Guerra tra nazioni, Resistenze e paragoni improbabili. E neonazismo come questione europea

epa05808381 Members of different nationalists parties attend the so-called 'March of National Pride' in downtown Kiev, Ukraine, 22 February 2017. Ukrainian right-wing political parties, including 'Svoboda', the 'Right Sector' and members of the volunteer Corps 'Azov', announced about joining their efforts to put pressure on the Ukrainian power holders for the implementation of reforms in Ukraine. They also demand to stop the trade of some Ukrainian businessmen with Russian-backed separatists in the eastern Ukraine. EPA/SERGEY DOLZHENKO

C’è poco da fare, nel tempo della semplificazione totalitaria bisogna resistere e non mollare il diritto alla complessità. E bisogna pure fare i conti con il benaltrismo che serpeggia pure tra i benintenzionati.

Questa è una guerra tra nazioni. Siamo davanti a uno scontro per la definizione di confini e frontiere tra due nazioni. Una, la Russia di Putin, è indiscutibilmente l’aggressore. L’altra, l’Ucraina, è l’aggredito. È sufficiente questo ad ergere lo Stato ucraino a popolo che imbraccia le armi? No. La retorica guerrafondaia che va in onda ogni giorno – h24 – sulle tv italiane è preoccupante. Impietosire gli animi, alimentare l’odio verso il nemico.

Questo, inoltre, è uno scontro tra “blocchi” che provano a ripristinare la polarizzazione del pianeta. Sempre una questione di confini e frontiere, quindi, per continuare a reiterare questo modello di società: il capitalismo criminale che da tempo si è accomodato nella sua forma di Stato-nazione.

Premesso che chi invoca le armi è un interventista anche se si spaccia per pacifista, la follia dei nostri giorni è l’accusa di chi invoca lo stop alle armi di non avere a cuore la vita umana. Incredibile vero? Il tentativo è quello di spacciare il pacifismo come indifferenza, strafottenza. Mentre i “buoni” sarebbero quelli che invocano le armi, quelli che alimentano lo stato di guerra.

“E allora il Rojava?”, dice qualcuno. I paragoni con l Rojava oggi o la Rivoluzione spagnola di cent’anni fa sono improponibili, se non pretestuosi. Lì era o è in corso una battaglia per la Rivoluzione sociale, chi ha imbracciata o tuttora imbraccia le armi contro l’aggressore lo fa in nome di una società costruita diversamente e non per la definizione geometrica di qualche confine e della conseguente gestione delle risorse.

“E allora la Resistenza” dice qualcun altro. Quando si invocano le armi per l’Ucraina di Zelensky si chiede di inviare arsenali a un esercito regolare. I partigiani italiani erano “truppe irregolari” che combattevano contro un nemico interno: lo Stato fascista. Le potenze democratiche decisero di sostenere la Resistenza in funzione antifascista. Ma poi sappiamo com’è andata: «Inglesi ed americani non sono riusciti a salvare la monarchia, ma sono riusciti a sabotare la repubblica nascente» (Gaetano Salvemini) . Ma ad addolcirci la pillola da soli siamo sempre stati bravissimi.

Infine, la questione nazista. È sufficiente che Putin strumentalizzi la denazificazione per liquidare il ruolo del nazisti in Ucraina? No. l’Ucraina è uno stato liberal-democratico (facciamo finta di non sapere che esclude i partiti di sinistra e comunisti dalle dinamiche democratiche) che non si è fatto problemi a irreggimentare i neonazisti. Così come l’Occidente oggi non si sta facendo problemi ad armarli. L’ormai famigerato battaglione Azov ha una chiara ispirazione neonazista, ha collezionato accuse internazionali di crimini di guerra e tortura e adesso è inquadrato nella Guardia nazionale dell’Ucraina. Può contare su decine di migliaia di volontari neonazisti proveniente da tutto il mondo.

Il neonazismo non è un problema ucraino, ma quantomeno europeo. Di tutte e tutti noi. l’Ucraina piuttosto è il luogo in cui stiamo rischiando di renderli più forti.

Tiziana Barillà