Diciassette giorni nell’isola nell’anno del centenario di Fidel Castro. Il racconto di una Cuba tra blackout, scarsità di medicinali e contraddizioni profonde, mentre Trump e Rubio trasformano l’embargo in una nuova offensiva economica per mettere in ginocchio l’isola.
«È stato come tentare di svuotare l’oceano con un cucchiaino di plastica». Alessandro Casolari descrive così i 23 chili di medicinali, soprattutto analgesici e antibiotici, portati dall’Italia durante i diciassette giorni trascorsi con la compagna a Cuba nell’agosto 2026.
Una frase che restituisce meglio di molte statistiche la sproporzione tra un piccolo gesto di solidarietà e le necessità incontrate sull’isola.
Casolari ha soggiornato tra L’Avana e alcuni municipios, tra cui Bacuranao e Tarará, vivendo nella casa di Surama, una dottoressa cubana sessantenne, nel cuore dell’Habana Vieja, a pochi passi da Plaza Vieja. Non un viaggio organizzato per osservare Cuba attraverso i vetri di un albergo internazionale, dunque, ma un’immersione nella quotidianità di un Paese che attraversa una delle crisi più profonde dalla fine dell’Unione Sovietica.
Il 13 agosto Casolari era all’Avana durante le celebrazioni per il centenario della nascita di Fidel Castro. C’erano il presidente Miguel Díaz-Canel, i vertici del Partito comunista cubano e moltissime persone. L’atmosfera, racconta, era tutt’altro che quella di una Rivoluzione consegnata semplicemente al passato.
Ma appena fuori dalle celebrazioni emergeva un’altra Cuba.
Una Cuba stanca, impoverita, costretta quotidianamente a inventare soluzioni per sopravvivere alla scarsità.
Ventitré chili di medicine davanti a un bisogno enorme
L’incontro con la dottoressa Surama diventa uno degli elementi centrali della testimonianza. Casolari e la compagna hanno portato dall’Italia 23 chili di medicinali. Tanti per due persone, quasi nulla davanti alle necessità incontrate.
«È stato come tentare di svuotare l’oceano con un cucchiaino di plastica», racconta.
La carenza di medicinali non può essere separata dalla guerra economica alla quale Cuba è sottoposta da oltre sessant’anni. L’embargo statunitense non è un’astratta controversia diplomatica tra Washington e L’Avana. Significa difficoltà nell’effettuare pagamenti internazionali, acquistare apparecchiature e componenti, ottenere determinati farmaci e reagenti, trovare intermediari finanziari e compagnie disposte a commerciare con l’isola senza temere conseguenze sul mercato statunitense.
E quando vengono ostacolati energia, trasporti, credito e approvvigionamenti, gli effetti finiscono inevitabilmente dentro gli ospedali e nelle case.
È una contraddizione feroce per un Paese che ha fatto della sanità pubblica e dell’internazionalismo medico uno dei simboli della propria Rivoluzione, mandando per decenni medici e personale sanitario in decine di Paesi del mondo.
La critica di un comunista
Ma il racconto di Casolari non concede nulla alla rappresentazione romantica di Cuba. Ed è proprio questo a renderlo interessante.
«È stato un impatto tremendo per la mia formazione politica vedere e vivere tutte le contraddizioni della Cuba odierna», scrive.
Casolari si definisce «comunista rivoluzionario marxista-leninista fin dalla nascita». Ricorda che già nel 1975 portava a scuola l’Unità e Il Male, non proprio letture consuete nell’istituto Sant’Orsola di Ferrara frequentato allora.
La sua, quindi, non è la testimonianza di un anticastrista arrivato sull’isola per certificare il fallimento del socialismo. È esattamente il contrario: è lo sguardo doloroso di chi considera la Rivoluzione cubana parte della propria storia politica e proprio per questo non vuole nasconderne le contraddizioni.
La scena che maggiormente lo colpisce è quella degli anziani. Racconta di aver visto vecchi rivoluzionari camminare per le strade dell’Avana in condizioni di grande povertà, magri, con poche cose raccolte dentro sacchetti di plastica. Immagini che gli appaiono come una ferita aperta nella memoria della Rivoluzione.
Tra le persone incontrate c’è un uomo di 86 anni che partecipò alla missione cubana in Angola, dove dal 1975 centinaia di migliaia di militari cubani si avvicendarono nel sostegno al MPLA contro le forze sostenute dal Sudafrica dell’apartheid e dallo Zaire.
Quell’incontro produce la domanda più difficile dell’intera testimonianza: che cosa resta della promessa rivoluzionaria quando proprio una parte della generazione che l’ha costruita vive la vecchiaia nella precarietà?
Per Casolari essere comunisti significa innanzitutto questo: «non dimenticarsi mai del popolo e delle avanguardie rivoluzionarie che hanno reso possibile la Rivoluzione». Il benessere materiale e sociale della popolazione, sostiene, dovrebbe rimanere il criterio con cui misurare ogni scelta politica. È una critica da sinistra, non una conversione all’anticastrismo.
Un’isola al buio
Poi ci sono le condizioni materiali.
Secondo quanto osservato e raccolto durante il viaggio, in alcune giornate nella capitale l’elettricità sarebbe disponibile soltanto per poche ore, mentre fuori dall’Avana Casolari riferisce di località nelle quali le interruzioni possono protrarsi molto più a lungo. Anche l’approvvigionamento idrico è diventato problematico in diverse zone.
Quando manca l’elettricità non si spegne semplicemente una lampadina.
Si fermano frigoriferi e pompe dell’acqua. Diventa più difficile conservare alimenti e medicinali. Si complicano trasporti, attività produttive, servizi pubblici e assistenza sanitaria. La vita quotidiana viene organizzata intorno alla domanda più elementare: quando tornerà la corrente?
È quella “fame energetica” che negli ultimi mesi è diventata uno dei punti più drammatici della crisi cubana.
Casolari descrive inoltre cumuli di rifiuti nelle strade dell’Avana e la pratica di bruciarli, con fumo e odori che rendono l’aria difficile da respirare. Anche qui la crisi energetica e quella dei servizi pubblici finiscono per sovrapporsi, producendo conseguenze sanitarie e ambientali.
Il punto politico, tuttavia, è non trasformare la denuncia dell’embargo in una spiegazione magica capace di cancellare qualsiasi responsabilità interna.
Cuba soffre per l’assedio statunitense, ma deve contemporaneamente fare i conti con problemi strutturali della propria economia, inefficienze burocratiche, disuguaglianze crescenti e scelte politiche che possono e devono essere discusse.
Difendere Cuba dall’imperialismo non significa sostenere che all’Avana non si possa sbagliare.
La mano di Washington
Ma sarebbe altrettanto falso compiere l’operazione opposta: osservare la crisi cubana cancellando deliberatamente gli Stati Uniti dalla fotografia.
Per Casolari «il nocciolo del problema» rimane a Washington.
L’amministrazione Trump ha ulteriormente irrigidito la strategia di massima pressione sull’isola e Marco Rubio rappresenta oggi uno dei protagonisti politici dell’offensiva contro il governo cubano. Sanzioni, pressioni sui rifornimenti energetici, persecuzione delle transazioni finanziarie e tentativi di ostacolare persino le missioni mediche internazionali fanno parte di una strategia che mira esplicitamente ad aumentare il costo economico e sociale della resistenza cubana.
Ed è qui che occorre chiamare le cose con il loro nome. Se si impedisce a un Paese di acquistare normalmente carburante e beni essenziali e poi si indicano i blackout come dimostrazione del fallimento di quel Paese, non si sta descrivendo una crisi: si sta nascondendo il ruolo avuto nel produrla.
L’embargo funziona precisamente così. Deve rendere la vita abbastanza difficile da trasformare il disagio sociale in pressione politica contro il governo. È una punizione collettiva travestita da politica estera.
E la contraddizione diventa ancora più evidente quando gli Stati Uniti esercitano pressioni contro la cooperazione medica internazionale cubana. Un Paese sottoposto a un assedio economico durissimo continua a inviare medici all’estero; la maggiore potenza economica mondiale cerca di impedire che possano farlo.
Una generazione senza futuro
Tra le immagini più inquietanti raccolte nella testimonianza c’è anche quella dei giovanissimi nelle strade dell’Habana Vieja.
Casolari racconta di gruppi di ragazzi e della diffusione di sostanze sintetiche chiamate localmente anche químico. Su questo terreno occorre evitare interpretazioni che non possono essere dimostrate: non abbiamo elementi per sostenere che dietro la diffusione delle droghe vi sia una strategia deliberata destinata a neutralizzare politicamente una generazione. Ma il fenomeno sociale raccontato resta significativo.
Una generazione che cresce tra scarsità, blackout, turismo in crisi, emigrazione e riduzione delle aspettative sul futuro costituisce uno dei problemi politici più seri per Cuba. Una Rivoluzione non può vivere soltanto della memoria della Sierra Maestra. Deve essere capace di parlare a chi è nato sessant’anni dopo.
Ed è forse questa la sfida più difficile per il socialismo cubano: trasformare la resistenza in un nuovo progetto sociale senza consegnare il Paese né alla restaurazione capitalistica desiderata da Miami né all’immobilismo burocratico.
Difendere Cuba significa anche poterla criticare
La testimonianza di Casolari contiene giudizi durissimi sul gruppo dirigente cubano e sulla distanza tra la generazione rivoluzionaria e la Cuba contemporanea. Ma il nucleo politico del suo racconto merita di essere ascoltato.
C’è una Cuba reale che non coincide né con la cartolina rivoluzionaria né con la caricatura costruita dall’anticastrismo di Miami. È un Paese attraversato da contraddizioni enormi. Un Paese che ha costruito risultati sociali straordinari e che oggi vede una parte di quelle conquiste minacciata. Un Paese nel quale esistono responsabilità politiche interne che nessuna solidarietà dovrebbe impedire di discutere.
Ma è soprattutto un Paese al quale deve essere restituita la possibilità di decidere autonomamente come affrontare quelle contraddizioni. Perché è questo che Washington continua a negare.
Se il modello cubano deve cambiare, devono deciderlo i cubani. Se il socialismo cubano deve rinnovarsi, devono costruirlo i cubani. Se esistono errori del governo, devono poterli discutere e correggere i cubani.
Non Donald Trump. Non Marco Rubio. Non gli esuli miliardari di Miami. Non il Dipartimento di Stato.
Togliere l’embargo non significa assolvere il governo cubano da ogni responsabilità. Significa finalmente eliminare l’alibi dell’impero e permettere a Cuba di confrontarsi con le proprie contraddizioni senza una mano stretta intorno alla gola.
Alessandro Casolari chiude la sua testimonianza con un’immagine potentissima: «L’Avana brucia ma l’orchestra continua a suonare».
Forse è proprio da lì che bisogna partire. Non dall’idea consolatoria di una Cuba dove tutto funziona. Non dalla propaganda statunitense di un’isola che deve essere liberata dall’esterno. Ma dalla realtà di un popolo stanco che continua a resistere mentre intorno aumentano blackout, scarsità, disuguaglianze e pressioni internazionali.
La solidarietà autentica non consiste nel voltarsi dall’altra parte davanti alle contraddizioni. Consiste nel pretendere che possano essere affrontate senza che la più grande potenza del continente cerchi deliberatamente di affamare chi dovrebbe risolverle.
Cuba ha bisogno di cambiare. Ma soprattutto deve essere libera di farlo. Senza embargo, senza ricatti e senza l’impero americano a decidere il suo futuro.
Testimonianza di Alessandro Casolari, raccolta e rielaborata dalla redazione.
Osservatorio Repressione è una Aps-Ets totalmente autofinanziata.
Puoi sostenerci donando il tuo 5×1000
News, aggiornamenti e approfondimenti sul canale telegram e canale WhatsApp


