Elrow, accuse di profilazione razziale al festival di Reggio Emilia


Trentamila giovani all’evento di musica elettronica. Diverse testimonianze denunciano perquisizioni invasive e controlli mirati delle forze dell’ordine contro ragazzi di origine nordafricana. Un episodio che solleva interrogativi su diritti e discriminazioni.

Sabato 6 giugno oltre trentamila persone hanno partecipato all’Elrow, uno dei più grandi festival di musica elettronica organizzati in Italia. Migliaia di giovani provenienti da tutto il paese si sono ritrovati a Reggio Emilia per una lunga giornata di musica, socialità e divertimento. Un appuntamento che, come molti eventi musicali contemporanei, rappresenta per una generazione sempre più precaria e priva di spazi aggregativi uno dei pochi momenti collettivi di incontro e condivisione.

Eppure, accanto alle immagini di festa e partecipazione, stanno emergendo testimonianze che raccontano una realtà ben diversa. Una lettera aperta diffusa nei giorni successivi all’evento denuncia infatti episodi che, se confermati, pongono interrogativi pesanti sul modo in cui vengono gestiti gli eventi giovanili e sul rapporto tra sicurezza, diritti e discriminazione. Secondo il racconto riportato nella lettera, alcuni giovani sarebbero stati fermati e sottoposti a perquisizioni da parte di agenti in borghese privi di segni identificativi visibili. Tra gli episodi denunciati vi sarebbe anche il caso di un ragazzo fermato esclusivamente per il suo aspetto fisico e per le sue presunte origini nordafricane. La perquisizione, secondo la testimonianza, sarebbe arrivata fino a un’ispezione corporale particolarmente invasiva, senza che fosse rinvenuto alcun elemento che giustificasse l’intervento. Episodi analoghi avrebbero coinvolto altri giovani con caratteristiche somatiche simili.

Se questi fatti fossero accertati, non ci troveremmo di fronte a normali attività di prevenzione o contrasto allo spaccio. La questione sarebbe ben più grave e riguarderebbe il ricorso alla profilazione razziale, pratica incompatibile con i principi costituzionali e con il rispetto dei diritti fondamentali della persona. Fermare qualcuno non per ciò che fa, ma per ciò che appare, significa infatti trasformare l’identità in una presunzione di colpevolezza.

Il caso di Reggio Emilia si inserisce in un contesto più ampio. Da anni il mondo giovanile viene raccontato attraverso una lente emergenziale. Festival, rave, concerti e grandi eventi musicali vengono spesso descritti come problemi di ordine pubblico prima ancora che come luoghi di aggregazione. Il risultato è una progressiva criminalizzazione del tempo libero giovanile, dove il semplice desiderio di stare insieme viene guardato con sospetto e trattato come un rischio da contenere.

È una dinamica che si è accentuata negli ultimi anni. La risposta politica e istituzionale ai bisogni di socialità delle nuove generazioni è stata frequentemente orientata verso il controllo piuttosto che verso l’inclusione. I luoghi dell’incontro vengono sorvegliati, regolamentati e talvolta repressi, mentre diminuiscono gli investimenti in spazi culturali, centri giovanili, politiche sociali e occasioni di partecipazione.

Ancora più preoccupante è il rischio che all’interno di questo paradigma si consolidino pratiche discriminatorie. Quando il colore della pelle, i tratti somatici o l’origine familiare diventano criteri per individuare i soggetti da controllare, la sicurezza smette di essere un diritto collettivo e si trasforma in uno strumento di selezione sociale. Non protegge tutti allo stesso modo, ma divide la popolazione tra chi può sentirsi libero e chi vive costantemente sotto osservazione.

Per questo le testimonianze emerse dall’Elrow meritano attenzione e approfondimento. Non per alimentare contrapposizioni, ma per accertare eventuali responsabilità e garantire trasparenza. Le istituzioni democratiche si rafforzano infatti quando sono capaci di verificare il comportamento dei propri apparati e di correggere eventuali abusi, non quando li ignorano.

Trentamila giovani si erano dati appuntamento a Reggio Emilia per ballare e stare insieme. In una società attraversata da solitudine, precarietà e sfiducia, dovrebbe essere una buona notizia. La domanda che resta aperta è semplice: vogliamo che questi spazi di incontro siano luoghi di libertà e convivenza oppure territori in cui una parte della gioventù viene guardata come un problema da controllare?

Perché essere giovani non è un reato. E nemmeno avere il colore della pelle sbagliato agli occhi di chi decide chi merita fiducia e chi invece deve essere fermato, perquisito e umiliato.


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