Callune, espulsa dall’Italia per le proteste climatiche del 2022


La Prefettura di Roma considera la 24enne francese una minaccia per la sicurezza pubblica e le vieta il ritorno per cinque anni. Non ha mai ricevuto una condanna. Ultima Generazione ricorre al Tar

Ha 24 anni, è cittadina francese, vive e lavora in Toscana come artigiana tessile e bracciante agricola. Non ha mai ricevuto una condanna per le azioni compiute con Ultima Generazione. Eppure, secondo il prefetto di Roma, la sua presenza sarebbe «incompatibile con la civile e sicura convivenza» e il suo comportamento rappresenterebbe «una minaccia concreta, effettiva e sufficientemente grave per la sicurezza pubblica». Per questo Callune dovrà lasciare l’Italia e non potrà rientrarvi per cinque anni.

Il decreto di allontanamento per motivi di ordine pubblico le è stato notificato il 21 agosto. Secondo quanto riferisce Ultima Generazione, due giorni prima la polizia si era presentata di prima mattina nella sua abitazione per un controllo del quale l’attivista afferma di non aver ricevuto spiegazioni. Gli agenti sono tornati il 21 agosto per consegnarle il provvedimento firmato dal prefetto di Roma: trenta giorni per abbandonare il territorio italiano. In caso di rientro durante i cinque anni di divieto, rischierebbe fino a un anno di reclusione e un nuovo allontanamento con accompagnamento alla frontiera.

Alla base del provvedimento ci sono azioni di disobbedienza civile compiute nel 2022. Tra queste le proteste dell’1 e 2 febbraio davanti e all’interno della sede romana del Ministero della Transizione ecologica. Ultima Generazione era allora una campagna promossa da Extinction Rebellion e chiedeva al governo Draghi un confronto pubblico sulla crisi climatica e l’istituzione di un’assemblea cittadina nazionale sulla giustizia climatica. Dopo numerose richieste di incontro rimaste senza risposta, gli attivisti lanciarono e spruzzarono vernice sulla facciata e all’interno del ministero. Le proteste, i fermi e la successiva risposta delle forze dell’ordine sono documentati dalle cronache dell’epoca e arrivarono anche all’attenzione del Parlamento.

Sulla natura di quelle azioni ci fu già allora uno scontro politico. Ultima Generazione ed Extinction Rebellion sostennero che nessuna persona fosse stata aggredita e diffusero immagini per documentare il carattere nonviolento della protesta; un’interrogazione presentata al Senato descrisse a sua volta l’iniziativa come nonviolenta nei confronti delle persone. L’allora ministro Roberto Cingolani diede invece una ricostruzione differente, parlando di persone spinte, dipendenti colpiti dalla vernice e «atteggiamenti violenti». È quindi più corretto distinguere il danneggiamento e l’imbrattamento degli edifici dalla questione, contestata fin dall’origine, dell’esistenza di violenze contro le persone.

Quattro anni e mezzo dopo, quegli episodi vengono utilizzati non soltanto sul terreno penale, ma per mettere in discussione la permanenza stessa di Callune in Italia. Ed è questo salto a rendere il caso particolarmente significativo: da un’azione di disobbedienza civile compiuta nel 2022 alla qualificazione, nel 2026, di una giovane cittadina europea come minaccia attuale per la sicurezza pubblica.

«Tremavo mentre mi dicevano che avevo trenta giorni per lasciare l’Italia, quando qui ci sono i miei amici, le persone a cui voglio bene, tutta la mia vita», racconta Callune nel comunicato diffuso da Ultima Generazione. «Non sono mai stata condannata per le azioni fatte con Ultima Generazione: questa è una misura puramente politica per intimidirmi. Per questo ho deciso di fare ricorso e di non accettare una sanzione che mi è stata imposta in modo arbitrario».

La questione è ancora più delicata perché Callune è cittadina dell’Unione europea. Il decreto legislativo 30 del 2007, sul quale si fonda il provvedimento, recepisce nell’ordinamento italiano la direttiva europea 2004/38 sulla libertà di circolazione e soggiorno dei cittadini dell’Unione. E quella normativa pone limiti precisi alla possibilità degli Stati di ricorrere all’ordine pubblico e alla pubblica sicurezza per comprimere tale libertà.

L’articolo 27 della direttiva stabilisce infatti che le misure devono rispettare il principio di proporzionalità ed essere fondate esclusivamente sul comportamento personale dell’interessato. Soprattutto, la semplice esistenza di condanne penali non sarebbe comunque sufficiente: occorre che la condotta personale rappresenti una minaccia «reale, attuale e sufficientemente grave» per un interesse fondamentale della società. Sono escluse anche giustificazioni fondate sulla prevenzione generale anziché sulla situazione individuale della persona interessata.

È qui che si apre il nodo centrale del caso Callune. Non tanto perché l’assenza di una condanna renda automaticamente illegittimo l’allontanamento: non è così. La Corte di giustizia dell’Unione europea ha chiarito che anche fatti che non abbiano prodotto una condanna possono essere presi in considerazione dall’autorità. Devono però rientrare in una valutazione individuale capace di dimostrare l’esistenza, al momento dell’adozione della misura, di una minaccia effettiva e sufficientemente grave.

La questione diventa allora inevitabilmente temporale. Come può un comportamento risalente a oltre quattro anni prima dimostrare che una persona costituisce oggi una minaccia reale e attuale? È precisamente uno dei punti sui quali si concentrerà il contenzioso amministrativo. Ultima Generazione ha infatti presentato ricorso al Tar del Lazio contro il decreto, contestando la valutazione della Prefettura.

Non spetta anticipare quale sarà la decisione dei giudici amministrativi. Ma il caso mostra con particolare chiarezza quanto gli strumenti dell’ordine pubblico possano incidere sulla vita di chi partecipa alla protesta politica anche senza attendere una condanna penale. Per Callune la conseguenza non è una multa o l’apertura di un nuovo procedimento: è l’obbligo di abbandonare il Paese nel quale vive e lavora e il divieto di tornarvi per cinque anni.

La distanza tra la condotta contestata e la misura adottata è enorme anche sul piano materiale. Nel 2022 Callune aveva poco più di vent’anni e partecipava a una campagna di disobbedienza civile che utilizzava blocchi stradali, vernice e azioni dimostrative per costringere le istituzioni a discutere della crisi climatica. La nascita di quella campagna è documentata dalla stessa Ultima Generazione: le prime azioni risalgono al dicembre 2021, mentre nel febbraio successivo la protesta si spostò proprio sul Ministero della Transizione ecologica.

Non era un’attività clandestina né priva di una rivendicazione politica riconoscibile. Gli attivisti chiedevano pubblicamente un confronto con il governo e sostenevano di essere arrivati alla disobbedienza civile dopo il fallimento delle forme tradizionali di interlocuzione. Le modalità scelte furono fortemente contestate e produssero denunce e interventi delle forze dell’ordine; ma ridurre retrospettivamente quelle proteste alla categoria della pericolosità sociale significa spostare radicalmente il terreno sul quale vengono valutate.

È questo il passaggio più rilevante. Il diritto penale, almeno in linea di principio, accerta fatti specifici e responsabilità individuali attraverso un procedimento e le relative garanzie. Le misure amministrative di ordine pubblico operano invece attraverso una valutazione prognostica: non soltanto ciò che una persona ha fatto, ma il pericolo che l’autorità ritiene possa rappresentare. Nel caso di una cittadina europea, tuttavia, proprio il diritto dell’Unione pretende che quel pericolo sia individuale, reale e attuale.

Il caso Callune diventa così un nuovo capitolo del conflitto intorno alla protesta climatica in Italia. Negli ultimi anni gli attivisti hanno conosciuto denunce, processi e misure preventive per blocchi stradali, imbrattamenti e altre forme di disobbedienza civile. Qui viene superata un’altra soglia: una protesta del 2022 diventa nel 2026 il presupposto per ordinare a una cittadina europea di lasciare il Paese e impedirle di rientrarvi fino al 2031.

Ultima Generazione ha accompagnato il ricorso con una raccolta fondi destinata allo «scudo legale» degli attivisti sottoposti a procedimenti e misure connesse alle proteste climatiche. Sarà ora il Tar del Lazio a valutare la legittimità del decreto e, soprattutto, se gli elementi richiamati dalla Prefettura siano sufficienti a sostenere quella qualificazione che pesa su tutta la vicenda: che una ragazza di 24 anni, senza condanne per quelle azioni e sulla base anche di fatti risalenti a quattro anni prima, costituisca oggi una minaccia concreta, effettiva e sufficientemente grave per la sicurezza pubblica.

Al di là dell’esito giudiziario, è proprio questa sproporzione temporale e materiale a rendere il caso politicamente rilevante. La protesta climatica del 2022 non si esaurisce più nei procedimenti relativi alle singole azioni: viene utilizzata per formulare nel presente un giudizio di pericolosità capace di incidere sulla libertà di circolazione, sul lavoro, sulle relazioni e sulla possibilità stessa di continuare a vivere in Italia. Il punto non è sottrarre la disobbedienza civile alle conseguenze previste dalla legge, ma chiedersi fino a dove possa estendersi la categoria della sicurezza pubblica quando diventa lo strumento attraverso cui una protesta politica di quattro anni prima viene trasformata in una minaccia attuale.


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