Dalle violenze denunciate durante i cortei del 24 ottobre al nuovo decreto sicurezza, prende forma un sistema che punta a impedire il dissenso prima ancora che si manifesti. Minorenni trattenuti, controlli di massa e poteri amministrativi sempre più estesi segnano una trasformazione del rapporto tra Stato e cittadini.
Un ragazzo minorenne viene colpito durante una carica di polizia, accompagnato in questura e trattenuto per dieci ore. Durante il trattenimento lamenta mal di testa, vomita e chiede assistenza medica. Soltanto dopo il rilascio raggiunge un ospedale, dove gli viene riscontrata un’emorragia cerebrale in corso. Una donna racconta di essere stata trattenuta e costretta a spogliarsi. Altri minorenni vengono accompagnati negli uffici di polizia senza che, secondo le denunce raccolte, i genitori siano tempestivamente informati. Sono alcuni degli episodi documentati da Marika Ikonomu nell’inchiesta “Idranti, cariche, fermi. Ecco la nuova strategia per zittire le proteste”, pubblicata sul quotidiano Domani. Testimonianze che richiedono accertamenti rigorosi, ma che pongono già una questione politica: quali limiti incontra oggi l’esercizio del potere coercitivo dello Stato e quali garanzie restano a chi scende in piazza?
Le manifestazioni del 24 ottobre hanno restituito un quadro inquietante. A Milano sono stati denunciati caroselli dei mezzi di polizia in piazza Duomo; a Torino, in piazza Crispi, i manifestanti hanno riferito di essere stati circondati su tutti e quattro i lati da camionette e reparti schierati. Sempre a Torino un’automobile civile, identificata come mezzo della Digos, ha attraversato a velocità elevata piazza Castello mentre era occupata dai manifestanti. A Bologna gli idranti sono stati utilizzati anche nell’area in cui un’ambulanza stava soccorrendo un giovane rimasto ferito alla testa, mentre altre persone sedute a terra con le braccia alzate venivano investite dai getti d’acqua.
Non si tratta soltanto di ricostruire una successione di episodi. Le denunce riguardano modalità di intervento che sollevano problemi gravissimi di legittimità, proporzionalità e responsabilità. Colpire una persona alla testa con il manganello, sparare lacrimogeni direttamente contro i corpi, impedire l’accesso tempestivo alle cure o utilizzare mezzi di contenimento in modo indiscriminato non può essere giustificato richiamando genericamente le esigenze dell’ordine pubblico. L’avvocato Francesco Romeo, intervistato da Domani, richiama proprio i limiti legali nell’impiego dei manganelli e dei lacrimogeni. Il ricercatore Carlo Caprioglio segnala inoltre le criticità delle cosiddette nasse, pratiche di accerchiamento che, a seconda delle modalità concrete, possono configurare restrizioni arbitrarie della libertà personale e risultare incompatibili con le garanzie riconosciute dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo.
Il punto politico è che queste pratiche non possono essere considerate separatamente dalla trasformazione normativa in corso. La gestione delle manifestazioni non si esaurisce più nell’intervento durante gli scontri o nell’eventuale perseguimento di reati commessi. Si estende alla possibilità di controllare, identificare, trattenere e allontanare persone prima che partecipino a un corteo. La prevenzione amministrativa assume così una funzione crescente, affiancandosi al diritto penale e consentendo alle autorità di intervenire sulla base di valutazioni di pericolosità che non coincidono con l’accertamento di responsabilità individuali.
È lo stesso ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ad aver chiarito l’indirizzo politico dell’esecutivo. Intervenendo alla trasmissione Quarta Repubblica, ha spiegato che il ricorso al sistema penale incontra i limiti dell’applicazione giudiziaria e che, proprio per questo, il governo sta rafforzando gli strumenti di prevenzione amministrativa. La dichiarazione è particolarmente significativa. La presenza di un giudice, chiamato a verificare la fondatezza delle accuse e il rispetto delle garanzie, viene rappresentata come un ostacolo all’efficacia dell’azione governativa. La soluzione individuata consiste nello spostare una parte crescente del controllo sociale verso misure affidate all’iniziativa delle autorità amministrative e di polizia.
Non siamo di fronte alla semplice introduzione di nuovi reati. È un mutamento del rapporto tra potere esecutivo e libertà costituzionali. Il diritto penale, pur con tutte le sue contraddizioni e la sua funzione selettiva, richiede l’individuazione di condotte previste dalla legge e l’accertamento delle responsabilità. Le misure preventive, invece, possono incidere sulla libertà delle persone sulla base di comportamenti ritenuti sospetti, circostanze ambientali o valutazioni prognostiche. Quando i presupposti sono formulati in termini generici e i controlli giurisdizionali risultano limitati, il rischio di arbitrarietà cresce considerevolmente.
Il decreto-legge n. 190 del 22 ottobre 2026, approvato dal Consiglio dei ministri il 20 ottobre ed entrato in vigore il giorno successivo alla pubblicazione, rappresenta un ulteriore passaggio di questo processo. Il provvedimento interviene sulla disciplina delle manifestazioni, sulla responsabilità penale minorile e sugli strumenti di prevenzione. Introduce, tra l’altro, il reato di violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche e rafforza le possibilità di intervento nei confronti dei minori. Le disposizioni sono già in vigore come decreto-legge, pur essendo sottoposte all’iter parlamentare di conversione. Non si tratta dunque di semplici anticipazioni giornalistiche, ma di norme che producono effetti immediati e che devono essere valutate per le conseguenze concrete sulle libertà personali.
L’inchiesta di Ikonomu permette di osservare queste trasformazioni dal punto di vista di chi le subisce. Federica Borlizzi, avvocata e ricercatrice, individua nei decreti sicurezza del 2025 e del 2026 un cambiamento di paradigma: la sicurezza non viene più concepita principalmente come tutela delle persone, ma come protezione dell’autorità e conservazione della sua capacità di comando. In questa prospettiva, la manifestazione non è una forma ordinaria di partecipazione democratica, bensì un evento potenzialmente destabilizzante da neutralizzare. L’obiettivo non consiste soltanto nel punire alcune condotte, ma nel ridurre preventivamente la possibilità stessa che il dissenso trovi espressione collettiva.
I dati raccolti da Hub for Defenders, la rete di supporto a chi esercita e difende la libertà di protesta, confermano la dimensione del problema. Nel primo anno di attività erano arrivate 110 segnalazioni. Tra il 17 e il 24 ottobre ne sono state registrate altre cento, riguardanti 130 persone. Alcune richieste di assistenza provenivano da genitori che non riuscivano ad avere notizie dei figli, altre direttamente da minorenni. I casi segnalati comprendevano persone fermate prima delle manifestazioni, anche in luoghi lontani dai concentramenti, come stazioni, bar e parchi.
Questi numeri non costituiscono un censimento complessivo degli interventi di polizia, ma rappresentano un indicatore significativo delle difficoltà incontrate nell’esercizio del diritto di manifestare. Ancora più preoccupanti sono le circostanze riferite dagli avvocati che assistono le persone trattenute. Berretti, scaldacollo, adesivi e persino materiale sanitario sarebbero stati considerati elementi sufficienti ad alimentare il sospetto. Oggetti comuni, privi di un significato necessariamente illecito, possono così diventare indizi di una pericolosità attribuita in anticipo.
Il problema non riguarda soltanto l’eventuale abuso di una misura, ma la sua funzione intimidatoria. Una persona fermata mentre raggiunge una manifestazione viene sottratta alla possibilità di parteciparvi. Anche quando non segue alcuna contestazione penale, il trattenimento ha già prodotto il proprio effetto: ha impedito l’esercizio di un diritto in un momento determinato. Se poi si aggiungono identificazioni ripetute, fotosegnalamenti e difficoltà nell’ottenere informazioni sulle ragioni del provvedimento, l’esperienza della partecipazione politica viene associata alla possibilità concreta di subire un intervento coercitivo.
L’applicazione di queste pratiche ai minorenni rende il quadro ancora più grave. Nelle ultime settimane le scuole sono diventate uno dei luoghi in cui si manifesta con maggiore evidenza l’indirizzo repressivo dell’esecutivo. Al Giordano Bruno di Roma, nel quartiere Tufello, un tentativo di occupazione studentesca si è concluso con l’intervento delle volanti e l’accompagnamento di sette ragazzi al commissariato Fidene Serpentara. Secondo le testimonianze, altri trasferimenti sarebbero stati impediti dalla mobilitazione dei compagni e di alcuni genitori. Il messaggio trasmesso è evidente: anche una forma tradizionale di protesta studentesca può essere affrontata attraverso strumenti di polizia.
Si delinea una concezione disciplinare delle nuove generazioni. Il giovane delle periferie viene rappresentato come un potenziale delinquente, lo studente che occupa una scuola come un soggetto da identificare, il manifestante che si presenta a un corteo come una persona da sottoporre a controllo preventivo. La categoria dei cosiddetti maranza, utilizzata per associare marginalità sociale, origine migratoria e pericolosità, contribuisce a questa costruzione.
Carlo Caprioglio, autore insieme a Giuseppe Campesi del volume Il potere coercitivo. Forze dell’ordine, democrazia, diritti, richiama nell’inchiesta di Domani un altro elemento decisivo: l’ampliamento delle tutele politiche e giuridiche riconosciute agli apparati coercitivi, accompagnato dalla svalutazione delle garanzie per alcune categorie sociali. Le misure relative alle spese legali degli agenti, le discussioni sul cosiddetto scudo penale e le modalità di utilizzo delle bodycam si inseriscono in un confronto più ampio sulla responsabilità delle forze dell’ordine. Non basta introdurre strumenti di registrazione o modificare singole procedure se rimangono opachi la catena di comando, i criteri di impiego della forza e i meccanismi di accertamento delle responsabilità.
L’eventuale illegittimità di un intervento non può essere liquidata come l’iniziativa di qualche agente isolato. Le operazioni di ordine pubblico vengono pianificate, autorizzate e dirette attraverso precise strutture gerarchiche. Quando in città differenti vengono denunciate modalità analoghe di accerchiamento, cariche, trattenimenti preventivi e uso di strumenti coercitivi, diventa necessario interrogarsi anche sugli indirizzi operativi e sulle responsabilità politiche. La tutela delle libertà costituzionali non può dipendere esclusivamente dalla possibilità, spesso difficile e costosa, che una singola persona riesca a ottenere giustizia dopo aver subito un abuso.
La questione assume una dimensione ancora più ampia se collegata alla militarizzazione delle città. L’invio di altri 500 militari a Milano, la scelta di rafforzare la presenza militare nello spazio urbano ha un significato preciso: problemi sociali e mobilitazioni vengono affrontati privilegiando dispositivi di controllo e deterrenza.
La saldatura tra politiche securitarie e politiche di guerra aggiunge un ulteriore elemento di riflessione. La crescente centralità del riarmo, la militarizzazione del linguaggio pubblico e la rappresentazione del dissenso come minaccia interna contribuiscono a ridefinire il rapporto tra istituzioni e società. Chi contesta le priorità economiche, le spese militari, il razzismo istituzionale o il genocidio in Palestina rischia di essere rappresentato non come un soggetto politico, ma come un elemento destabilizzante. La costruzione del nemico interno permette di spostare il confronto dalle scelte governative alla presunta pericolosità di chi le contesta.
Il punto, allora, non è stabilire se ogni manifestazione debba essere considerata legittima in tutte le sue espressioni, né chiedere ai movimenti continue dichiarazioni di innocenza. È riconoscere che i diritti costituzionali non possono essere subordinati alla discrezionalità degli apparati di sicurezza. Le eventuali responsabilità individuali devono essere accertate con le garanzie previste dalla legge; non possono diventare il pretesto per comprimere indiscriminatamente la libertà di migliaia di persone. Allo stesso modo, le violenze illegittime esercitate da appartenenti alle forze dell’ordine devono essere indagate senza protezioni corporative e senza sottrarre al controllo pubblico le responsabilità istituzionali.
Le testimonianze raccolte da Marika Ikonomu su Domani descrivono qualcosa che va oltre la cronaca delle manifestazioni del 24 ottobre. Mostrano gli effetti concreti di un sistema nel quale il controllo preventivo tende a prevalere sul riconoscimento della libertà di protesta. Un minorenne trattenuto per ore mentre lamenta sintomi che richiedono cure urgenti, genitori lasciati senza informazioni, persone fermate prima di raggiungere un corteo, manifestanti accerchiati e colpiti: sono vicende sulle quali occorrono verifiche e responsabilità, non giustificazioni automatiche.
La domanda decisiva non è quanta polizia serva per governare le piazze, ma quale democrazia rimanga quando l’autorità può impedire preventivamente alle persone di riunirsi, protestare e contestare il potere. Uno Stato che amplia continuamente i propri strumenti coercitivi mentre riduce gli spazi di partecipazione non risolve le contraddizioni sociali: cerca di renderle invisibili. E quando la sicurezza finisce per coincidere con la protezione dell’autorità dalle contestazioni, il problema non è più soltanto la gestione dell’ordine pubblico. È la trasformazione autoritaria della democrazia stessa.
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