La Libia di Haftar sequestra la solidarietà


I dieci attivisti del convoglio Sumud, tra cui due italiani, restano detenuti dalle milizie di Haftar senza accuse formalizzate. In tredici Paesi cresce la mobilitazione e decine di solidali sono in sciopero della fame per chiederne la liberazione.

Sono passati giorni dal loro arresto e ancora non esistono accuse formalizzate. Eppure dieci attivisti internazionali del Global Sumud Land Convoy continuano a essere trattenuti in Libia dalle forze che controllano la Cirenaica sotto il comando del generale Khalifa Haftar.

Tra loro ci sono anche due cittadini italiani, Domenico Centrone e Leonarda Alberizia, fermati insieme ad altri attivisti provenienti da Spagna, Stati Uniti, Argentina, Uruguay, Polonia, Tunisia e Portogallo mentre partecipavano a una missione umanitaria diretta verso il valico di Rafah.

La loro colpa? Aver tentato di aprire un corridoio di solidarietà verso Gaza. Secondo quanto dichiarato dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, sarebbero in corso interlocuzioni diplomatiche che avrebbero portato a un miglioramento delle condizioni di detenzione. Ma le parole dello stesso ministro confermano la gravità della situazione: i dieci attivisti sono ancora detenuti e, soprattutto, “non sono stati ancora formalizzati i capi di accusa nei loro confronti”.

In qualsiasi Stato che pretenda di definirsi fondato sul diritto, una persona non può essere privata della libertà per settimane senza accuse precise, senza un procedimento trasparente e senza garanzie effettive di difesa. È questo il nodo politico e giuridico della vicenda.

Il convoglio Sumud non trasportava armi, non organizzava azioni militari, non rappresentava alcuna minaccia per la sicurezza della Libia. Trasportava aiuti umanitari destinati alla popolazione palestinese di Gaza: beni di prima necessità, materiali sanitari, ambulanze, personale medico e operatori umanitari.

Eppure i suoi partecipanti sono stati fermati e trattenuti come criminali. La vicenda si inserisce in un quadro più ampio che vede colpite tutte le iniziative di solidarietà concreta verso la Palestina. Prima gli assalti in mare contro la Global Sumud Flotilla e le Freedom Flotilla, poi i sequestri e le detenzioni operate da Israele contro centinaia di attivisti internazionali. Ora la detenzione dei volontari del convoglio terrestre alle porte di Sirte.

Cambia il luogo, ma il messaggio sembra sempre lo stesso: impedire che l’assedio di Gaza venga sfidato, ostacolare ogni tentativo di portare aiuti, scoraggiare la solidarietà internazionale.

Proprio per questo la mobilitazione non si è fermata. In tredici Paesi diversi decine di attivisti e attiviste hanno avviato uno sciopero della fame per chiedere l’immediata liberazione dei dieci detenuti. Canada, Spagna, Italia, Stati Uniti, Sudafrica e molti altri Paesi stanno vedendo crescere iniziative di solidarietà che chiedono ai rispettivi governi di intervenire con decisione.

Lo sciopero della fame rappresenta una scelta estrema, ma anche il segnale della preoccupazione crescente per la sorte dei dieci attivisti. La mancanza di informazioni certe, l’assenza di accuse formalizzate e la detenzione prolungata alimentano infatti il timore che la vicenda possa trascinarsi ancora a lungo.

Nel frattempo è prevista una nuova udienza davanti al procuratore libico. Un passaggio che potrebbe rivelarsi decisivo per chiarire la posizione degli attivisti e aprire finalmente la strada alla loro liberazione.

Ma il problema va oltre la singola udienza. Qui non si tratta soltanto del destino di dieci persone. Si tratta del diritto di portare aiuti umanitari a una popolazione assediata. Si tratta del diritto di organizzare missioni civili e nonviolente senza essere arrestati o criminalizzati. Si tratta del tentativo, sempre più evidente, di isolare Gaza e di colpire chiunque provi a rompere quel muro di isolamento.

Per questo la richiesta che sale dai movimenti di solidarietà internazionali è semplice e immediata: liberare i dieci attivisti del convoglio Sumud, garantire il loro rientro in sicurezza e permettere che gli aiuti umanitari raggiungano la popolazione palestinese.

Perché nessuno dovrebbe finire in prigione per aver scelto di stare dalla parte di chi soffre. E perché la solidarietà non può diventare un reato.


APPELLO

“Da oltre 12 giorni Domenico Centrone e Leonarda “Dina” Alberizia, cittadini italiani e membri della Global Sumud Flotilla, sono trattenuti in Libia insieme ad altri attivisti di diversi paesi.

La Flotilla trasportava aiuti umanitari e voleva rompere il blocco illegale imposto a Gaza per portare sostegno alla popolazione civile.

Ad oggi non sono state fornite informazioni chiare sulle accuse mosse né sui tempi della loro liberazione.

Secondo quanto riferito dai familiari, Domenico r gli altri attivisti hanno iniziato uno sciopero della fame da 4 giorni per chiedere chiarezza sul proprio status e sul proprio futuro.

Chiediamo al Governo Italiano di

Intervenire con la massima urgenza

Intensificare ogni iniziativa diplomatica utile attraverso la Farnesina

Attivarsi in sede italiana ed europea per garantire i diritti fondamentali delle persone detenute

Ottenere la liberazione di Domenico Centrone , di Dina Alberizia e di tutti gli altri attivisti della Global Sumud Flotilla

Garantire il loro rapido e sicuro rientro presso le rispettive famiglie

10 giugno 2026

Qui l’appello per intero e il link per firmare la petizione openpetition.eu/it/bfkws1

Firma la Petizione per richiedere la liberazione di Domenico Centrone, Dina Alberizia e tutti gli attivisti ancora detenuti in Libia.

Anche qui https://www.facebook.com/share/1GChDWVQKF



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