Italiani, brava gente cecchina di vite umane

di Marco Sommariva*

La guerra porta con sé diversi business redditizi, compreso l’allestimento di riserve di caccia dove la selvaggina è l’essere umano

Nel ’96 fu edito Camminando, un libro di Pino Cacucci, una raccolta di diciotto storie frutto della capacità d’ascolto dell’autore che diede spazio a chiunque avesse da riferire sulla propria vita e sulle passioni che l’avevano segnata, un testo dove ogni capitolo è un viaggio attraverso vicende tragiche, assurde, a volte persino comiche, aventi sullo sfondo il Messico, la Germania, la Spagna e non solo.

Camminando fu per me una lettura fondamentale perché il 2 settembre del ’98, giorno in cui finisco di leggerlo, decido di tornare a lavorare sugli appunti di quello che poi diventerà il mio primo romanzo, Il cristallo di quarzo. Avevo interrotto il lavoro perché ero giunto alla conclusione che non si poteva scrivere se non ci si era arricchiti con esperienze all’estero.

Fu una lettura fondamentale perché, da quel giorno, non ho mai smesso di scrivere, d’esser pubblicato, e questo mi ha aiutato tantissimo, convogliando nella stesura di racconti, romanzi, saggi e quant’altro energie che rischiavo di spendere in modi molto meno redditizi in termini di Resistenza, per non parlare di quanto è terapeutico il solo riordinare per iscritto vicende che a volte ti hanno travolto, cambiato la vita.

A convincermi che la mia conclusione di cui sopra fosse parecchio discutibile fu un passaggio dell’autore in cui diceva di credere valesse sempre la pena fermarsi ad ascoltare storie altrui e che non era necessario muoversi troppo da casa per trovarle, visto che l’ultima interessantissima storia di Camminando nasceva proprio da un incontro avvenuto dietro l’angolo di casa: “non c’è sempre bisogno di varcare gli oceani per conoscere una storia da non dimenticare”.

In effetti, quanto raccontato in quest’ultimo episodio intitolato Tania, non l’ho tuttora dimenticato, nonostante siano ormai trascorsi ventisette anni.

Il racconto in questione si apre con un ammonimento, quello di rischiare di percorrere milioni di chilometri senza mai scalfire la superficie dei luoghi visti né imparare nulla dalle genti sfiorate: “Spostarsi è facile, spesso lo impone il lavoro, o si vola in vacanza dall’altra parte dell’emisfero per spedire cartoline, scattare diapositive, comprare ricordini per amici e parenti, e tornare indietro identici a come si è partiti. Viaggiare con occhi sgranati sulle meraviglie altrui è inutile, quando l’anima resta chiusa nella cassaforte di casa”.

In effetti, un vero viaggio lo si può fare anche passeggiando nelle strade del proprio quartiere, ponendosi all’ascolto di storie che ognuno di noi ha da raccontare e se, come il sottoscritto trent’anni fa, si ritiene che occorrano voci dall’estero… che problema c’è? Intorno a noi ci sono immigrati arrivati da migliaia di angoli di mondo a noi sconosciuti, pronti a raccontarci avvenimenti curiosi, singolari, avvincenti, istruttivi, gli stessi immigrati che, come scrive Cacucci in Camminando, ancora oggi “continuiamo a vederli come un problema da risolvere qui – e non nei paesi di origine – o nel migliore dei casi pensiamo a come “integrarli”, cioè costringerli alla rinuncia del mondo che si portano chiuso nel cuore”.

Lo scrittore racconta d’aver conosciuto Tania camminando nell’insediamento dei profughi dalla ex Jugoslavia, all’epoca di stanza a Bologna. Ovviamente, Tania non è il suo vero nome, ma nulla importa quale sia quello corretto perché la storia che ha raccontato a Cacucci è preferibile scriverla senza generalità.

Tania, musulmana, aveva un marito serbo: “E dire che una persona è musulmana come se si trattasse di un’etnia, ricorda l’identificazione dell’ebraismo con una razza, come qualcuno ha fatto nella prima metà del secolo, anche qui, in Italia”.

Tania e suo marito erano jugoslavi, non ritenevano intollerabile la vicinanza tra un minareto e una chiesa ortodossa, salutavano per strada il pope e il sacerdote cattolico senza poi imprecare contro l’uno o l’altro; soprattutto, non si domandavano cosa potesse differenziarli dai vicini di casa croati sino a quando non avvenne la secessione e la nuova costituzione sancì la Croazia ai croati.

Il marito non provava odio per i vicini di casa, ma scelse di difendersi quando gli ustascia del paese cominciarono a bruciare le case dei non-croati.

Quando l’uomo fu catturato, Tania si prodigò con ogni mezzo per capire che fine fosse spettata al consorte e arrivò a parlare con un uomo fatto prigioniero insieme al marito al quale, “per un raro caso di fortuna”, era toccata la salvezza sotto forma di una boscaglia fitta raggiunta proprio quando scoppiava un forte temporale che fece venir meno lo spirito d’avventura di una certa “clientela italiana” di cui a breve vi racconterò, mentre per il compagno di sventura andò molto peggio, dato che il suo cadavere rimase disteso in una radura nell’entroterra di Spalato.

La storia di Tania si differenzia da molte altre risalenti al periodo 1991-2001, anni in cui si svolsero diverse guerre sul territorio jugoslavo, per “un particolare insultante, atroce, inconsueto ma non per questo unico: suo marito [fu] ucciso per divertimento da onesti e rispettabili cittadini italiani”.

Va detto che la Jugoslavia era sempre stata il paradiso dei cacciatori nostrani per i quali si organizzavano dispendiose battute in riserve ricche di selvaggina, e ogni fine settimana numerose auto cariche di pregiati fucili e agiati cacciatori varcavano il confine a Trieste: “Poi, con la guerra, qualcuno ha inventato un business ancor più redditizio, anche se meno diffuso e assolutamente non reclamizzabile: la caccia al serbo. Uno sport che certo non permetteva di essere pubblicizzato con annunci su riviste specializzate, ma che si è ugualmente diffuso negli ambienti giusti. Nelle campagne di Spalato e Dubrovnik i croati hanno allestito riserve di caccia per emozioni forti: il costo è alto, e quindi praticare il tiro al piccione umano ha il fascino dell’esclusività. In più, gli organizzatori noleggiano kalashnikov con tiro a raffica, per quanti non siano abbastanza sportivi da usare la carabina di precisione a colpo singolo”.

Ai prigionieri veniva concesso un iniziale vantaggio, facendoli correre in vaste radure dove l’unica speranza lasciata loro era quella di essere colpiti in un punto vitale per non dover aspettare il colpo di grazia una volta feriti.

In poche parole, quando Tania raccontava questa storia a Cacucci era nel paese dove vivevano gli assassini del marito.

Tania non amava raccontare questa storia per tanti motivi; fra questi, il fatto che avrebbe voluto fermarsi a vivere proprio in Italia e per via della comodità delle false coscienze che avrebbero potuto tranquillamente evadere la pratica considerandola una pura fantasia.

Cacucci chiude così il racconto: “[…] se [la vicenda] fosse realmente accaduta, ricordiamoci che, accanto a noi, nelle strade in cui camminiamo ogni giorno, ci sono onesti cittadini disposti a pagare profumatamente per l’emozione di sparare nella schiena di un uomo indifeso. E forse, dei loro ricordi di viaggio all’estero, se ne vantano in qualche cena tra amici”.

È notizia di questi giorni che, a più di trent’anni di distanza, potrebbero trovarsi seduti sul banco degli imputati per omicidio cinque italiani che avrebbero partecipato a sparatorie indiscriminate contro i civili di Sarajevo durante il celebre assedio della città, durato dal 1992 al 1996. Qualcuno dirà meglio tardi che mai.

Nei giorni scorsi ho scritto a Pino per dirgli che a quasi trent’anni dall’uscita del suo bel libro, qualcosa si sta muovendo, e che il suo racconto è stato dimenticato in fretta visto che, oggi, i media parlano di “scoop”, ossia di un colpo giornalistico in esclusiva, ergo, una notizia che un singolo giornalista o una testata riesce a pubblicare prima di chiunque altro. Eccovi la sua risposta: “[…] puoi immaginare quanto ti sia grato per averne conservato memoria: oggi sentivo in alcuni TG questo “scoop” e tu ti sei ricordato che già ne scrivevo tanti anni fa in Camminando, dello “sport venatorio” di andare in Jugoslavia a sparare a esseri umani, non solo, dedicai numerose trasmissioni a Radio Città del Capo di Bologna (che poi venivano messe nel podcast Feltrinelli, quindi chiunque poteva ascoltarle, e ancora si possono nel sito) sui bravi italiani che andavano nei dintorni di Sarajevo a sparare ai passanti… Che piacere, che tu lo abbia ricordato, visto che spesso penso di aver sprecato parole al vento”.

Mi permetto di citarvi un passo di un altro dei diciotto racconti: “La vigilia di Natale del 1981, nel villaggio di El Mozote irruppero le truppe scelte del Battaglione Atlacatl, corpo d’élite dell’esercito salvadoregno addestrato da istruttori statunitensi e i cui ufficiali si sono vantati di ispirarsi alle SS hitleriane. L’operazione faceva parte della strategia togliere l’acqua intorno ai pesci. I mille abitanti di El Mozote appoggiavano i guerriglieri e avevano offerto loro riparo e provviste. Furono sterminati tutti. Riempirono la chiesa di uomini, e la fecero saltare con la dinamite. Uccisero con un colpo alla nuca quelli che erano rimasti fuori, poi raggrupparono le donne: scelsero le giovani più belle, portandole tra i cespugli per stuprarle e poi sgozzarle. Le altre, furono falciate subito a raffiche di mitragliatrice. Alcuni militari presero dei neonati lanciandoli in aria per poi infilzarli al volo con le baionette, altri li gettarono vivi nei forni del pane ancora accesi. Il raccapricciante resoconto di tanto orrore è stato fatto da un bambino di undici anni scampato miracolosamente all’eccidio”.

Credetemi, Camminando è un libro che dopo trent’anni è, purtroppo, ancora spaventosamente attuale, e nulla importa se parla di guerre terminate, dimenticate. Durante un’intervista del 1967 Pier Paolo Pasolini affermava: “[…] c’è una definizione di Berenson che dice qual è il metodo pratico essenziale per giudicare la bellezza di un libro, ed è l’aumento di vitalità che dà” – ecco, leggendo questo libro la mia vitalità aumentò in modo vertiginoso e ancora non è diminuita.

Sono due le cose che mi hanno disturbato di questa vicenda: la prima è veder sbandierato come “scoop” qualcosa che era già stato scritto trent’anni fa, la seconda ve la racconto velocemente: dico ai colleghi che ho scritto a Cacucci riguardo il fatto che i media stanno trattando quanto da lui denunciato con sei lustri d’anticipo, ossia che nelle campagne di Spalato e Dubrovnik i croati avevano allestito riserve di caccia per emozioni forti e… e non faccio in tempo a terminare la frase che uno di loro m’interrompe: “Ti sbagli, non è così, chi si radunava a Trieste e da lì partiva per combattere per divertimento, lo faceva coi militari dell’esercito serbo-bosniaco”. E così ho realizzato che oltre a essere sempre meno le persone che leggono un articolo di giornale, e ancor meno coloro che lo capiscono, ora esiste pure chi legge, capisce, ma spende energie su qualcosa che non è esattamente il nocciolo della questione. Pazienza, ci vorrà ben altro per spegnere la vitalità acquisita grazie a libri come Camminando, I viaggi di Gulliver, Fahrenheit 451, Le avventure di Pinocchio, Furore, Il tallone di ferro, Niente di nuovo sul fronte occidentale e mille altre letture che mi hanno accompagnato sino a qui.

*scrittore sul sito  www.marcosommariva.com tutte le sue pubblicazioni

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