Dieci attivisti sequestrati nel silenzio dell’Europa


Domenico Centrone, Leonarda Alberizia e altri otto attivisti del Global Sumud Land Convoy restano detenuti in un luogo segreto a Bengasi. Mentre l’Europa affida alla Libia il controllo delle frontiere, cresce la mobilitazione per la loro liberazione

Ventidue giorni di detenzione senza accuse formalizzate. Ventidue giorni di notizie frammentarie, ufficiose, spesso contraddittorie. Ventidue giorni durante i quali Domenico Centrone, Leonarda Alberizia e altri otto attivisti internazionali del Global Sumud Land Convoy continuano a essere trattenuti nella Libia orientale controllata dal generale Khalifa Haftar.

Erano partiti con una missione semplice e disarmata: raggiungere il valico di Rafah per portare aiuti umanitari alla popolazione della Striscia di Gaza, sottoposta da oltre due anni a bombardamenti, fame, distruzione sistematica delle infrastrutture civili e assedio. Oggi si trovano invece prigionieri a Bengasi, senza che siano stati resi noti capi d’accusa e senza che sia stato garantito un pieno accesso alla difesa legale.

La vicenda riguarda dieci attivisti provenienti da diversi paesi che partecipavano al Global Sumud Land Convoy, la carovana internazionale partita dalla Mauritania il 25 aprile per rompere l’isolamento imposto a Gaza e consegnare aiuti salvavita alla popolazione palestinese. Il loro arresto è avvenuto dopo che una delegazione si era staccata dal convoglio per tentare di negoziare il passaggio degli aiuti attraverso i territori controllati dalle autorità della Libia orientale.

Da allora il silenzio.

Secondo il ministro degli Esteri Antonio Tajani sarebbero in corso interlocuzioni diplomatiche che avrebbero portato a un miglioramento delle condizioni di detenzione. Ma le sue stesse dichiarazioni confermano il carattere anomalo della vicenda: a distanza di oltre tre settimane non risultano ancora formalizzati i capi di accusa.

Nel frattempo familiari, associazioni e organizzazioni di solidarietà denunciano l’insufficienza delle informazioni fornite dalle autorità italiane. Gennaro Cifinelli, presidente di Zona Franka, ha sottolineato come le poche comunicazioni provenienti dall’ambasciata italiana non possano essere considerate adeguate di fronte a una situazione tanto grave.

Anche sul piano legale la situazione resta estremamente problematica. Come spiegato dall’avvocata Enrica Rigo del team legale della Flotilla, gli avvocati non hanno ancora ottenuto il permesso di incontrare i detenuti. Per i due cittadini italiani si sta tentando una procedura alternativa per garantire l’assistenza legale, ma il mancato accesso ai prigionieri continua a rappresentare una violazione elementare delle garanzie giuridiche.

Dietro questa vicenda c’è però una domanda politica che va ben oltre il destino dei dieci attivisti.

Perché l’Italia e l’Unione Europea, che intrattengono rapporti continui con le autorità libiche, non riescono a ottenere la liberazione di persone detenute senza accuse? Perché la pressione diplomatica appare così debole?

La risposta va probabilmente cercata nel ruolo che la Libia continua a svolgere nelle politiche migratorie europee. Da pochi giorni è entrato in vigore il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, fondato anche sull’esternalizzazione delle frontiere. Da anni Bruxelles e gli Stati membri finanziano, addestrano e sostengono gli apparati di sicurezza libici affinché fermino migranti e richiedenti asilo prima che possano raggiungere l’Europa.

La Libia non è quindi un interlocutore qualsiasi. È uno dei pilastri del sistema europeo di controllo delle frontiere.

Per questo appare difficile credere che manchino strumenti diplomatici per ottenere il rilascio dei dieci attivisti. Le relazioni politiche, economiche e di sicurezza tra Europa e Libia sono costanti e profonde. Se oggi Domenico Centrone, Leonarda Alberizia e gli altri nove volontari restano detenuti, non è certo per assenza di canali diplomatici.

Intanto cresce la mobilitazione.

A Bari, città dove Domenico insegna all’università, si moltiplicano presidi e iniziative. La sorella Maria Rosaria ha raccontato in un video gli ultimi giorni prima della partenza, ricordando i tentativi di convincerlo a rinunciare al viaggio e la sua risposta: non si può restare a guardare mentre per anni scorrono davanti agli occhi le immagini di bambini mutilati, ospedali distrutti, città rase al suolo e un intero popolo privato del diritto a vivere.

Quelle parole spiegano meglio di qualsiasi comunicato il senso della missione Sumud. Non un’avventura, non una provocazione, ma una scelta di solidarietà concreta verso una popolazione che continua a essere vittima di una delle più gravi catastrofi umanitarie del nostro tempo.

Per questo la detenzione dei dieci attivisti non riguarda soltanto loro. Riguarda il diritto di portare aiuti umanitari. Riguarda il diritto di opporsi all’assedio di Gaza. Riguarda il tentativo sempre più evidente di colpire e scoraggiare chiunque provi a trasformare la solidarietà in azione concreta.

Ventidue giorni senza accuse. Ventidue giorni di silenzio. Ventidue giorni di troppo.

Domenico Centrone, Leonarda Alberizia e gli altri attivisti devono essere liberati immediatamente.

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