Aska rappresenta un sogno strumentalizzato per il Decreto Sicurezza

Torino 31 gennaio 2026 - foto di Riccardo Sacchi

di Riccardo Sacchi

Cinquantamila persone in piazza, un centro sociale sotto attacco e una città raccontata come campo di battaglia

Ieri tutte le principali testate giornalistiche italiane avevano Torino ed Askatasuna in prima pagina. La Repubblica titolava “La guerriglia di Torino”, La Stampa rincarava definendo la manifestazione “La ferita di Torino” il Corriere invece preannunciava la notizia principale della giornata “Torino, assalto choc ad un agente”. La Premier Giorgia Meloni – dopo aver subito espresso solidarietà alle forze dell’ordine e definito i manifestanti come “finti rivoluzionari”, “nemici” e “terroristi” – ieri alle 9.30 è arrivata a Torino per far visita ai poliziotti in ospedale, affermando poi “attentato e omicidio contro gli agenti, la magistratura non esiti”. Affermazioni che si sommano ad un coro che invoca il Pacchetto sicurezza come soluzione: Meloni ha infatti aggiunto che “il Governo ha fatto la sua parte” nel rafforzare gli strumenti contro l’impunità di certi comportamenti, Il ministro dell’Interno Piantedosi ha parlato di misure preventive come strumento centrale per garantire ordine pubblico durante le manifestazioni, Salvini  rilancia sul piano della sicurezza “avanti con arresti e sgomberi” e infine Tajani  scrive su X “servono le nuove norme sulla sicurezza che il governo sta preparando”.

Lo scenario che sta venendo presentato è di una Torino messa a ferro e fuoco nello stile di una vera e propria guerriglia urbana. Una narrazione strumentale che favorisce l’utilizzo politico della vicenda: l’approvazione veloce del  Pacchetto sicurezza e la cancellazione di una realtà quasi trentennale che a suo supporto ha visto sfilare per strada del capoluogo piemontese oltre 50 mila persone; ora etichettate come  “bande armate” (Crosetto) alla stregua  delle Br, perché nella logica della Destra al Governo “scontato l’esito violento della manifestazione, perché i partecipanti volenti o non volenti, come acqua per i pesci” (La Russa).

Per dare “sostanza” alle affermazioni di questa mattina, oggi Meloni ha convocato una riunione di governo per valutare le norme del Decreto sicurezza; il monito è chiaro “faremo quello che serve per ripristinare le Regole in questa nazione”. La memoria corre veloce ad anni bui della storia italiana.

Chi c’era alla manifestazione

50 mila persone, ragazzi, genitori, bimbi e nonni. Una marea di gente che ha riempito le strade e colorato la città di Torino. I motivi sono tanti e tutti di protesta: contro un governo di destra sempre più autoritario e repressivo; contro un riarmo alle porte, che fa paura e sta ponendo un grande fardello sia sociale che economico sulle generazioni future; contro gli attacchi ai centri sociali, spazi di aggregazione sempre più colpiti dalla destra al potere perché baluardi di una cultura alternativa a quella del governo, perché promotori di solidarietà e mutuo soccorso a tutt* e per tutt*, quindi contro un individualismo sempre più dilagante.

foto Riccardo Sacchi

La partecipazione alla manifestazione è stata evidente fin dalle prime ore del pomeriggio. La piazza antistante la stazione di Porta Susa si è rapidamente riempita di studenti e universitari, radunati attorno a un furgone-cassonetto dal quale veniva diffusa musica ad alto volume. Tra la folla c’era chi conversava, chi distribuiva volantini e chi attendeva l’inizio del corteo. A un certo punto, nel mezzo della calca, si è aperto un cerchio: alcune persone hanno iniziato a ballare facendo risuonare braccialetti con campanelli.

Tutti i presenti erano lì per Askatasuna.

Con un ritardo rispetto alla tabella di marcia, il corteo si è poi mosso in direzione del concentramento davanti alla stazione di Porta Nuova. In corso Vittorio Emanuele II, davanti all’ingresso dei binari, il contesto appariva differente: il numero dei partecipanti era minore e dal carro si sono alternati interventi di diverse realtà sociali. I temi affrontati spaziavano dalla politica locale a quella internazionale, delineando un quadro delle principali lotte attive a Torino, in Piemonte e nel resto d’Italia. Tra le realtà citate: il movimento No Tav, le Mamme antifasciste, Non una di meno, Ultima Generazione, Giovani palestinesi, la rete Kurdistan e altre ancora. Dal furgone è stato lanciato un messaggio chiaro: “Le realtà sociali hanno bisogno di spazi di aggregazione come Askatasuna, luoghi da difendere e sostenere, non da cancellare”.

I due cortei si sono quindi ricongiunti e hanno proseguito verso il fiume, svoltando prima del ponte Umberto I su corso Cairoli e poi su Lungo Po Armando Diaz. Dalle paratie lungo il fiume non era possibile scorgere la fine del corteo, che continuava ad ingrossarsi con l’arrivo di nuovi partecipanti. Dietro lo striscione “Askatasuna vuol dire libertà. Torino è partigiana” hanno sfilato anche numerosi esponenti del mondo della cultura, della politica e dei sindacati, tra cui Zerocalcare, autore della locandina della manifestazione; Max Casacci, fondatore dei Subsonica; Willie Peyote; Giorgio Cremaschi, sindacalista FIOM ed esponente di Potere al Popolo; Nicoletta Dosio del movimento No Tav; Paolo Ferrero, già ministro della Solidarietà sociale nel governo Prodi.

Il corteo ha poi svoltato nuovamente a sinistra, percorrendo corso San Maurizio fino a rondò Rivella, dove la piazza risultava bloccata da numerose camionette della Polizia di Stato e da un imponente schieramento di forze dell’ordine sul lato di corso Regina Margherita, in direzione piazza della Repubblica. I blindati in testa al corteo sono stati indirizzati su corso Regio Parco, percorso stabilito per il transito. Singolare l’assenza di un cordone di polizia su corso Regina Margherita in direzione piazzale Regina Margherita: l’unico sbarramento era infatti posizionato davanti al civico 47, proprio la sede del centro sociale Askatasuna. Qui erano schierate tre camionette della Polizia di Stato e Guardia di Finanza e un camion-cisterna con idrante, mentre nelle vie laterali erano presenti rinforzi pronti a intervenire.

foto Riccardo Sacchi

Circa due ore di scontri

Intorno alle 18 sono iniziati gli scontri. Dal rondò Rivella il corteo ha deviato verso destra, in direzione del centro sociale, dando luogo a un fronteggiamento tra alcune migliaia di manifestanti e le forze dell’ordine. Da una parte sono stati lanciati fuochi d’artificio, petardi, bombe carta, bottiglie e sassi; dall’altra sono stati utilizzati centinaia di lacrimogeni, anche sparati ad altezza d’uomo. I primi candelotti sono stati sparati prima del contatto diretto tra la testa del corteo, protetta da scudi, e i reparti di polizia e carabinieri in tenuta antisommossa e maschere anti gas.

Per circa mezz’ora le forze dell’ordine sono rimaste schierate tra l’idrante e le camionette che sbarravano la strada. Una fitta nube di gas ha coperto completamente l’area, riducendo la visibilità e provocando tosse e lacrimazione tra le persone. Nei momenti di temporanea dispersione dei gas, i manifestanti hanno tentato nuovi avanzamenti, respinti con l’uso dell’idrante e dei lacrimogeni.

Esaurita l’acqua del primo mezzo, un secondo camion-idrante è arrivato in supporto. Lo schieramento delle forze dell’ordine si è aperto per consentire il passaggio dei blindati e sono iniziate le cariche, rapide e violente. Durante le fasi di arretramento disordinato, diverse persone sono cadute a terra. Tre manifestanti sono stati portati via: un uomo con una ferita alla fronte dopo una manganellata in faccia e altre due persone colpite ripetutamente con manganellate mentre si trovavano già a terra.

Il confronto è proseguito per circa un’ora e mezza. Nella fase finale, un gruppo di manifestanti ha accumulato sacchi di rifiuti, cassette di plastica, cassonetti e altri materiali, appiccando un incendio che ha prodotto fiamme e fumo intensi, arrivando a coinvolgere anche un blindato della polizia. È seguita una nuova carica dispersiva con l’intervento dell’idrante.

foto Riccardo Sacchi

Le cariche successive sono state particolarmente pesanti: dopo un massiccio lancio di fumogeni, le forze dell’ordine hanno avanzato con i blindati, costringendo i manifestanti a disperdersi nelle vie laterali. L’inseguimento è proseguito con lacrimogeni e cariche sia sul Lungo Dora Siena sia attraverso il ponte Gioacchino Rossini, con agenti che hanno lanciato candelotti anche da una sponda all’altra del fiume.

I gruppi di manifestanti, ormai frammentati, si sono progressivamente dispersi. Gli ultimi scontri si sono registrati in largo Regio Parco, dove sono intervenuti sei blindati tra Polizia di Stato e Carabinieri. Anche qui si sono susseguite cariche e lanci di lacrimogeni lungo corso Regio Parco, fino alla definitiva dispersione dei manifestanti.

Il dibattito della politica nelle ore seguenti

Tutto il panorama politico si è espresso sulla vicenda, sia esponenti di destra che di sinistra: Maurizio Lupi (Noi Moderati): “Torino è stata presa in ostaggio da un gruppo di violenti che non ha alcuna giustificazione”; Lazio Davide Bordoni (segretario Lega): “Quello che è accaduto a Torino è gravissimo e inaccettabile. La Lega sta dalla parte delle Forze dell’Ordine, sempre, non a parole ma con i fatti”; Magi (Più Europa): “Condanna dei violenti. Chiaro fallimento di Piantedosi”; Piero Fassino, (deputato Pd, ex sindaco di Torino): “Nessuna ragione politica o sociale giustifica mai la violenza”; Ostellari (Lega): “Attacco allo Stato, avanti con Pacchetto sicurezza”; Bonelli ( deputato AVS e co-portavoce di Europa Verde): “Teppisti criminali da isolare e punire”; Possamai (Pd): “Non è protesta, è violenza pura”; Salis (sindaca di Genova) “il diritto di manifestare non può mai trasformarsi in violenza”; Orlando (Pd): “Nulla di rivoluzionario nel picchiare un poliziotto”; Cucchi (Avs): “Criminali vigliacchi, violenza fa perdere diritti”; Bernini (Ministra dell’Università): “La violenza contro le forze dell’ordine è un attacco allo Stato”.

Istituzioni come l’Anpi ha dichiarato “Solidarietà agli agenti feriti e sdegno per le bande di delinquenti” e l’università di Torino, tramite una nota della rettrice e il prorettore “condannano le violenze che hanno segnato la città e la convivenza democratica in modo indelebile senza alcuna esitazione e con determinazione, nel segno della legalità e del contrasto non violento”.

I capigruppo di Fratelli d’Italia, Galeazzo Bignami e Lucio Malan, hanno chiesto che Piantedosi riferisca martedì alle Camere perché “la situazione non è più tollerabile”. Schlein invece ha chiamato Meloni invocando il timore di strumentalizzazioni: “Le istituzioni non dividano”. Ma ormai la vicenda ha fatto il suo corso, e Askatasuna è già stato usato dalla politica per fornire “la narrazione voluta” all’opinione pubblica.

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