di Vincenzo Scalia
La scelta di invitare il generale Roberto Vannacci segna il punto d’arrivo di una lunga involuzione: dalla stagione della smilitarizzazione e delle lotte per una polizia democratica all’avanzata del corporativismo, della cultura dell’ordine e della penetrazione delle nuove destre dentro gli apparati di sicurezza.
L’organizzazione, da parte del sindacato di polizia SIULP di iniziative pubbliche col generale Vannacci, rende necessario un excursus storico delle trasformazioni del contesto e delle forze di polizia. Ci fu un tempo, neanche molto lontano, che le forze di polizia, pur dipendenti dal ministero dell’interno, erano inquadrate all’interno dell’Esercito, e si chiamavano Pubblica Sicurezza, da destinare al governo dell’ordine pubblico. Soggetti alla più ferrea disciplina, comandate da quadri formatisi sotto il fascismo e mai rimossi, che formarono nuove generazioni di funzionari e operatori che avevano la priorità di esorcizzare, con le buone e con le cattive, lo spauracchio anticomunista, si distinsero infatti per la repressione operaia. La celere di Scelba, coi 100 morti nelle piazze in 5 anni, divenne tristemente famosa in questo senso.
Poi vennero Ardizzone, Ceccanti, Avola, Battipaglia, i proletari in divisa di Pasolini. Il vento del 68 cominciò a soffiare anche sulla polizia, i cui nuovi effettivi, cresciuti negli anni del boom, cominciarono a sentire come una camicia di forza, in un periodo di deistituzionalizzazioni, l’imbragatura post-fascista in cui operavano. I partiti di sinistra, i sindacati, i movimenti, svolsero un ruolo non secondario nel processo di avvicinamento tra le forze di polizia e i movimenti operaio e studentesco. Attorno alla figura di Franco Fedeli, alcuni poliziotti cominciarono a riunirsi clandestinamente, per rivendicare la smilitarizzazione, il diritto di riunione, quello di associazione. Il Sindacato Italiano Unitario Lavoratori di Polizia (SIULP), nato da quelle esperienze clandestine, si pose in testa alle lotte per le riforme, rimanendo per anni il punto di riferimento per una polizia democratica. Nomi come Gigi Notari e Rita Parisi rimangono impressi tra chi cercava di strutturare un percorso di democratizzazione.
Dalla combinazione di questi elementi nacque la legge 121 del 1981, che finalmente smilitarizzò la polizia, e riconobbe il diritto alla sindacalizzazione dei lavoratori del settore poliziesco. La riforma, oltre a stare al passo con la Costituzione, introduceva una novità importante a livello europeo. Si pensi all’Inghilterra, dove la polizia non porta armi, ma i poliziotti non possono riunirsi in sindacati. La riforma, vista in retrospettiva, costituì un’occasione mancata. Verso l’alto, perché si arenò su alcune riforme, importanti ma non esaustive. Per esempio, si sarebbe potuto iniziare a parlare dell’abolizione die prefetti, caldeggiata negli anni Cinquanta non da Togliatti o Secchia, ma da Luigi Einaudi. O di smilitarizzare i carabinieri, vera articolazione del potere centrale nei centri remoti. Anche la formazione, più aperta alle diversità e al multiculturalismo, avrebbe potuto essere affrontata meglio.
Tuttavia, l’esaurirsi della spinta dei movimenti, finì per comportare un’involuzione corporativista dei sindacati di polizia. Inoltre, la crisi del movimento operaio, la conseguente erosione della sua subcultura, l’avanzare dell’individualismo edonista degli anni Ottanta, bloccò ogni riflessione radicale. Le nuove destre continuarono invece a fare proseliti, con i nuovi effettivi di polizia sempre più attratti da discorsi xenofobi, sessisti e ostili ai movimenti. Si vide in occasione del G8 di Genova, con le torture somministrate ai manifestanti. In questo processo giocò un ruolo non secondario il legalitarismo della cultura di sinistra, a cui le macerie dell’89 impressero un’accelerazione inaspettata.
Il diffondersi della cultura e delle pratiche securitarie, il presidio del Viminale da parte di ministri leghisti e di Alleanza Nazionale, le conseguenti domande di legge e ordine, la loro strumentalizzazione da parte di diverse forze politiche, segnarono il passo rispetto ad ulteriori trasformazioni delle forze di polizia. Che coincisero con interessi consolidati a mantenere lo status quo, oltre che con la turbolenza sociale degli ultimi anni e il rifiuto di governarla se non attraverso una declinazione dell’ordine pubblico. Non è casuale che la Lega Nord, che parlava di federalismo e secessione, non abbia mai intrapreso una battaglia di quelle enumerate, come abolire i prefetti, smilitarizzare i carabinieri. Il federalismo è di pochi, il centralismo è di tutti, e i terroni che proteggono la proprietà dei cumenda a spese della collettività vanno benissimo.
Un altro elemento da prendere seriamente in considerazione, tuttavia, è quello dei canali di reclutamento. Da anni si fanno pochi concorsi pubblici per entrare in polizia. Si preferisce percorrere una strada più facile. Quella che conferisce agli effettivi dell’esercito, ricordiamolo, professionale, la possibilità di optare per un passaggio alla polizia. Dove portano la loro formazione guerresca, orientata alla repressione, e il cameratismo a cui Vannacci attinge e da cui trae linfa vitale. Evidentemente, questo tipo di infiltrazione è arrivato fino al SIULP, compromettendone la storia e la reputazione. È davvero preoccupante se si perde la memoria e si inseguono i corifei di legge e ordine. Specialmente se, un processo degenerativo di questo tipo, avviene in un apparato nevralgico come la Polizia di Stato.
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