Militarizzazione delle polizie, impunità degli abusi e rimozione del conflitto sociale come metodo di governo
Osservatorio Repressione nasce dopo Genova 2001. Nasce da un trauma collettivo e da una consapevolezza che in questi anni non ha mai smesso di trovare conferme: quanto accaduto nel 2001 non è stato un incidente, ma un laboratorio. Da allora, con metodo e continuità, lo Stato italiano ha progressivamente scelto di governare il conflitto sociale attraverso la repressione, militarizzando ulteriormente i corpi di polizia, garantendo impunità a violenze, torture e abusi, criminalizzando qualsiasi forma di dissenso reale ed espellendo dal dibattito politico l’idea stessa che il conflitto sia il motore fisiologico della democrazia.
Nulla di ciò che vediamo oggi è frutto di derive episodiche. È una traiettoria coerente, scientifica. Le dotazioni, il reclutamento, le tattiche, il linguaggio e l’immaginario delle forze dell’ordine sono stati trasformati, ma non in direzione di una maggiore tutela dei diritti. Non c’è mai stata alcuna neutralità. La polizia non ha mai difeso “l’ordine” in senso astratto, né “la società” nel suo insieme: ha sempre difeso un ordine preciso e la società che da quell’ordine trae vantaggio. Il suo potere non si esercita per regolare la libertà, ma per disciplinare chi è reso debole, isolato, diseredato da un sistema economico che produce esclusione e poi la governa con la paura.
La violenza poliziesca non colpisce il caos, ma ciò che eccede, ciò che non si rassegna: corpi vivi, spiriti inquieti, persone che non accettano di stare al posto assegnato. La polizia non è solo il braccio armato dello Stato e del governo: è il dispositivo che garantisce che ognuno resti dove deve stare. È la minaccia permanente che tiene insieme un ordine sociale ingiusto, la promessa di punizione per chi prova a romperne i confini.
Altro che sicurezza. Basta ricordare che nei trent’anni compresi tra il 1947 e il 1977 sono stati uccisi nelle strade e nelle piazze di questo paese almeno 143 manifestanti. Di questi, 109 cadono tra il 1947 e il 1954, negli anni in cui gli apparati di polizia vengono potenziati e riorganizzati come forza di pronto intervento militare, la cosiddetta celere, armata persino di mitragliatrici. Non si tratta di un eccesso episodico, ma di una scelta politica precisa.
Il fenomeno ha avuto un andamento carsico: fasi di apparente tregua – come tra il 1963 e il 1968 o negli ultimi due decenni del Novecento – alternate a improvvise accelerazioni di violenza, fino ai momenti più cruenti, come il 2001, prima a Napoli e poi a Genova. Un’alternanza che conferma un dato fondamentale: la storia della polizia è sempre storia dei governi. È il potere politico a decidere quando alzare il livello dello scontro, quando colpire, quando reprimere.
In parallelo cambiano i bersagli, non la funzione. Ieri erano i braccianti, oggi sono i lavoratori della logistica, gli studenti, gli “antagonisti”, gli attivisti per il clima. Cambiano i nomi, restano i corpi. In questo nuovo millennio la violenza poliziesca non solo non è diminuita, ma si è accentuata, in Italia come altrove, accompagnando l’inaridimento della democrazia e la scelta sempre più esplicita di governare il conflitto sociale con la forza.
In parallelo, alcune forze politiche hanno costruito consenso sull’odio e sulla paura. Hanno indicato bersagli, uno dopo l’altro, rendendo accettabile ciò che prima era impensabile. È stata normalizzata la “ruspa” come simbolo di governo. È stata normalizzata la morte in mare, fino ad accettare che esistano vite sacrificabili. È stata normalizzata l’aggressione ai sindacati, la deportazione mascherata da “remigrazione”, l’odio verso i poveri, lo sgombero violento degli oppositori politici, la riabilitazione di immaginari apertamente fascisti. È stato normalizzato persino il genocidio, quando funzionale agli equilibri del potere.
Dentro questo quadro si inserisce la narrazione tossica costruita attorno ai fatti di Torino e, in particolare, al caso del cosiddetto “poliziotto martellato”. Un video di pochi secondi, diffuso senza contesto e rilanciato ossessivamente da esponenti di governo e media compiacenti, è diventato il perno del dibattito pubblico. Ancora una volta, una verità parziale è stata elevata a verità assoluta, mentre tutto ciò che l’ha preceduta e resa possibile è stato deliberatamente rimosso.
Eppure quel video non racconta la realtà. A smentirlo non sono interpretazioni a posteriori, ma una testimonianza diretta: quella di Rita Rapisardi, giornalista de il manifesto, presente sul posto, a pochi metri dalla scena. Rapisardi ricostruisce una fase finale degli scontri, con il corteo ormai disperso, poche decine di manifestanti rimasti su corso Regina e un uso ancora massiccio e illegittimo della forza da parte della polizia: lacrimogeni sparati ad altezza uomo – pratica vietata – persone colpite mentre cercavano di allontanarsi, cariche contro gruppi ormai numericamente esigui.
È in questo contesto che una squadra di agenti in antisommossa avanza per manganellare i manifestanti rimasti. Uno di loro esce dallo schieramento, da solo, si allontana di oltre dieci metri e insegue alcune persone, colpendole. Una finisce a terra. Altri manifestanti intervengono per sottrarre quella persona alla violenza: il poliziotto viene respinto, cade, perde il casco non allacciato e riceve due colpi con un martelletto. Sono quei pochi secondi, isolati e decontestualizzati, che diventano il video virale.
Quello che non si vede – ma che viene raccontato – è che l’agente non era isolato, che la squadra lo osservava senza intervenire, che dalle retrovie si urlava “basta, lasciatelo stare”, che i manifestanti si allontanano immediatamente e che solo dopo arrivano i colleghi a trascinarlo via. Così come non si vedono, e non finiscono in prima pagina, le immagini di manifestanti manganellati mentre sono a terra, le teste aperte, le labbra spaccate, le persone intossicate dai lacrimogeni, le decine di feriti finiti negli ospedali torinesi o curati sul posto per paura di denunce.
Questo è il punto politico centrale: non tutta la violenza è uguale nella narrazione pubblica. Alcune violenze vengono amplificate, altre sistematicamente rimosse. La violenza di Stato resta fuori campo; quella che la interrompe, per pochi secondi, diventa scandalo nazionale. È così che si costruisce l’impunità: prima sul piano simbolico, poi su quello giudiziario.
Quando uno Stato allerta i pronto soccorso il giorno precedente a una manifestazione, sta dichiarando ufficialmente di aver rinunciato a qualsiasi funzione di mediazione politica. Salva la facciata della normalità, mascherata da misure precauzionali e ragioni preventive, ma ha già fatto la sua scelta. Non sta più aspettando di vedere cosa accadrà in piazza: ha già deciso che quella piazza produrrà feriti, perché la violenza non è più un incidente di percorso, ma il reagente necessario a innescare la fase finale del teorema: la liquidazione del dissenso.
Da Genova in poi, il potere ha imparato che non deve più temere né la forza delle idee né la numerosità dei partecipanti. Possiede la tecnologia — politica, poliziesca e mediatica — per trasformare qualunque manifestazione in un’immagine di devastazione. Una volta prodotta quell’immagine, il contenuto della protesta evapora: che si tratti della sopravvivenza di uno spazio autonomo in una città industriale o della difesa di diritti fondamentali.
Ciò che resta è solo l’indignazione telecomandata di un’opinione pubblica nazionale che, ignara delle radici locali e materiali di quel conflitto, invoca il pugno di ferro. Ed è precisamente su questa invocazione che il potere costruisce la legittimazione della repressione successiva.
Chi oggi inorridisce senza avere il coraggio di guardare indietro, senza interrogarsi sul clima che ha contribuito a creare, è o un ipocrita o un ingenuo. Se governi un paese alimentando odio sociale, se elimini ogni spazio di dissenso, se riduci la democrazia a obbedienza, non puoi aspettarti silenzio. Non puoi pretendere che chi subisce repressione, marginalizzazione e violenza reagisca donando fiori e caramelle a chi difende l’oppressore.
La rimozione del conflitto sociale dal dibattito pubblico è uno degli atti più gravi compiuti in questi anni. Il conflitto non è una patologia della democrazia: è il suo motore. Trattarlo come un problema di ordine pubblico significa svuotare la democrazia dall’interno, trasformandola in una procedura sorvegliata e punitiva.
Anche nelle scelte di piazza, governo e apparati di sicurezza hanno alimentato lo scontro fino all’ultimo. Esistevano alternative, pratiche di de-escalation, possibilità di mediazione. Si è scelto deliberatamente di non praticarle. E oggi, di fronte alle conseguenze, si invoca più repressione, più carcere, più silenzio.
Osservatorio Repressione lo afferma con chiarezza da oltre vent’anni: non è il dissenso a essere violento. È la sua sistematica repressione. E senza verità sul contesto, non esisterà giustizia, ma solo propaganda, paura e controllo. Quando la violenza diventa il linguaggio ordinario del potere, il dissenso non è un problema di ordine pubblico: è l’ultima forma di democrazia rimasta.
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