Lo scandalo nato dalla corruzione in Ucraina. Lettera di un soldato dal fronte

di Marco Sommariva*

Speriamo bene che chi ci comanda e ci ha mandato al fronte non abbia risparmiato sulla nostra pelle per arricchirsi

Cara mamma,

il 24 febbraio 2022 un capitano ci promise che saremmo tornati tutti a casa, ricordo che disse: “Se ci sono uomini che muoiono in guerra, è per mancanza di igiene. Non sono i proiettili a uccidere, è la sporcizia a essere letale ed è la prima cosa che dovete combattere. Lavatevi, quindi, rasatevi, pettinatevi e non avrete nulla da temere”.

Qualche mese dopo, molti ragazzi che ascoltarono quelle parole andarono alla carica troppo presto, commettendo per di più l’errore di ammassarsi sulla strada che attraversava il teatro del combattimento. Una strada esposta, che l’artiglieria nemica appostata dietro agli alberi aveva individuato, e che costituiva dunque un bersaglio completamente allo scoperto: subito, non lontano da me, alcuni uomini cominciarono a cadere, mi sembrò di veder zampillare due o tre schizzi di sangue ma li scacciai con forza dalla mente – e poi non ero nemmeno certo, non avevo il tempo di essere certo che fosse sangue sotto pressione, né d’altronde di averne mai visto fino allora, quanto meno in quel modo e in quella forma. Non ero d’altronde in condizioni di pensare, al massimo potevo tentare di sparare a qualsiasi cosa avesse un aspetto ostile e, soprattutto, cercare ovunque un riparo. Spronate da ordini rabbiosi, vidi le prime file di fanteria abbandonare quella via per avventurarsi apertamente nella distesa di avena che la fiancheggiava e a quel punto, quasi non bastassero i colpi provenienti dal nemico, cominciarono anche a beccarsi nella schiena le pallottole imprudentemente sparate dalle loro stesse forze. Soltanto la sera, con un ultimo sforzo, la compagnia riuscì a respingere il nemico al di là del bosco: vidi, o di nuovo mi sembrò di vedere, degli uomini ucciderne altri proprio sotto i miei occhi, e subito dopo sparare loro il colpo di grazia. E anche io, piano piano, sempre aggrappato al mio fucile, iniziai a sentirmi pronto a uccidere uomini e animali al minimo ostacolo. Mi adattai.

Era settembre e, insieme a un gruppo di miei commilitoni, uscii da quello che era il nostro ricovero quando un caccia andò a schiantarsi, disintegrandosi nell’esplosione, proprio sulla trincea a un passo dal nostro riparo, moltiplicando un cataclisma di polvere e di fumo – attraverso il quale vedemmo bruciare due aviatori morti nell’urto e rimasti, disarticolati, sui sedili, mutati in scheletri sfrigolanti trattenuti dalle cinghie.

Dopo non ci fu più un attimo di pace. Il cannone tuonò come basso continuo, granate a tempo e a percussione d’ogni calibro, pallottole che fischiavano, schioccavano, sospiravano, miagolavano a seconda della traiettoria, mitragliatrici e bombe a mano, la minaccia era ovunque: dall’alto sotto gli aerei e il tiro degli obici, di fronte con l’artiglieria nemica e persino dal basso quando, convinti di approfittare di un istante di tregua in fondo alla trincea dove tentammo di dormire, sentimmo il nemico picconare di nascosto al di sotto della trincea stessa, soldati con la divisa di un altro colore impegnati a scavare tunnel dove proveranno a disporre mine destinate a distruggerla, con noi dentro. Una sera in cui non si sentiva altro che picconare sotto i nostri piedi, nell’aria impestata dalla putrefazione degli uomini uccisi, dall’odore di piscio e di merda, di sudore e di lerciume, per non parlare del dilagante effluvio di rancido, di muffa, di vecchio, mentre in fondo sei all’aria aperta, al fronte… quella sera mi aggrappai al fucile e vomitai a lungo fino a svenire.

C’era la neve intorno a noi quando, dietro i reticolati di filo spinato, vidi uncinati cadaveri marcescenti e disarticolati che talora i genieri usavano per fissare i fili del telefono, un compito tutt’altro che facile: i genieri, che sudavano di fatica e di paura, si toglievano il pastrano per lavorare con più agio e lo appendevano a un braccio che, sporgendo dal suolo scavato, fungeva da appendiabito.

Credo fosse il febbraio del 2023 quando, dopo le prime tre granate cadute troppo lontano e poi esplose invano al di là delle linee, una quarta a percussione da 105 e calibrata meglio produsse nella trincea risultati migliori: smembrò in sei pezzi l’attendente del capitano, dopodiché alcune delle sue schegge decapitarono un ufficiale di collegamento e tagliuzzarono vari soldati con diverse angolazioni arrivando a sezionare longitudinalmente il corpo di uno di loro appostato non lontano da me: potei distinguere per un istante, dal cervello al bacino, tutti i suoi organi resecati in due come su un tavolo anatomico, prima di perdere l’equilibrio e di accovacciarmi d’istinto nel tentativo di proteggermi, assordato dall’enorme frastuono, accecato dai torrenti di pietre, di terra, dai nugoli di polvere e fumo, vomitando di paura e di disgusto sui polpacci e intorno a essi, le scarpe affondate nella mota sino alle caviglie. Io e gli altri sopravvissuti ci rialzammo più o meno cosparsi di frammenti di carne militare, brandelli terrosi che già i topi ci strappavano di dosso e si disputavano, fra i resti sparpagliati di corpi – una testa priva della mascella inferiore, una mano munita di fede nuziale, un piede solitario nel suo stivale, un occhio.

Cara mamma,

dalla tua ultima lettera vengo a sapere che dopo quasi quattro anni di conflitto, con il reclutamento che salassa senza tregua il nostro Paese, nelle strade c’è sempre meno gente, che anche le donne e i bambini ormai sono pochi, perché la vita è cara e si stenta a fare la spesa: le donne, che al massimo percepiscono il sussidio di guerra, in assenza di mariti e fratelli si sono dovute trovare un lavoro: manifesti da affiggere, posta da distribuire o biglietti da obliterare sempre che non finiscano in fabbrica, in particolare in quelle di armi.

Cara mamma,

mi chiedi quando tornerò, ma non è che uno può mollare la guerra come niente fosse. La situazione è semplice, sei in trappola: di fronte a te il nemico, insieme a te topi e pidocchi e, dietro di te, i gendarmi. Non c’è che una soluzione, diventare inabili, sicché, in mancanza di meglio, non resta che aspettare la ferita provvidenziale, quella che si finisce per desiderare, quella che ti garantisce la partenza, peccato che la cosa non dipenda da te, ecco il problema. Questa benefica ferita c’è chi ha dunque tentato di infliggersela da sé senza farsi troppo notare, ad esempio sparandosi a una mano, ma in genere gli è andata male: è stato smascherato, processato e poi fucilato per tradimento. Essere fucilato dai commilitoni anziché asfissiato, carbonizzato, dilaniato dai gas o dalle granate dei nemici, può anche essere un’opzione. E c’è anche chi si è fucilato da sé, alluce sul grilletto e canna in bocca, un modo come un altro per andarsene, questa può essere una seconda opzione.

Nel corso di questo quarto anno di guerra, le offensive di primavera hanno consumato in due mesi una enorme quantità di soldati. Poiché la dottrina dell’esercito di massa imponeva che venissero continuamente ricostituiti grossi battaglioni e che il reclutamento garantisse un rendimento sempre più elevato, so che le chiamate delle classi di leva si sono susseguite senza tregua, il che implica non solo un cospicuo rinnovamento del materiale e delle uniformi – dunque anche moltissime scarpe – ma anche importanti ordinazioni alle fabbriche che assicurano l’approvvigionamento. Il ritmo e l’urgenza di queste ordinazioni, associati agli scarsi scrupoli dei responsabili della produzione, hanno rapidamente condotto alla fabbricazione di scarponi mediocri. Le aziende hanno cominciato a chiudere un occhio su un cuoio scadente, optando spesso per un montone a concia rapida, meno caro ma anche meno spesso e duraturo – quasi del cartone, per dirla tutta. Hanno sistematizzato la produzione di stringhe a sezione quadrata, più facili da fabbricare ma più fragili di quelle a sezione circolare, tirando via sulla rifinitura dei puntali. Allo stesso modo hanno lesinato sul filo per cucire e hanno rimpiazzato il rame degli occhielli con un ferro più ossidabile e il più possibile economico, e lo stesso hanno fatto con i rivetti, le brocche, i chiodi. Insomma, hanno ridotto all’osso il costo dei materiali, a detrimento della robustezza e dell’impermeabilità. Ora pare che l’intendenza militare abbia deprecato il troppo frequente rinnovo di questi scarponi che, lasciando passare l’acqua e sformandosi rapidamente, non reggevano due settimane nel fango del fronte: troppo spesso le cuciture della suola cedevano nel giro di tre giorni. E siccome alla fine lo Stato maggiore ha protestato, pare sia stata promossa una scrupolosa inchiesta: esaminando i conti dei fornitori dell’esercito hanno subito rivelato uno scarto abissale fra l’importo delle ordinazioni e il prezzo di costo di quelle ciabatte. Speriamo bene che chi ci comanda e ci ha mandato al fronte non abbia risparmiato sulla nostra pelle per arricchirsi.

Spero che a casa stiate tutti bene.

P.S.: il 95% di quanto avete letto è tratto dal romanzo ’14 di Jean Echenoz edito da Adelphi. Ha detto l’autore: “Conoscevo pochissimo la Prima guerra mondiale e non avevo mai pensato di scrivere un romanzo sull’argomento. Poi però ho trovato il diario di un mio lontano parente che aveva partecipato a tutta la guerra, annotando giorno per giorno quello che stava vivendo. Quelle pagine mi hanno affascinato e spinto a interessarmi alla vita quotidiana dei soldati. Allora ho fatto qualche ricerca, ho letto libri e romanzi, trasformando a poco a poco una curiosità personale in materia romanzesca”.

*scrittore sul sito  www.marcosommariva.com tutte le sue pubblicazioni

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