aspetta invano il suo ritorno. ANPI, Camera del lavoro e organizzazioni politiche iniziano le ricerche. Questura e Carabinieri assicurano che Bucci non è stato fermato. Si cercano informazioni negli ospedali, nelle caserme e nelle carceri, ma dell’ex partigiano non c’è traccia.
Nel febbraio del 1949 ad Ascoli nasce persino un comitato cittadino per il ritrovamento di Alvaro Bucci, che si rivolge ai parlamentari marchigiani chiedendo un intervento. La questione ormai non riguarda soltanto la sorte di un uomo scomparso: in città circola apertamente il sospetto che Bucci possa essere morto durante o dopo un intervento della Celere.
La stampa democristiana locale reagisce respingendo l’accusa. Il Nuovo Piceno, citato dallo stesso Massola alla Camera, domanda quale interesse avrebbe potuto avere la polizia a «sopprimere» Bucci, sostenendo che non fosse un dirigente comunista né il principale organizzatore delle agitazioni. L’argomentazione provoca una durissima polemica politica, perché proprio il verbo utilizzato sembra ammettere implicitamente l’idea che la soppressione fisica di un oppositore possa essere discussa sulla base della sua importanza politica.
Intanto il mistero continua.
Poi, quasi tre anni dopo, arriva la scoperta.
Il 7 agosto 1950 alcuni operai stanno effettuando lavori di pulizia al sistema di riscaldamento del cinema Olimpia, il cui ingresso si trova proprio sulla piazza della Prefettura. Negli scantinati scoprono dei resti umani all’interno di una grande cisterna d’acqua.
Sono quelli di Alvaro Bucci.
La ricostruzione storica pubblicata dall’Istituto Gramsci Marche sottolinea che il luogo del ritrovamento era vicinissimo a quello della manifestazione. Secondo quella fonte, apparve plausibile che Bucci fosse stato colpito mortalmente durante gli avvenimenti e che il corpo fosse stato successivamente occultato nella cisterna. Ma circostanze, movente e responsabili della morte non furono mai definitivamente individuati. È quindi necessario distinguere il fatto accertato – la scomparsa dopo la manifestazione e il successivo ritrovamento del cadavere – dall’ipotesi, per quanto alimentata da testimonianze, di una responsabilità diretta degli uomini della Celere.
Il particolare più inquietante resta proprio questo. Bucci era stato visto durante la protesta; un testimone dichiarò di averlo visto picchiato da due agenti; quella sera scomparve; il suo corpo venne ritrovato tre anni dopo a pochissima distanza dalla Prefettura. Eppure nessuna ricostruzione giudiziaria riuscì a stabilire definitivamente cosa fosse accaduto in quelle ore.
La storia personale di Alvaro Bucci rende ancora più significativa la vicenda. Non era soltanto uno dei tanti disoccupati dell’Italia del dopoguerra. Aveva partecipato alla Resistenza ascolana. Una testimonianza conservata dall’ANPI di Ascoli lo ricorda già nell’autunno del 1943 sul monte San Giacomo, dove alcuni giovani antifascisti si erano raccolti dopo l’8 settembre; Bucci era uno degli uomini con maggiore esperienza e per un periodo ebbe anche funzioni di responsabilità all’interno del gruppo.
Era dunque uno di coloro che avevano combattuto contro il fascismo e l’occupazione tedesca. Quattro anni dopo la Liberazione era senza lavoro e partecipava alle manifestazioni di chi chiedeva pane e occupazione.
La sua storia appartiene a quella fase della Repubblica che troppo spesso viene raccontata soltanto attraverso la ricostruzione istituzionale. Dietro la Costituzione appena nata c’era un Paese attraversato da conflitti sociali violentissimi, nel quale scioperi, occupazioni delle terre e manifestazioni di disoccupati continuavano frequentemente a essere trattati come problemi di ordine pubblico. L’apparato di polizia repubblicano conservava uomini, strutture, pratiche e una cultura dell’ordine largamente ereditate dal passato.
Il 2 settembre 1947, dunque, Alvaro Bucci non può essere indicato con certezza come un manifestante «ucciso dalla Celere». La documentazione disponibile racconta qualcosa di più complesso e, per certi versi, ancora più inquietante: un partigiano partecipa a una manifestazione di disoccupati, viene visto quella notte mentre agenti della Celere lo stanno picchiando e poi scompare nel nulla. Tre anni dopo il suo corpo viene trovato nascosto in una cisterna a pochi passi dal luogo degli scontri.
Chi lo uccise e chi ne occultò il corpo non venne mai definitivamente accertato.
Ed è proprio quel punto interrogativo, rimasto aperto per decenni, a fare della morte di Alvaro Bucci una delle pagine irrisolte della repressione sociale nell’Italia appena diventata Repubblica


