A Taranto un giovane migrante è stato massacrato da un branco di minorenni dopo essere stato respinto anche da chi avrebbe dovuto aiutarlo. Non è “devianza giovanile”: è il prodotto di un clima d’odio alimentato da propaganda politica, campagne mediatiche tossiche e disumanizzazione sistematica dei migranti
Bakary Sako è stato ucciso a Taranto. Massacrato da un branco di minorenni. Eppure anche davanti a un delitto così brutale c’è chi continua a usare parole che servono a nascondere la realtà. “Baby gang”, dicono. Una formula anestetizzante, quasi sociologica, utile a trasformare un omicidio razzista nell’ennesimo episodio di disagio giovanile.
Ma Bakary Sako non è stato ucciso genericamente da una “baby gang”. È stato ucciso perché nero, migrante, vulnerabile. È stato colpito dentro un clima culturale e politico che da anni costruisce il migrante come bersaglio legittimo, corpo sacrificabile, presenza minacciosa da respingere, espellere, colpire.
E dentro questo clima hanno responsabilità enormi anche i media italiani. Mentre un ragazzo nero viene ammazzato per strada, televisioni e giornali continuano ossessivamente a inseguire casi di cronaca nera trasformati in spettacolo permanente. Continuate a parlare solo di Garlasco e di Pietracatella. Continuate ad avvelenare i pozzi con narrazioni tossiche, sensazionalismo morboso e campagne costruite sulla paura, sulla criminalizzazione e sull’ossessione securitaria.
Per anni una parte consistente del sistema mediatico ha contribuito a creare il nemico perfetto: il migrante come minaccia, presenza sospetta, corpo estraneo. Titoli allarmistici, emergenze inventate, retoriche dell’invasione, propaganda sulle “baby gang”, panici morali costruiti a tavolino. Un bombardamento continuo che non resta senza conseguenze.
I responsabili materiali dell’omicidio saranno anche minorenni, ma quell’odio non se lo sono inventato da soli. Lo hanno respirato. Interiorizzato. Assorbito da un ambiente sociale e mediatico che da decenni normalizza il razzismo e trasforma la violenza contro i migranti in qualcosa di tollerabile.
L’omicidio di Taranto non nasce nel vuoto. Nasce dentro un paese in cui ministri, opinionisti, talk show e campagne politiche hanno costruito consenso sulla disumanizzazione sistematica dello straniero. Un paese in cui si parla apertamente di “remigrazione”, di “sostituzione etnica”, di “difesa dei confini”, mentre nei ghetti agricoli migliaia di persone vengono sfruttate come forza lavoro invisibile e sacrificabile.
È lo stesso paese che tollera i CPR, le deportazioni amministrative, gli accordi con le milizie libiche, le campagne contro le ONG e i soccorsi nel Mediterraneo. È lo stesso clima che permette ai gruppi neofascisti di organizzare iniziative razziste sotto protezione della polizia mentre gli antifascisti vengono caricati nelle piazze.
La violenza di Taranto è figlia di tutto questo.
E c’è un dettaglio che rende questa vicenda ancora più terribile: Bakary Sako avrebbe cercato rifugio dentro un locale, ma sarebbe stato respinto e rimesso fuori, riconsegnato di fatto ai suoi aggressori. Un gesto che racconta meglio di mille discorsi il livello di disumanizzazione raggiunto.
Non si tratta più soltanto di odio verbale o propaganda tossica. Si sta producendo una società nella quale alcuni corpi vengono percepiti come meno degni di protezione, meno degni di vita, meno degni perfino di soccorso.
Per questo è ipocrita trattare l’omicidio di Taranto come un caso isolato o una semplice esplosione di violenza giovanile. È invece il punto di incontro tra razzismo sociale, violenza istituzionale e normalizzazione politica e mediatica dell’odio.
Negli stessi giorni in cui Bakary veniva ucciso, altre aggressioni razziste e violenze dell’estrema destra contro migranti emergevano in diverse città italiane. Intanto il governo continua a costruire decreti sicurezza, campagne anti-migranti e accordi con milizie accusate di torture e crimini contro l’umanità.
Il problema non sono soltanto gli assassini materiali. Il problema è il sistema che li produce, li alimenta e li assolve culturalmente.
Per questo non basta indignarsi per qualche giorno o limitarsi alle rituali dichiarazioni di cordoglio. Occorre rompere il meccanismo che trasforma il migrante in nemico pubblico. Occorre contrastare il razzismo nelle istituzioni, nei media, nelle politiche di frontiera, nei luoghi di lavoro, nelle scuole e nelle strade.
Bakary Sako non è morto per una fatalità. È stato ucciso dentro una società che da troppo tempo considera normale la violenza contro chi viene percepito come straniero.
E se questa normalità non verrà spezzata, altri Bakary continueranno a morire.
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