di Federica Pennelli*
Testimonianze dirette: medici e psichiatri parlano di una deriva manicomiale nei centri per il rimpatrio: persone rinchiuse per mesi senza cure adeguate, sedate con psicofarmaci, isolate. Secondo la rete Mai più lager e Medicina delle Migrazioni, nei Cpr si riproducono le stesse logiche delle istituzioni totali abolite dalla legge Basaglia
“Sono 9 mesi che è qui e non si è mai fatto una doccia. Non parla con nessuno, a volte si mette in un angolo e piange, altre volte ride da solo”. Questa è l’ultima testimonianza che arriva dal Cpr di Milano. Riguarda un ragazzo- il cui nome non sarà reso pubblico per tutelarne la privacy – che alcuni giorni addietro era stato ammanettato e portato via, di notte, dagli agenti del Cpr. Poi è giunta la conferma della rete Mai più lager: “Il ragazzo è stato deportato in Albania, dove è attualmente detenuto”. Per la rete è «un atto di gravità inaudita, a tanta violenza gratuita su una persona fragile noi non avevamo mai assistito».
Oltre a questa ultima testimonianza, molte altre ne arrivano quotidianamente. Raccontano di persone riempite di psicofarmaci, di una deriva manicomiale diffusa: in questi luoghi le persone migranti trattenute subiscono condizioni che minacciano gravemente la loro salute, fisica e mentale. Sovraffollamento, isolamento, interruzioni dei servizi sanitari, ricorso a misure coercitive fanno dei Cpr delle vere e proprie istituzioni totali; come i manicomi prima della rivoluzionaria legge Basaglia.
Le denunce della rete Mai più lager, i report di Medicina delle Migrazioni e le tappe simboliche di Marco Cavallo con il Forum salute mentale, documentano casi di autolesionismo, crisi psichiche e decessi evitabili. Una mole di dati e testimonianze dirette sulla violazione dei diritti delle persone rinchiuse nei Cpr, in particolare per quanto riguarda il diritto alla salute.
Nicola Cocco – infettivologo e attivista della rete Mai più lager e della Società italiana di medicina delle migrazioni (Simm) – ha avuto modo di effettuare numerosi accessi nei centri detentivi per migranti e di raccogliere dati che confermano questa realtà: «La violazione del diritto alla salute parte dal principio, dalla valutazione di idoneità al trattenimento, che secondo la direttiva prevede che persone con patologie croniche, infettive e mentali non potrebbero stare rinchiusi». Il medico ha appurato che più del 99 per cento delle valutazioni di idoneità non prende in considerazione «questo approccio olistico. Escludono solo l’assenza di malattie infettive». Nei Cpr entrano persone con patologie croniche e problemi di salute mentale, rinchiuse «solo perché ritenute irregolari, senza permesso di soggiorno. Non per aver commesso reati».
Cpr patogeno
Le persone rinchiuse sono pluri patologiche: «Non c’è una vera valutazione dell’idoneità al trattenimento e lo strumento di detenzione è patogeno di per sé: dal degrado igienico sanitario alla sofferenza individuale che viene esacerbato dall’incomprensione della detenzione» che ha portato a casi gravi di autolesionismo, tentativi di suicidio e – nei casi peggiori – al vero e proprio suicidio.
Poi c’è quello che Franco Basaglia chiamava il “regime di abbandono”: la perdita di un orizzonte di vita. «Le persone rinchiuse non hanno la possibilità di fare alcuna attività all’interno di quei luoghi, non c’è l’orizzonte di vita di un rilascio, solo la spada di damocle del rimpatrio» che si trasforma in un grosso trauma. Quasi il 30 per cento delle persone malate che l’infettivologo Cocco ha incontrato, avevano anche gravi problemi di salute mentale: «In gran parte emersi durante la detenzione, come effetto psicopatogeno della detenzione amministrativa».
Lo psichiatra Peppe Dell’Acqua, storico collega di Franco Basaglia, ora è membro del Forum salute mentale. Il suo sguardo è fondamentale. È quello di chi, per primo, ha combattuto in prima linea contro le istituzioni totali, che ora rivede nei Cpr: «Quando ho assistito alla fine dei manicomi, li ho attraversati. Poi sono finiti con la legge 180 che è un bene comune, ha restituito diritti a tutte le persone».
La cultura dell’istituzione totale, purtroppo, non finisce mai. Perdura e si evolve in nuove forme di oppressione: «I Cpr sono luoghi di manicomialità: producono l’annullamento dell’Altro, l’invisibilizzazione. Non c’è più una storia, non c’è più una relazione, rendono l’altro un oggetto», spiega Dell’Acqua. A volte non si conoscono nome e cognome delle persone recluse, «i loro bisogni, i loro desideri. Come in manicomio». I Cpr sottraggono e rubano completamente il tempo e il futuro alle persone, riflette Dell’Acqua, «e noi non possiamo vivere, senza futuro». Lo psichiatra infine aggiunge: «Oltre alla repressione e alla violenza fisica quello che mi addolora è ridurre uomini e donne a vivere senza tempo. La condanna più atroce che esisteva nel manicomio, e che ora rivedo in questi luoghi». Si aspetta e non si sa cosa, chi deciderà per loro. «Il giro di Marco Cavallo serviva a questo, riportare lo sguardo davanti a questi luoghi, che per noi sono luoghi di vergogna, di atrocità e disumanità».
*da il Domani
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