Taser, quattro anni dopo: più scariche, meno controlli


L’inchiesta di Altreconomia smonta la narrazione dell’arma “sicura e indispensabile”: oltre mille utilizzi in quattro anni, nessun monitoraggio indipendente e crescono dubbi su sicurezza, trasparenza e accountability

Doveva essere l’alternativa “non letale” alle armi da fuoco. Uno strumento capace di ridurre i rischi per cittadini e agenti. Quattro anni dopo la sua introduzione nelle dotazioni ordinarie delle forze dell’ordine italiane, il bilancio del taser racconta però una storia molto diversa. Una storia fatta di opacità, assenza di controlli indipendenti, dubbi scientifici irrisolti e casi sempre più numerosi di persone morte o gravemente ferite dopo essere state colpite dalle scariche elettriche.

A mettere in discussione la narrazione ufficiale è una recente inchiesta di Altreconomia, significativamente intitolata “Sparare alla cieca: quattro anni di dubbi sui taser”. Attraverso un accesso civico al Ministero dell’Interno, il giornale ha ottenuto dati che mostrano come dal 14 marzo 2022 al 28 febbraio 2026 i taser della Polizia di Stato siano stati utilizzati con sparo effettivo ben 1.091 volte. Un numero rimasto sostanzialmente stabile negli anni, mentre diminuiscono progressivamente gli utilizzi a scopo puramente dissuasivo, come l’esibizione dell’arma o il cosiddetto warning arc, l’arco elettrico di avvertimento previsto dalle procedure operative.

Il dato più significativo non riguarda però soltanto il numero degli utilizzi. Riguarda ciò che manca. Non esiste infatti in Italia un sistema pubblico e indipendente capace di monitorare in maniera sistematica gli effetti dell’uso del taser, né vengono raccolti dati completi sul contesto degli interventi, sulle conseguenze sanitarie o sull’effettiva proporzionalità dell’impiego. Come sottolinea nell’inchiesta il sociologo del diritto Giuseppe Campesi, l’Italia continua a registrare soltanto gli incidenti che coinvolgono le armi da fuoco, mentre per gli altri strumenti coercitivi – taser, manganelli, spray urticanti, lacrimogeni – manca una raccolta strutturata e verificabile dei dati.

La conseguenza è evidente: il taser si sta diffondendo senza che esista un reale sistema di accountability. Si utilizza sempre di più uno strumento di cui non si conoscono pienamente gli effetti e senza che vi sia la possibilità di verificare se il suo impiego sia realmente necessario, proporzionato o efficace.

Eppure le ragioni della prudenza non mancano. Negli ultimi anni numerosi casi hanno alimentato interrogativi sull’impatto delle armi a impulsi elettrici. Tra questi vi è la vicenda di Elton Bani, il quarantunenne morto dopo essere stato colpito dal taser durante un intervento dei carabinieri in provincia di Genova. L’inchiesta giudiziaria si è progressivamente allargata fino a coinvolgere quattro militari e comprende anche contestazioni relative alla ricostruzione ufficiale dell’accaduto. Secondo alcune testimonianze raccolte dagli inquirenti, una delle scariche sarebbe stata inflitta quando l’uomo si trovava già a terra.

Non si tratta di un episodio isolato. Già nel 2025 due persone morirono a Genova e Olbia dopo essere state raggiunte da scariche elettriche, aprendo un acceso dibattito pubblico sull’opportunità dell’utilizzo di queste armi. Nonostante ciò il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha continuato a definire il taser uno strumento “imprescindibile”, respingendo come ideologiche le critiche provenienti da associazioni e osservatori per i diritti umani.

Il problema è che la letteratura internazionale continua a segnalare elementi di incertezza sugli effetti delle scariche elettriche, soprattutto nei confronti di persone in condizioni di fragilità fisica o psicologica. Amnesty International ha più volte richiamato i rischi connessi all’utilizzo di queste armi, mentre negli Stati Uniti numerose inchieste giornalistiche hanno documentato centinaia di decessi avvenuti dopo il loro impiego.

A rendere ancora più inquietante il quadro è la progressiva estensione del taser all’interno di una più ampia trasformazione delle politiche di sicurezza. Negli ultimi anni il ricorso agli strumenti coercitivi è cresciuto parallelamente all’espansione dei poteri di polizia, all’inasprimento delle misure preventive e alla criminalizzazione crescente del conflitto sociale. In questo contesto il taser rischia di diventare non un’alternativa alla violenza, ma un ulteriore gradino nell’escalation degli strumenti disponibili per il controllo delle persone.

La vera domanda, allora, non è se il taser sia più o meno efficace. La domanda è chi controlla chi lo utilizza. Perché nessuna arma può essere considerata sicura in assenza di trasparenza, monitoraggio indipendente e responsabilità pubblica.

Quattro anni dopo la sua introduzione, il taser continua a essere presentato come una soluzione tecnica a problemi complessi. Ma l’inchiesta di Altreconomia dimostra che i dubbi restano tutti sul tavolo. E che, ancora una volta, il problema non è soltanto l’arma. È il potere che la impugna e l’assenza di controlli su come viene esercitato.


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