Le carceri italiane sono lager

Riceviamo e pubblichiamo la lettera che ci ha fatto pervenire un detenuto tossicodipendente che ha iniziato lo sciopero della fame per denunciare le terribili condizioni detentive e le violenze subite

Mi chiamo Alessandro Casolari e sono nato a Ferrara il 17 giugno del 1966. Sono stato arrestato il 13 maggio del 2024 e ho fatto 177 giorni di custodia cautelare in carcere presso la Casa Circondariale Costantino Satta di Ferrara. Ad agosto del 2024, durante la mia prigionia, sono stato certificato tossicodipendente da cannabinoidi e con disturbi psichici e comportamentali dal Serd interno al carcere.

Sono stato recluso presso la sezione nuovi giunti da lunedì 13 maggio 2024 a domenica 11 agosto 2024, 90 giorni in tutto. Durante quei giorni ho prodotto innumerevoli domandine per chiedere di essere mandato in quinta sezione dove avevo un amico fraterno che, lavorando in cucina, durante tutta la mia detenzione nella sezione nuovi giorni per sei giorni alla settimana, provvedeva a portarmi cibo ed acqua.

Nonostante la costanza con la quale scrivevo all’autorità del carcere per essere trasferito in quinta sezione, una mattina di giugno, di cui non ho memoria della data, circa alle ore 8.00, si sono palesate di fronte alla mia cella cinque o sei guardie delle quali di una conosco il grado ed il cognome. Essi mi intimavano di lasciare la cella per recarmi alla seconda sezione, luogo in cui vi era una massiccia presenza di nord africani. Avevo loro spiegato di avere grossi problemi di convivenza con i magrebini in quanto, nella mia città, erano sorti problemi di natura violenta con alcuni di essi, quindi per me sarebbe stato un concreto pericolo per la mia incolumità e per la mia vita. Tuttavia come risposta dalle guardie ebbi minacce e frasi di menefreghismo riguardo il mio problema.

Faccio presente che in cella con me c’era il mio coimputato, tale Roberto Roma ed il trasferimento in seconda sezione riguardava anche la sua persona. A quel punto presi in mano il fornellino da campeggio in dotazione per cuocere il cibo, lo accesi , me lo puntai in faccia con la fiamma alta ed alle guardie dissi che se mi avessero spostato mi sarei dato fuoco. Vista la mia determinazione mi hanno lasciato nella sezione nuovi giunti, mentre il mio coimputato è stato spostato in seconda. Preciso che in quei 90 giorni, nella sezione nuovi giunti, sono riuscito ad usufruire dell’ora d’aria solamente 8 volte.

Nello specifico: una volta alla mattina per circa un’ora, sette volte al pomeriggio per poco meno di venti minuti dal momento che facevano uscire i detenuti dalle celle verso le 16,30-16,45 e vi era da scegliere se starci per venti minuti oppure mangiare dato che l’orario coincideva con al cena. In carcere a Ferrara ci si nutre alle ore 17,30. Desidero sottolineare con forza che non ho potuto usufruire delle canoniche “ore d’aria” come da ordinamento penitenziario perché il personale di custodia alle richieste dei detenuti di andare all’aria, rispondeva che non c’erano uomini  che li potesse accompagnare o che i passeggi erano occupati.

Stare chiuso in cella giorni e giorni per 24 ore è stata un’ esperienza che mi ha provocato, e tuttora mi provoca, un dolore indicibile per il quale non esistono farmaci o qualsivoglia trattamento. La mia mente si trova in uno stato di prostrazione totale.

I mesi di giugno e luglio 2024 sono stati durissimi dal punto di vista climatico: circa 47 gradi in cella condivisa con un’altra persona in meno di 3 metri quadrati per ciascuno, invasi da decine e decine di mosche sia di giorno sia di sera con la luce del neon accesa. Si viveva in un contesto di assoluto degrado e sporcizia. Il cibo che preparavamo era costantemente invaso da nugoli di mosche e l’appetivo passava. Ero diventato 61 kg. Al mio arresto ero 74! Ho assistito a scene disumane: vicino alla mia cella c’era un signore di oltre 70 anni che faticava a respirare a causa dell’afa e dell’umidità.

Io ed altri detenuti, una sera, abbiamo chiamato la guardia di sevizio della sezione per segnalare il problema e l’urgenza di portare un ventilatore sapendo che all’interno di un magazzino del carcere ce ne erano diversi. C’è stato un confronto lessicale molto duro tra alcuni detenuti, tra cui il sottoscritto, e la guardia che non voleva andare a prendere il ventilatore. L’apostrofai come “individuo senza umanità” e facendogli presente che l’oggetto era necessario per una persona anziana. Egli, di tutta risposta, mi disse che ero io a non averla! Questo era il clima che si respirava all’interno di un luogo che definisco lager.

Venerdì  28 giugno 2024, circa alle ore 11.00, venni sottoposto ad interrogatorio in presenza di uno dei miei avvocati, Giovanni Montalto del foro di Ferrara, dal Pubblico Ministero Dottor Ciro Alberto Savino e alla presenza di due marescialli dei carabinieri uno dei quali, il maresciallo Fenuta, era anche l’autore del mio arresto.

Durante l’interrogatorio feci presente al Pubblico Ministero che le condizioni del carcere non erano degne di un paese civile e gli dissi che avevo fatto numerose domandine per essere trasferito in quinta sezione e che alle suddette non ebbi mai risposta. A fronte di questo gli chiesi di poter domandare al comandante delle guardie del carcere di rimanere ai nuovi giunti in quanto la paura di essere trasferito nella sezione in cui mi volevano portare era per me motivo di profonda preoccupazione per la mia incolumità.

Sempre nel mese di giugno feci partire due missive al garante dei detenuti dell’Emilia Romagna,  Roberto Cavalieri. Il contenuto delle due lettere riguardava lo stato di legalità in cui i detenuti versavano e chiedevo il suo intervento. Non ebbi mai risposta alle mie missive e mi venne il sospetto che le guardie non spedissero le lettere da me scritte. Scrissi anche alla senatrice Ilaria Cucchi per denunciare tutti gli episodi subiti in quel luogo che nulla aveva di istituto penitenziario, ma assomigliava palesemente ad un lager. Scrissi anche una lettera indirizzata alla Procura della Repubblica di Ferrara, la depositai all’ufficio matricola del carcere, per denunciare il fatto che alle mie missive, guarda caso a certe autorità che potevano verificare le condizioni del carcere, non ebbi mai risposte. Risposte che ad oggi non sono mai arrivate.

Desidero citare un episodio che mi ha ricordato i campi di concentramento nazisti in cui si vedevano dei corpi devastati dall’indigenza e con magrezza orribile. Mi trovavo sdraiato sul lettino dell’infermeria del carcere perché il giovedì era il giorno della visita cardiologica per i detenuti appena arrestati, quando mi levai la maglietta e vidi le costole che spingevano la pelle da quanto ero magro, esclamai “il mio povero corpo”.

Subito dopo vidi le espressioni di stizza e di disumanità da parte del personale infermieristico presente nell’ambulatorio, specialmente di un’infermiera (che tutt’ora posso riconoscere) che alla mia frase sopra citata mi rispose in malo modo affermando “fatti la galera”! Mi venne un impeto d’orgoglio e di conservazione della dignità della mia persona.

Con determinazione lessicale e tono alto della voce fui irremovibile a voler interloquire a tutti i costi con il dirigente sanitario del carcere Dottor Arcudi, il quale mi ricevette in una stanza attigua e si scusò da parte dell’infermiera per quella frase così infelice degna di un kapò di un campo di concentramento. Il 17 luglio 2024, la data esatta si può anche evidenziare dalla certificazione medica dell’area sanitaria interna al carcere e dalla documentazione medica dell’ospedale Sant’ Anna di Ferrara, venni fatto oggetto di un feroce pestaggio all’interno della mia cella. Il ricordo è molto vago perché persi conoscenza e non riuscì a quantificare il tempo perso in quanto mi ritrovai in un lago di sangue con la faccia completamente devastata.

Perdevo sangue dall’orecchio destro, dal naso e dalla bocca. Una volta ripresa conoscenza cominciai ad urlare per chiedere aiuto. Arrivò una guardia che mi aprì la porta e mi trascinai fuori dalla cella a fatica, mi diressi verso il cancello che portava all’infermeria urlando alla guardia che dovevo essere soccorso. La guardia era visibilmente impressionata dalla mia faccia grondante sangue, non ebbe esitazione ad aprirmi il cancello e farmi andare in infermeria.

Arrivato nell’aria sanitaria mi venne incontro il medico di turno, tale Daria Zuffi, una dottoressa alta circa 1,60 e di corporatura corpulente originaria di Genova alla quale chiedevo di essere portato all’ospedale per essere soccorso. Lei mi rispose che assolutamente non potevo andarci perché non c’era il personale ed alla mia richiesta di chiamare l’ambulanza, me lo negò. Mi misero una flebo al braccio e del ghiaccio secco per l’ecchimosi in faccia. Mi trattennero in infermeria per meno di un’ora ed in continuazione vi era un graduato, che posso riconoscere ancora oggi, che con fare minaccioso mi intimava di fare ritorno nella mia cella.

Terminata la flebo mi riportarono in cella, per protesta sono stato seduto tutta la notte su di uno sgabello piuttosto che dormire. Verso mezzanotte si è palesato il medico di guardia di quell’ora, il turno medico era cambiato. Una dottoressa con i capelli ramati ed accento meridionale proferì le seguenti parole “deve venire in infermeria per fare l’Ecg altrimenti rischio di fare la tua fine e finire in prigione”.

Protestai in maniera determinata perché non mi era stato dato alcun soccorso, non si distinguevano più gli occhi dal naso, livido e gonfio faticavo a tenere gli occhi aperti e a poter vedere. Andai comunque a fare l’esame e mi venne anche detto dalla dottoressa che alla mattina sarei andato all’ospedale. Il giorno seguente venni portato dal nucleo traduzioni delle guardie penitenziarie all’Arcispedale Sant’Anna. Mi ricordo che stavo malissimo, nonostante ci fossero più di 40 gradi avevo freddo e tremavo. Mi misero una coperta di lana addosso e mi coprì anche il viso. Venni visitato del medico del pronto soccorso di turno quella mattina che alla prima sommaria visita ordinò ad un infermiera di farmi una flebo e che sarei stato sottoposto ad una tac ed a una visito presso il chirurgo maxilofacciale. In realtà mi fecero solo la tac e mentre mi sottoponevo all’esame notai che una guardia, che mi aveva accompagnato, entrò senza che nessuno gliel’avesse detto nel gabbiotto del tecnico per vedere cosa risultava, violando prepotentemente la mia privacy.

Protestai per questa anomalia con il personale ospedaliero, ma non ebbi alcuna risposta perché il clima intimidatorio delle guardie ebbe il sopravvento su tutti i presenti. Mi riportarono in uno stanzone e dato che avevo freddo mi coprì di nuovo fino al volto lasciando aperto solo un piccolo pertugio per respirare. Vidi che un componente del nucleo traduzione con spiccato accento veneto mi scattava una fotografia con il proprio telefono. Egli credeva che non lo vedessi ed io non dissi nulla data la mia condizione di paura e di stato di shock. Per motivi a me sconosciuti durante la mia permanenza in questo stanzone mi venne cambiata la scorta di traduzione. Arrivò il medico che mi aveva accolto in pronto soccorso dicendomi che avevo una frattura composta allo zigomo destro e delle lesioni al setto nasale. Cercai di parlargli sottovoce chiedendo di essere ricoverato per il dolore acuto e quando mi sarei sottoposto alla visita maxilofacciale. Stavo per raccontare l’accaduto che mi aveva ridotto in quel modo e mi stava procurando così tanto male e di avvertire il mio avvocato quando le tre guardie presenti si catapultarono attaccate a me e al dottore. I tre chiesero al medico cosa gli stavo dicendo e lui rispose che volevo chiamare il mio avvocato. Una delle guardie, presumo il capo scorta un tipo corpulento con gli occhiali da vista, con il sorriso in faccia disse che l’avrei potuto farlo una volta ritornato in carcere.

Ricordo bene, in questo frangente, che il dottore disse che non aveva potere di farmi ricoverare. Trovai assurda la risposta in quanto dalla mia faccia non si riconoscevano più i connotati. Ricordo molto bene che una volta che il medico se ne andò, una guardia che parlava esclusivamente in dialetto napoletano alto circa 1,80-1,85 dell’età circa di 30 anni, venne presso la mia barella ed in maniera arbitraria mi manovrò la farfalla della flebo per aumentarne il flusso e accelerare il ritorno in carcere. Protestai e lo intimai di non farlo. Mi riportarono in carcere. Dopo circa dieci giorni, durante la visita dei miei parenti e prima di farli entrare nella sala dei colloqui, l’ispettore dell’ufficio colloqui  disse loro che era successo un incidente e che era molto dispiaciuto per l’accaduto. Disse anche di non spaventarsi per le mie condizioni terribili.

Nel mese di giugno del 2024 ho dichiarato all’ufficio di sorveglianza del carcere di essere un militante comunista quando un ispettore mi chiese “da che parte stavo” dato che era a conoscenza che avevo scritto alla senatrice Ilaria Cucchi. Gli risposi della mia appartenenza alla guerriglia colombiana di stampo marxista- leninista e di aver avuto ruoli di riguardo nello scambio di prigionieri di guerra nel conflitto colombiano durante gli anni 2007-2011. Rivendicavo la mia militanza comunista- rivoluzionaria in un contesto palesemente fascista nel quale non vi era nulla di umano, ma solo repressività nei confronti di coloro i quali, anche lessicalmente o con proteste pacifiche come lo sciopero della fame, pretendevano di far valere la loro dignità di essere umani.

Il 6 novembre 2024 venni messo agli arresti domiciliari con braccialetto elettronico.

 Il 28 aprile 2025 mi venne concesso di recarmi al lavoro in cui competenze riguardano le pulizie in un’azienda. Da giovedì 24 luglio mi hanno attenuto la misura cautelare perché il mio processo con rito abbreviato è stato rimandato al 20 novembre 2025. Mi trovo con l’obbligo di dimora nel Comune di residenza. Ho deciso di intraprendere uno sciopero della fame ad oltranza per denunciare lo stato delle carceri in questo Paese, inaccettabile sotto tutti i punti di vista, in primis quello umano. Se un prigioniero valesse un voto elettorale, ci sarebbero indulti oppure amnistie ogni sei mesi, mentre la ferocia di chi rifiuta un atto umanitario dovuto, rivendica solamente il diritto di usare i detenuti come merce umana di sacrificio da immolare nelle campagne elettorali. Non pretendo nulla da chi non ha nulla da dare, non mi aspetto nulla con questo gesto da una persona insignificante come me, ma sicuramente quando fra cent’anni le scuole visiteranno i sistemi penitenziari di quest’epoca, si accorgeranno dell’immoralità che quotidianamente viene consumata in queste vasche biologiche sociali.

Se in Olanda nel 2023 sono stati chiusi due carceri ed al loro posto costruiti ed aperti  un ospedale ed una scuola, un motivo c’è! In quel paese c’è una recidiva bassissima nei confronti dei detenuti che escono dal carcere perché lo stato provvede in maniera lungimirante a farne dei cittadini nonostante gli sbagli compiuti. In Italia la recidiva è oltre il 70% perché nonostante le belle parole dell’art.27 della Costituzione il modus operandi è “sorvegliare e punire”! Gli educatori non sono preparati per farlo in quanto il pregiudizio nei confronti dei detenuti è sempre presente e sinceramente a nulla interessa il destino di questa umanità dolente.

L’Italia non è un Paese civile. Rivendico la mia militanza comunista- rivoluzionaria ed ho richiesto, tramite lettera diretta, al signor Presidente della repubblica bolivariana del Venezuela dottor Nicols Maduro, le cui carceri non sono nelle condizioni di quelle italiane, asilo politico e protezione internazionale. Già dalle riforme penitenziarie messe in atto nel 2008-2009 dal comandante Hugo Chiavez Frias, le carceri venezuelane avevano uno spirito rieducativo e di rinserimento nella società civile.  Invito don Ciotti che si stupisce che il presidente del Venezuela porti i suoi figli in una scuola cattolica, di visitare di persona le carceri italiane e sono sicuro che da uomo di chiesa e da italiano proverà vergogna. Non si parla più dell’appello di Papa Francesco riguardo agli atti di clemenza nei confronti dei detenuti. A tutti quei farisei che si sedevano nelle sedie dei potenti al funerale del Papa, non poteva fregare di meno di quell’uomo il cui ultimo atto è stato visitare Rebibbia.

Quindi domani venerdì 1 agosto smetterò di nutrirmi.

Voglio ricordare una frase di Bobby Sands, militante e comandate della “Brigata Belfast dell’Irish Republic Army”, facente parte degli “hungers strikers”, morto dopo uno sciopero della fame di 66 giorni presso il campo di concentramento di Longkesh in Irlanda del nord, che diceva “LA NOSTRA VENDETTA SARA’ IL SORRISO DEI NOSTRI FIGLI”.

Hasta la victoria siempre, la lotta continua.

Alessandro Casolari

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