«Picchiavano per ammazzare»


Le testimonianze inedite lette da Enrico Zucca riportano alla luce l’orrore della Diaz e interrogano venticinque anni di repressione, impunità e trasformazioni dell’ordine pubblico

A venticinque anni dal G8 di Genova, gli inviti alla “pacificazione” continuano periodicamente ad affacciarsi nel dibattito pubblico. L’idea che quella stagione possa essere definitivamente archiviata, però, si scontra con una domanda che resta aperta: è davvero possibile pacificare una vicenda che non riguarda soltanto il passato, ma continua a interrogare il presente? Le parole pronunciate da Enrico Zucca in un incontro pubblico organizzato nel quartiere di Albaro a Genova offrono una risposta netta. Il magistrato che coordinò le indagini sulla Diaz e su Bolzaneto non ha scelto di commentare quegli eventi attraverso giudizi personali, ma di restituire la parola alle vittime.

A pochi centinaia di metri dalla scuola dove, nella notte del 21 luglio 2001, si consumò una delle più gravi violazioni dei diritti umani mai avvenute in una democrazia occidentale del dopoguerra, Zucca ha letto alcune testimonianze processuali di persone massacrate dalla polizia durante l’irruzione.

Le parole dei testimoni non lasciano spazio ad ambiguità. Persone in pigiama, con le mani alzate, terrorizzate, che implorano pietà mentre vengono colpite ripetutamente alla testa e al corpo. Un giornalista belga che racconta di aver pensato di morire sotto i manganelli. Una giovane donna trascinata per i capelli, presa a calci e colpita quando ormai era inerme a terra. Persone ammassate una sopra l’altra, immerse nel sangue, convinte di trovarsi di fronte a un’esecuzione.

Non si tratta di ricostruzioni giornalistiche o di narrazioni cinematografiche. Si tratta di deposizioni rese davanti ai tribunali, sulle quali si sono fondate sentenze definitive che hanno accertato responsabilità gravissime e che sono state successivamente confermate anche dalla Corte europea dei diritti dell’uomo.

Nel suo intervento Zucca ha ricordato un punto essenziale che ancora oggi viene spesso rimosso dal racconto pubblico di quelle giornate: alla Diaz e a Bolzaneto non si verificarono semplicemente eccessi nell’uso della forza o errori nella gestione dell’ordine pubblico. La magistratura italiana e quella europea hanno accertato che in quei luoghi furono praticate torture. Non una parola usata in senso metaforico o politico, ma una qualificazione giuridica precisa che descrive l’inflizione intenzionale di sofferenze fisiche e psicologiche a persone poste sotto il controllo dello Stato.

Il magistrato ha inoltre ricordato come la Corte europea abbia censurato non soltanto le violenze, ma anche la mancanza di collaborazione da parte degli apparati di polizia nell’individuazione dei responsabili. Un aspetto che rappresenta uno dei nodi più inquietanti dell’intera vicenda: la difficoltà delle istituzioni a fare pienamente i conti con quanto accaduto e a garantire meccanismi efficaci di accertamento delle responsabilità.

Le testimonianze lette da Zucca assumono oggi un significato che va oltre la ricostruzione storica del G8. Esse obbligano infatti a interrogarsi sul modo in cui l’Italia ha elaborato, o forse non ha elaborato, quella esperienza. Per anni si è sostenuto che Genova fosse stata una parentesi eccezionale, una sospensione temporanea dello Stato di diritto provocata da circostanze straordinarie. Una lettura rassicurante, perché consentiva di considerare l’omicidio di Carlo Giuliani, la Diaz e Bolzaneto come anomalie destinate a non ripetersi.

A distanza di venticinque anni, però, questa interpretazione appare sempre più difficile da sostenere.

Se osserviamo ciò che è accaduto dopo il 2001 emerge infatti una continuità che non può essere ignorata. Le torture di Santa Maria Capua Vetere, i pestaggi documentati in diversi istituti penitenziari, le vicende che hanno riguardato Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Riccardo Magherini, Hasib Omerovic e molti altri casi hanno mostrato come il problema non riguardi soltanto singoli episodi o singole responsabilità individuali. A questi si aggiungono le numerose contestazioni sull’uso della forza durante le manifestazioni pubbliche, dalle cariche contro studenti e lavoratori fino ai ripetuti casi di lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo, una pratica vietata dai regolamenti ma più volte documentata negli ultimi anni. Emblematico è il caso di “Lince”, la giovane manifestante che il 2 ottobre 2025 a Bologna ha perso un occhio dopo essere stata colpita da un lacrimogeno durante una manifestazione. Episodi diversi tra loro, ma accomunati da un elemento ricorrente: la difficoltà di garantire piena trasparenza, accertamento delle responsabilità e controllo democratico sull’uso della forza pubblica. Essi pongono quindi una questione strutturale che riguarda il rapporto tra apparati coercitivi, trasparenza democratica e tutela dei diritti fondamentali.

Accanto a questa continuità delle pratiche violente si è sviluppata una continuità normativa e politica altrettanto significativa. Negli ultimi venticinque anni abbiamo assistito a una progressiva espansione dei poteri di polizia, all’introduzione di nuovi strumenti di controllo preventivo, alla diffusione delle zone rosse, dei Daspo urbani, delle misure amministrative restrittive, della sorveglianza tecnologica e di dispositivi sempre più sofisticati di monitoraggio sociale. Parallelamente, il diritto di manifestare è stato progressivamente sottoposto a limitazioni crescenti e numerosi movimenti sociali sono stati trattati come questioni di ordine pubblico piuttosto che come interlocutori politici.

Per questa ragione gli appelli alla “pacificazione” che periodicamente riaffiorano nel dibattito pubblico rischiano di apparire privi di fondamento. La pacificazione presuppone infatti una rottura con ciò che ha prodotto il conflitto. Presuppone un cambiamento, una discontinuità, un’assunzione collettiva di responsabilità. Ma se le logiche che emersero a Genova continuano a ripresentarsi sotto forme diverse, se le pratiche di compressione dei diritti si sono in parte normalizzate e se la risposta ai conflitti sociali tende ancora a essere affidata principalmente agli strumenti repressivi, allora il problema non può essere archiviato come una questione del passato.

Le parole di Zucca risultano particolarmente importanti anche quando richiamano il ruolo che le forze di polizia dovrebbero svolgere in una democrazia. Secondo il magistrato, esse non devono essere il braccio armato di un governo né agire secondo logiche di fedeltà politica, ma garantire i diritti dei cittadini e il rispetto delle istituzioni democratiche nella massima trasparenza. Si tratta di un principio apparentemente ovvio, ma che acquista una rilevanza particolare in una fase storica caratterizzata dall’espansione delle politiche sicuritarie, dalla crescente centralità del controllo sociale e dalla tendenza a rappresentare il dissenso come una minaccia da neutralizzare.

A venticinque anni dal G8, dunque, il significato di Genova non risiede soltanto nella memoria delle violenze subite dalle vittime della Diaz e di Bolzaneto. Riguarda piuttosto la capacità di interrogare il presente. Quelle giornate hanno rappresentato un punto di svolta nel rapporto tra sicurezza e libertà, tra conflitto sociale e gestione dell’ordine pubblico, tra democrazia e uso della forza statale. Le testimonianze lette da Enrico Zucca ci ricordano che molte delle questioni emerse allora non sono state risolte. Continuano a ripresentarsi sotto nuove forme e a porre una domanda fondamentale sul tipo di società che stiamo costruendo.

Per questo Genova non può essere archiviata come una ferita del passato né trasformata in un innocuo esercizio della memoria. In questi venticinque anni si sono succeduti Presidenti della Repubblica, governi di centrodestra, centrosinistra e tecnici, maggioranze parlamentari di ogni colore. Eppure, accanto ai cambiamenti politici, è rimasto sostanzialmente immutato un dato di fondo: la difficoltà delle istituzioni di fare realmente i conti con gli abusi commessi dagli apparati coercitivi dello Stato e la tendenza crescente a considerare il conflitto sociale e il dissenso come problemi di ordine pubblico.

La storia che collega la Diaz e Bolzaneto alle torture di Santa Maria Capua Vetere, alle numerose condanne inflitte all’Italia dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, all’espansione dei poteri di polizia e ai più recenti provvedimenti contro il diritto di manifestare racconta una continuità che non può essere nascosta dietro la retorica della pacificazione. Perché la vera questione aperta non riguarda ciò che è accaduto nel luglio del 2001, ma ciò che è accaduto dopo. E ciò che è accaduto dopo mostra che, mentre le vittime hanno dovuto attendere anni per ottenere verità e giustizia, l’impunità delle violenze commesse dalle forze dell’ordine e la criminalizzazione del dissenso hanno continuato a rappresentare una costante della vita democratica italiana.

È per questo che Genova continua a parlare al presente. Non perché sia una ferita mai rimarginata, ma perché le condizioni che resero possibili la Diaz e Bolzaneto non sono state realmente rimosse. Finché questo nodo non verrà affrontato, ogni appello alla pacificazione rischierà di apparire non come una richiesta di riconciliazione, ma come un invito a dimenticare.


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