Val di Susa sotto assedio: 800 persone identificate, militarizzazione e passerella elettorale. Ma il Movimento No Tav non arretra


Controlli di massa, fogli di via, divieti e una valle trasformata in zona militare per la visita di Giorgia Meloni. Dalla conferenza stampa del Movimento No Tav arriva una denuncia durissima: «Non è sicurezza, è occupazione del territorio e propaganda elettorale».

La Val di Susa è stata ancora una volta trasformata in un laboratorio di militarizzazione permanente. Oltre ottocento persone identificate, posti di blocco lungo le principali vie di accesso alla valle, perquisizioni, fogli di via, DASPO urbani, divieti amministrativi e un imponente dispiegamento di forze dell’ordine hanno accompagnato le giornate del Festival Alta Felicità e la tradizionale marcia No Tav verso i cantieri della Torino-Lione.

Secondo quanto denunciato dal Movimento No Tav nella conferenza stampa diffusa da Radio Onda d’Urto, non si è trattato di semplici misure di ordine pubblico, ma dell’ennesima dimostrazione di come la Val di Susa continui a essere trattata come un territorio occupato militarmente.

L’operazione è culminata con la visita della presidente del Consiglio Giorgia Meloni ai cantieri della Torino-Lione. Una presenza che il movimento definisce una vera e propria passerella elettorale costruita attorno a una grande opera che continua ad accumulare ritardi, costi e contestazioni sociali.

Per il Movimento No Tav, la presenza del governo in valle non aveva nulla a che vedere con la sicurezza o con l’avanzamento dei lavori. Era piuttosto un messaggio politico: ribadire la volontà dello Stato di imporre l’opera attraverso la forza, nonostante oltre trent’anni di opposizione popolare.

Nella conferenza stampa gli attivisti hanno ricostruito il clima vissuto nei giorni del Festival Alta Felicità: centinaia di persone fermate e identificate mentre raggiungevano Venaus, automobili perquisite ai caselli autostradali, controlli nelle stazioni ferroviarie, limitazioni alla circolazione e perfino il divieto di vendita di alcolici disposto dalla Prefettura in diversi comuni della valle. Un dispositivo eccezionale che, sottolineano, non ha alcuna giustificazione se non quella di intimidire chi sceglie di partecipare alle iniziative del movimento.

La risposta, però, è arrivata dalle migliaia di persone che hanno comunque attraversato il Festival e preso parte alla marcia verso i cantieri. Ancora una volta la repressione non è riuscita a isolare il movimento.

Nella conferenza stampa è stato inoltre ribadito come la militarizzazione della valle non rappresenti un fatto episodico ma una condizione permanente che dura ormai da anni. Interi territori vengono sottratti alla normale vita civile, recintati, sorvegliati da migliaia di agenti e trasformati in zone di eccezione per garantire la realizzazione di un’opera che continua a essere contestata da una parte consistente della popolazione.

È la stessa logica che negli ultimi mesi si è estesa ben oltre la Val di Susa. Dalle mobilitazioni per la Palestina agli scioperi della logistica, dagli spazi sociali agli attivisti climatici, il governo Meloni sembra aver scelto una strategia precisa: affrontare il conflitto sociale esclusivamente attraverso l’espansione dei poteri di polizia e della repressione preventiva.

La Val di Susa continua così a rappresentare un laboratorio politico. Qui, molto prima dei nuovi decreti sicurezza, si sono sperimentati fogli di via, zone militarizzate, controlli di massa, sorveglianza continua e criminalizzazione del dissenso. Strumenti che oggi vengono progressivamente estesi all’intero Paese.

Ma dalla conferenza stampa emerge anche un altro messaggio. Il Movimento No Tav rivendica di essere ancora presente, capace di coinvolgere nuove generazioni e di costruire connessioni con altre lotte: dalla Palestina ai movimenti per la casa, dalle vertenze ambientali alle mobilitazioni contro il riarmo e l’economia di guerra.

Per questo la visita di Meloni viene letta non come un segnale di forza, ma come il tentativo di riaffermare un controllo politico su un territorio che, nonostante trent’anni di processi, sgomberi, militarizzazione e campagne mediatiche, continua a rappresentare uno dei principali simboli della resistenza sociale nel nostro Paese.

Le oltre ottocento identificazioni raccontano molto più della gestione di un evento pubblico. Raccontano l’idea di democrazia che accompagna le grandi opere nell’Italia di oggi: trasformare chi protesta in un problema di ordine pubblico e interi territori in spazi di eccezione. Ma raccontano anche che, dopo oltre tre decenni, la Val di Susa continua a rifiutare questo destino.


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