L’antimafia degli apparati e l’ideologia della legalità


di Vincenzo Scalia


Dalla svolta giustizialista degli anni Novanta al 41 bis e all’ergastolo ostativo, l’antimafia istituzionale ha contribuito a legittimare l’espansione dello Stato penale. Una critica al culto della repressione che ha oscurato le radici economiche e sociali del potere mafioso.

Il tema dell’antimafia rappresenta un evergreen del dibattito politico contemporaneo. Fin dalla fine degli anni Ottanta, ha costituito la pietra miliare della dicotomia tra legalità e illegalità, in nome della quale, la sinistra uscita dalla Bolognina e plasmata da Samarcanda e la repubblica, pretendeva di rimpiazzare la contrapposizione tra destra e sinistra, ritenuta obsoleta. I danni arrecati da questa semplificazione sono sotto gli occhi di tutti. I capi più famosi di Cosa Nostra sono stati arrestati, ma il problema delle mafie è lungi dall’essere risolto. Inoltre, in nome della legalità, si è derogato al rispetto delle libertà civili, enfatizzando la centralità della legislazione e delle istituzioni repressive, preparando il terreno su cui è germogliata la malapianta del securitarismo, a partire dal quale si giustificano la repressione e misure come il 41 bis e l’ergastolo ostativo. Con la recita dei nomi delle vittime di mafia a fungere da giaculatoria.

Da qualche giorno, a partire dall’allarme lanciato da alcuni quotidiani nazionali ed echeggiato dal PD, si riprende a mettere in scena i rituali antimafia. Guarda caso, non a partire dalle connessioni tra le organizzazioni criminali (le cosiddette economie sporche di cui parlava Vincenzo Ruggiero) e il mondo della politica e dell’imprenditoria. Troppo difficile, e rischierebbe di mettere in discussione equilibri di potere solidi e diffusi. Piuttosto, si riprende a parlarne sul versante dei diritti civili, ovvero parlando dei permessi e delle scarcerazioni “facili”, che consentirebbero ai boss, una volta rientrati sul territorio, di ricompattare le schiere delle loro organizzazioni e riprendere le loro attività. Un’impostazione seguita anche dal procuratore della repubblica di Palermo. Un’impostazione sulla quale, si parva licet, avremmo più di qualche osservazione da fare.

In primo luogo, colpisce come la narrazione e le pratiche dominanti dell’antimafia coincidano sempre con la denuncia del presunto “lassismo” della legislazione penale e dell’apparato giudiziario. I mafiosi sono pur sempre cittadini italiani, e beneficiano, come tutti gli altri detenuti, delle garanzie di legge previste da un ordinamento improntato allo Stato di diritto. Aggiungiamo anche che i condannati per associazione a delinquere di stampo mafioso rappresentano un’esigua minoranza della popolazione detenuta, e che le polemiche nei confronti dei benefici di legge finiscono a ripercuotersi sulla massa di carcerati che già versano in condizioni disperate. Suicidi, sovraffollamenti, degrado igienico-sanitario, già disattendono il dettato costituzionale così come delineato dall’articolo 27. Privarli anche dei benefici della legge Gozzini finisce per essere un’ulteriore afflizione.

In secondo luogo, sul piano della lotta alla mafia, sarebbe ora, dopo 34 anni, di cominciare a realizzare un inventario relativamente all’efficacia di provvedimenti quali il 41 bis e l’ergastolo ostativo. I quali, oltre ad essere già stati definiti disumani da organizzazioni internazionali, non hanno portato ad alcun beneficio sul piano della lotta alle mafie. Riina e Provenzano sono stati catturati, ma si parla sempre più di ‘ndrangheta e camorra, oltre che di altri attori. E’ evidente che le politiche repressivo-emergenziali rappresentano niente più che un palliativo, e sarebbe ora di ammetterlo e voltare pagina. La maggior parte delle rappresentazioni delle mafie e delle politiche di contrasto poggiano su categorie forgiate a partire dal 1982, dopo l’omicidio Dalla Chiesa, e rinsaldate dieci anni dopo, sull’onda di Tangentopoli, delle bombe di Capaci e di via D’Amelio, della cosiddetta voglia di legalità cavalcata a sinistra e a destra e amplificata dall’apparato mediatico.

La globalizzazione, i bitcoin, l’IA, Telegram, le strategie di contrasto che le organizzazioni criminali adottano nei confronti delle politiche di contrasto, renderebbero necessario un altro tipo di riflessioni. Così come sarebbe ora fare i conti con le politiche proibizioniste in materia di stupefacenti, che creano veri e propri bacini paralleli di accumulazione del capitale, oltre a produrre una fascia di popolazione deviante che funge da canale di legittimazione dell’apparato dispiegato dal securitarismo. Non a caso, se il governo Meloni si è fermato alla cattura di Messina Denaro e ha puntato poi sui decreti sicurezza, è proprio perché è consapevole di questi processi. E’ su questo terreno che bisogna sfidarli, ma un centrosinistra che parla di città insicure e che mostra zelo nell’applicazione delle zone rosse, si rivela totalmente incapace di seguire questo crinale.

Infine, bisogna chiedersi a chi giova questo ripescare l’antimafia dall’armadio. Due risposte ce le abbiamo. Sicuramente, come già visto, giovano a un’opposizione che vuole provare a ad accreditarsi come campionessa della legalità in mancanza di una visione alternativa che sostenga la sua proposta politica. Ma, dopo Caivano, temiamo che si arrivi fuori tempo massimo. A nostro giudizio, non è una spiegazione sufficiente. Riteniamo che a partire dall’antimafia si sia costituita una robusta cerchia di professionalità specialistiche, che, partendo dagli apparati repressivi e dalla stampa, arriva fino all’accademia e a certo associazionismo. Una folta schiera, di colpo spiazzata e marginalizzata dal mutamento degli scenari e dalla recrudescenza securitaria e repressiva che loro stessi, a lungo, hanno sostenuto. L’antimafia è lotta popolare, rivendicazione di emancipazione collettiva. Questa è l’antimafia che ci piace e che c’è sempre piaciuta. Quella degli apparati, no. Ne facciamo a meno.



Osservatorio Repressione è una Aps-Ets totalmente autofinanziata.

Puoi sostenerci donando il tuo 5×1000

News, aggiornamenti e approfondimenti sul canale telegram e canale WhatsApp