Uscire dal ricatto morale

Perché il libro “Rivolte di strada” ci aiuta a capire Torino e l’impotenza della sinistra del campo largo

Nei giorni successivi agli scontri di Torino, la reazione della sinistra del cosiddetto campo largo è stata prevedibile quanto sconfortante: condanne rituali, appelli all’ordine, rimozione sistematica del contesto repressivo. Ancora una volta, una parte consistente della sinistra si è fatta utile idiota del processo autoritario in corso, offrendo legittimazione morale a chi governa la piazza come un problema di polizia.

È esattamente qui che il libro di Benjamin S. Case, Rivolte di strada. Al di là della violenza e della nonviolenza, (Meltemi editore, 2025) si rivela uno strumento prezioso: non per “giustificare” la violenza, ma per smascherare il vicolo cieco in cui la sinistra si è cacciata.

Case parte da una constatazione semplice e spesso rimossa: la sinistra è ancora prigioniera di un dilemma irrisolto — violenza o nonviolenza — che viene trattato come un problema morale anziché politico. Questo schema binario produce paralisi. Ogni conflitto viene giudicato prima di essere capito; ogni rivolta viene misurata sulla base della sua “purezza” anziché della sua funzione storica. Il risultato è una sinistra che arriva sempre tardi, parla sempre a posteriori e, soprattutto, si schiera di fatto con l’ordine costituito quando il conflitto esce dai confini del consentito.

Il merito del libro sta nel rifiuto di ogni semplificazione moralistica. Benjamin Case non celebra la violenza né la assume come scorciatoia rivoluzionaria. Ma rifiuta con la stessa fermezza l’idea — oggi egemonica — secondo cui ogni manifestazione di violenza sarebbe automaticamente controproducente. È una tesi comoda, rassicurante, e politicamente funzionale allo status quo. L’autore mostra invece come le rivolte abbiano storicamente svolto un ruolo decisivo nei processi di cambiamento, non come atti isolati, ma come momenti di rottura che ridefiniscono rapporti di forza, immaginari e possibilità.

In questa prospettiva, le rivolte non sono l’opposto della politica, ma una delle sue forme. Si intrecciano con pratiche quotidiane di resistenza, con il mutualismo, con l’organizzazione dal basso, con le lotte sul lavoro e nei territori. Non sono eventi “puri”, ma processi sporchi, contraddittori, spesso ambigui — come lo sono sempre stati i passaggi storici reali. Pretendere che il conflitto si presenti in forme ordinate e pedagogiche significa, in ultima analisi, pretendere che non esista.

Letto alla luce dei fatti di Torino, il libro di Benjamin Case illumina un punto cieco decisivo. Mentre la repressione viene normalizzata e la gestione delle piazze militarizzata, una parte della sinistra si rifugia in una postura morale che la rende innocua. Condannando “la violenza” in astratto, senza interrogarsi sulle cause e sulle responsabilità politiche, finisce per rafforzare il frame securitario imposto dal potere. È così che il dissenso viene isolato, delegittimato, reso attaccabile. È così che la democrazia si svuota, senza bisogno di abolirla formalmente.

Rivolte di strada non offre ricette né alibi. Offre qualcosa di più scomodo: una griglia di lettura che obbliga a pensare il conflitto fuori dai riflessi condizionati. In un tempo in cui l’autoritarismo avanza anche grazie alla complicità passiva di chi dovrebbe contrastarlo, questo libro ricorda una verità elementare ma rimossa: non è il conflitto a essere il problema della democrazia. Il problema è una sinistra che, terrorizzata dal conflitto, preferisce fare la maestra di buone maniere mentre lo Stato affila i manganelli.

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