Quando la propaganda precede la verità e un gesto televisivo vale più di un’indagine
Ve lo ricordate? L’uomo che in televisione puntava una pistola verso la telecamera.
Uno studio illuminato, il pubblico a casa, il clima carico. Un sindacalista di polizia che estrae un’arma e la punta simbolicamente contro chi guarda. Non per minacciare davvero, ma per “dimostrare”. Per spiegare cosa si prova. Per orientare l’emozione.
Si tratta di Paolo Macchi, ispettore di polizia e dirigente nazionale del SIULP, ospite di Fuori dal coro condotto da Mario Giordano su Rete 4.
Siamo nei giorni immediatamente successivi al 26 gennaio. Nel boschetto di Rogoredo, a Milano, è stato ucciso Abderrahim Mansouri, 28 anni, marocchino. La nazionalità, in questa storia, non è un dettaglio neutro. Viene usata. Diventa parte del racconto.
L’agente che ha sparato, Carmelo Cinturrino, dichiara a verbale: mi ha puntato l’arma contro, ho avuto paura, ho sparato.
La politica di destra reagisce in blocco. Matteo Salvini annuncia che sta col poliziotto “senza se e senza ma”. Fratelli d’Italia e Lega parlano di legittima difesa, di accanimento giudiziario, di immigrato pericoloso. Il copione è pronto prima ancora che l’indagine inizi davvero.
E in quello studio televisivo, la scena simbolica diventa dispositivo politico.
«Guardatela», dice Macchi mostrando la pistola giocattolo. «È solo un oggetto da poche decine di euro. Ma se ve la puntassi, alzereste le mani. Pensate se a puntarvela fosse uno spacciatore in un bosco di notte».
Non è informazione. È pedagogia della paura. È costruzione emotiva. È la trasformazione di un fatto da accertare in una parabola morale: noi contro loro. Ordine contro caos. Stato contro immigrato.
Peccato che, nei giorni successivi, i fatti inizino a incrinare quella narrazione.
Emergono testimonianze che parlano di richieste quotidiane di denaro e droga da parte dell’agente. Accuse gravi, che vanno considerate come tali, senza processi sommari. Ma restano sulla bilancia della credibilità.
Emergono soprattutto elementi oggettivi. Quattro colleghi vengono indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso. Si ipotizza che Cinturrino abbia gestito da solo le fasi successive allo sparo. Si parla di 23 minuti prima della chiamata ai soccorsi. Ventitré minuti.
E la pistola? Era a salve. Ma era davvero impugnata? C’era davvero in quella dinamica?
L’inchiesta ha accertato che quella scena non è andata come era stata raccontata a caldo. La pistola non presentava impronte della vittima, i tempi dei soccorsi risultano incompatibili con una reazione immediata e lineare, e quattro colleghi sono indagati per aver aiutato a eludere le investigazioni e per omissione di soccorso. Il quadro che emerge è quello di una messa in scena successiva allo sparo, di una gestione opaca dei minuti decisivi, di una verità aggiustata a posteriori.
L’agente è indagato per omicidio. Sarà un processo a stabilire responsabilità definitive. Ma la narrazione costruita nelle ore successive all’uccisione è già crollata.
Ed è qui che l’immagine dell’uomo con la pistola in tv diventa simbolica.
Vedete quanto potere ha un sistema politico-mediatico quando decide di inclinare la bilancia prima ancora che i fatti vengano accertati? Vedete come funziona il meccanismo?
Prima si costruisce l’immagine: il poliziotto costretto a difendersi, l’immigrato minaccioso.
Poi si crea il consenso: dichiarazioni indignate, raccolte firme, trasmissioni a senso unico.
Infine si delegittima l’indagine: giudici politicizzati, procure ostili, “accanimento” contro le divise.
E quando emergono le crepe? Silenzio.
C’è qualcuno che ha chiesto scusa per quella scenografia con la pistola in studio? Per quella rappresentazione teatrale costruita su un cadavere ancora caldo?
Nessuno. Perché la vittima è un marocchino. E nella gerarchia emotiva della propaganda, un marocchino pesa meno. Finché non tocca a te.
Perché il punto non è essere “contro” le forze dell’ordine. Il punto è essere contro l’uso politico della paura. Quando la paura diventa spettacolo, la verità diventa un ostacolo. E quando la verità diventa un ostacolo, la giustizia diventa un dettaglio.
E uno Stato che permette che la giustizia venga sostituita da una scenografia televisiva non è più uno Stato forte. È uno Stato che ha paura della verità.



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