Alfredo Cospito resta al 41 bis

foto ANSA/ANGELO CARCONI

Il Tribunale di Sorveglianza conferma il carcere duro per altri due anni. Una decisione fondata su ipotesi, processi finiti nel nulla e sul sospetto che un detenuto possa ancora pensare, parlare, influenzare.

Ci sono decisioni giudiziarie che parlano non solo del destino di una persona, ma della natura stessa dello Stato. La conferma del 41 bis per Alfredo Cospito appartiene a questa categoria.

Il Tribunale di Sorveglianza di Roma ha respinto il reclamo presentato dall’avvocato Flavio Rossi Albertini contro il rinnovo del regime di carcere duro disposto dal Ministero della Giustizia. Altri due anni di isolamento per l’anarchico detenuto nel carcere di Sassari. Altri due anni di una misura eccezionale che, nata per interrompere i rapporti tra i vertici delle organizzazioni mafiose e le loro strutture criminali, viene oggi utilizzata contro un detenuto che si continua a considerare pericoloso non per ciò che ha fatto, ma per ciò che potrebbe rappresentare.

Il punto è esattamente questo.

La motivazione del provvedimento non dimostra l’esistenza di ordini impartiti dal carcere, di comunicazioni clandestine, di una struttura organizzata che continui a ricevere direttive da Cospito. Si fonda invece sull’idea che egli continui a essere un punto di riferimento ideale per il mondo anarchico e che, se posto in un regime detentivo meno rigido, potrebbe riallacciare contatti e trasmettere indicazioni all’esterno.

Il “reato” di Alfredo Cospito sembra essere diventato la sua capacità di influenzare, di essere ascoltato, di incarnare un’idea politica.

Il decreto ministeriale richiama persino la morte dei due anarchici Sandro Mercogliano e Sara Ardizzone nel Parco degli Acquedotti, a Roma. Una vicenda tragica che viene utilizzata come prova indiretta dell’esistenza di un’area anarchica ancora attiva e radicalizzata. Eppure, come ha ricordato la difesa, né Mercogliano né Ardizzone erano membri della Federazione Anarchica Informale: il primo era stato assolto dall’accusa di appartenenza alla FAI nel processo “Scripta Manent”, la seconda era stata assolta nell’inchiesta “Sibilla”.

Non solo. Nelle motivazioni del rinnovo vengono richiamati procedimenti giudiziari nei quali le accuse di associazione con finalità di terrorismo sono successivamente crollate. Assoluzioni e cadute delle imputazioni diventano, paradossalmente, elementi che continuano ad alimentare la presunzione di pericolosità.

È un cortocircuito giuridico e democratico.

Si resta al 41 bis non per fatti accertati ma per ipotesi, per scenari futuri, per relazioni sociali presunte, per la possibilità che qualcuno all’esterno continui a considerare un detenuto un punto di riferimento.

Persino i colloqui con la sorella vengono indicati come un possibile canale di comunicazione con l’esterno. Il sospetto diventa prova. La parentela diventa rischio. La parola diventa minaccia.

È il trionfo del diritto penale del nemico.

Da anni si ripete che il 41 bis non è una pena aggiuntiva, che non è una forma di tortura, che serve esclusivamente a interrompere i collegamenti con le organizzazioni criminali. Ma la realtà racconta altro. Il 41 bis è un regime di isolamento estremo, di compressione delle relazioni umane, di privazione sensoriale e affettiva. È un dispositivo che mira alla rottura psicologica della persona.

Nel caso di Alfredo Cospito tutto questo appare ancora più evidente.

Perché il carcere duro continua nonostante l’assenza di prove di un’effettiva direzione di attività dall’interno del carcere. Continua perché si ritiene che un uomo possa ancora rappresentare un simbolo. E uno Stato democratico che decide di isolare un individuo per ciò che rappresenta e non per ciò che fa imbocca una strada pericolosa.

Da oltre tre anni Alfredo Cospito viene tenuto in un regime che numerosi giuristi, organismi per i diritti umani e studiosi hanno definito incompatibile con il principio costituzionale della finalità rieducativa della pena e prossimo ai trattamenti inumani e degradanti.

Chiamiamo le cose con il loro nome.

Lo Stato italiano sta utilizzando il carcere come strumento di annientamento. Sta facendo del 41 bis una forma di tortura bianca, lenta, amministrata nel silenzio e nell’indifferenza.

E il silenzio, in questa vicenda, è forse l’aspetto più inquietante. La quasi totalità delle forze politiche considera ormai normale che un uomo venga sottoposto per anni a un regime di isolamento eccezionale sulla base della sua presunta influenza ideologica. Gran parte dei mezzi di informazione tratta la vicenda come una questione marginale. Persino una parte di quella sinistra che per decenni ha denunciato gli abusi del sistema penale preferisce voltarsi dall’altra parte.

Ma i diritti fondamentali non si difendono soltanto per chi ci è simpatico, per chi la pensa come noi o per chi riteniamo innocente. Si difendono soprattutto quando riguardano il nemico, il diverso, l’impopolare.

Perché quando uno Stato può sospendere le garanzie in nome della sicurezza, quando può infliggere un isolamento indefinito sulla base di un pericolo presunto, quando può punire le idee e le relazioni anziché i fatti, allora il problema non riguarda più soltanto Alfredo Cospito.

Riguarda tutti noi. Perché un Paese che accetta la tortura in nome della sicurezza finisce inevitabilmente per considerare la disumanizzazione come una normale tecnica di governo.


Osservatorio Repressione è una Aps-Ets totalmente autofinanziata.

Puoi sostenerci donando il tuo 5×1000

News, aggiornamenti e approfondimenti

sul canale telegram e canale WhatsApp