Torino laboratorio della repressione: dalla sorveglianza speciale ai teoremi dell’«eversione di piazza»

Foto Pagina Facebook Mamme in piazza per la libertà di dissenso

La richiesta di sorveglianza speciale per una studentessa di 24 anni riporta al centro una questione che attraversa da anni il capoluogo piemontese: l’uso di strumenti eccezionali contro i movimenti sociali e la costruzione di un paradigma securitario che trasforma il dissenso in pericolosità sociale.

Torino torna ancora una volta al centro del dibattito sulla repressione del dissenso. A riportare l’attenzione sul tema è un articolo di Mario Di Vito pubblicato su il manifesto, che ricostruisce l’ultima richiesta di sorveglianza speciale avanzata dalla Questura nei confronti di Sara Munari, 24 anni, militante del Collettivo Universitario Autonomo.

La misura richiesta non è una sanzione ordinaria. La sorveglianza speciale è uno strumento previsto dal Codice Antimafia e nasce per soggetti ritenuti appartenenti alla criminalità organizzata o al terrorismo. Può essere applicata anche in assenza di condanne penali e comporta pesanti limitazioni della libertà personale: obblighi di dimora, restrizioni negli spostamenti, divieti di frequentazione, orari di rientro e controlli continui.

Nel caso di Munari, come evidenzia Di Vito, non si contestano reati particolarmente gravi. Si parla di danneggiamenti, imbrattamenti, episodi di piazza e della sua partecipazione alle mobilitazioni sociali e pro Palestina che negli ultimi mesi hanno attraversato Torino. Eppure la giovane viene indicata come soggetto “socialmente pericoloso”, categoria che consente di applicare strumenti tipici del diritto della prevenzione anziché del diritto penale ordinario.

La vicenda non è isolata. Negli ultimi anni richieste analoghe hanno riguardato figure note dei movimenti torinesi come Giorgio Rossetto, Stefano Millesimo ed Eddi Marcucci. Un elenco che testimonia come l’utilizzo delle misure di prevenzione si stia progressivamente spostando dal contrasto alla criminalità organizzata verso il controllo del conflitto sociale e politico.

Torino rappresenta da tempo un laboratorio di queste pratiche. Non è un caso che proprio nel capoluogo piemontese sia stata elaborata la teoria dell’«eversione di piazza», formulata dall’allora procuratrice generale Lucia Musti. Una lettura che individua nei centri sociali, nei movimenti territoriali e nelle realtà antagoniste non semplicemente soggetti protagonisti di proteste o conflitti, ma potenziali minacce all’ordine democratico.

Questa impostazione ha prodotto negli anni numerose inchieste costruite attorno all’idea che dietro le mobilitazioni esista sempre una regia occulta, un gruppo dirigente capace di orientare e dirigere le proteste. È la logica del “chi c’è dietro”, il tentativo di trasformare fenomeni sociali complessi e diffusi in organizzazioni strutturate e criminali.

Il caso Askatasuna è probabilmente il più emblematico. Il maxi-processo nato dall’accusa di associazione a delinquere e fondato proprio sull’idea dell’«eversione di piazza» ha già visto crollare gran parte dell’impianto accusatorio in primo grado. Eppure quel paradigma continua a orientare molte indagini e a fornire il quadro interpretativo attraverso cui leggere le mobilitazioni sociali.

Nell’articolo pubblicato su il manifesto, Mario Di Vito richiama anche le riflessioni dell’avvocato Claudio Novaro, che nei giorni scorsi aveva denunciato su Volere la Luna il clima repressivo esistente a Torino. Novaro individua un nodo cruciale: il monopolio interpretativo della protesta affidato alle forze di polizia.

Secondo l’avvocato, la Questura dispone di un patrimonio informativo costruito attraverso anni di monitoraggi, schedature, osservazioni e intercettazioni che finisce per orientare l’intero procedimento giudiziario. Sono le forze dell’ordine a definire chi siano i soggetti ritenuti più pericolosi, a selezionare gli indagati e a costruire la rappresentazione del conflitto sociale che successivamente viene recepita nelle indagini e nelle richieste cautelari.

È un passaggio fondamentale perché sposta il tema dalla singola vicenda giudiziaria a una questione più generale: il rapporto tra sicurezza e democrazia. Quando il dissenso viene letto principalmente attraverso categorie di ordine pubblico e quando strumenti nati per contrastare mafia e terrorismo vengono applicati a studenti, attivisti e militanti politici, il rischio è quello di una progressiva espansione del diritto della prevenzione a scapito delle garanzie costituzionali.

Negli ultimi anni Torino ha visto moltiplicarsi misure cautelari, fogli di via, divieti di dimora, sorveglianze speciali e procedimenti penali nei confronti di attivisti No Tav, militanti dei centri sociali e partecipanti alle mobilitazioni per la Palestina. Una tendenza che si inserisce in un quadro nazionale segnato dall’approvazione del decreto Sicurezza e dalla crescente centralità degli strumenti repressivi nella gestione del conflitto sociale.

La richiesta di sorveglianza speciale per Sara Munari non riguarda dunque soltanto una giovane attivista. È il sintomo di una trasformazione più profonda, nella quale il dissenso tende a essere definito come pericolosità e la partecipazione politica rischia di essere trattata come una questione di sicurezza pubblica.

Per questo la vicenda torinese merita attenzione. Non solo per ciò che accade nelle aule giudiziarie, ma perché pone una domanda che riguarda la qualità stessa della democrazia: fino a che punto uno Stato può utilizzare strumenti eccezionali per governare il conflitto sociale senza trasformare il dissenso in una forma di devianza da prevenire?



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