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Francia, la vergogna delle vendite di armi

Dal 13 al 17 giugno si è tenuta al Parco d’Esposizione di Villepinte (vicino a Parigi) la fiera delle armi Eurosatory. L’evento ha riunito più di 1.000 espositori provenienti da 60 Paesi. Questo supermercato internazionale della morte coincide con la pubblicazione di un numero speciale della rivista Alternatives Non-Violentes, “Vendere armi, e dopo?”. È l’occasione per guardare in faccia la realtà di questo vergognoso commercio che comporta numerose zone d’ombra. In un momento in cui l’Occidente fornisce armi in quantità alla resistenza ucraina e in cui la corsa agli armamenti ha preso un ulteriore slancio, è tempo di esaminare questo commercio morboso, di denunciarlo e contrastarlo.

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La Francia vende armi all’Arabia Saudita, all’Egitto, all’India, al Qatar, al Brasile e agli Emirati Arabi Uniti, paesi “dalla dubbia fama in fatto di violazioni dei diritti umani”, afferma Alice Privey, ricercatrice dell’associazione Stop Fuelling War (cessiamo di alimentare la guerra). Apprendiamo dal suo articolo che le esportazioni di armi francesi hanno fatto un balzo del 59% dal 2012. Ci ricorda i processi di autorizzazione per la vendita di armi all’estero, sottolineando la mancanza di trasparenza e l’assenza di controllo del Parlamento. Ufficialmente, l’esportazione di armi e materiale bellico è proibita in Francia… Per essere autorizzate, queste vendite devono passare attraverso il filtro di una commissione chiamata CIEEMG (Commissione interministeriale per lo studio delle esportazioni di materiali bellici), composta da diversi rappresentanti dei ministeri e dell’ufficio del Primo Ministro. Né il Parlamento né la società civile hanno accesso alle informazioni e alle decisioni di questa commissione.

Alice Privey ricorda che il Trattato sul commercio delle armi (2014), adottato grazie alla mobilitazione della società civile mondiale, non viene applicato in Francia. Lo Stato investe ingenti somme in programmi di armamenti che, per essere redditizi, devono trovare sbocchi all’estero. Tutto ciò avviene a scapito di altre priorità, come la transizione energetica e le esigenze sociali, e nell’indifferenza dell’opinione pubblica, tenuta allo scuro da queste decisioni.

Amnesty International si batte da molti anni per denunciare la complicità della Francia nella vendita di armi a Paesi che violano il diritto internazionale. Aymeric Alluin, responsabile delle politiche di Amnesty International, sottolinea che la mancanza di trasparenza circa le decisioni sulle vendite di armi francesi rende impossibile verificare se la Francia stia rispettando il Trattato sul commercio delle armi (ATT). Ricorda che “a uno Stato è vietato autorizzare un trasferimento se è a conoscenza del fatto che le armi in questione potrebbero essere utilizzate per commettere crimini di guerra”. A febbraio, l’organizzazione per i diritti umani ha presentato all’Eliseo una petizione con 146.000 firme: “Vendite di armi: stop alla complicità della Francia”. Nel novembre del 2021, un rapporto parlamentare di una missione d’inchiesta sul controllo delle esportazioni di armi sottolineava “l’urgente necessità di un reale controllo parlamentare sulle vendite di armi francesi”, accogliendo così una richiesta avanzata da tempo da molte ONG. Con quale effetto? Ad oggi nessuno.

Questo numero della rivista Alternatives non-violentes non si limita a trattare le vendite di armi della sola Francia. Claude Serfati, membro del consiglio scientifico di Attac (Association pour la Taxation des Transactions financière et l’Aide aux Citoyens), allarga l’attenzione alla questione della “globalizzazione armata”, in altre parole alla militarizzazione del pianeta. La spesa militare globale è in crescita perenne: ammonta, secondo l’Istituto Internazionale di Ricerca sulla Pace di Stoccolma (SIPRI), a quasi 2.000 miliardi di dollari nel 2020, “con cioè un aumento di quasi l’80% dal 1995”.

La caduta dell’URSS nel 1990 ha accentuato le rivalità economiche e rafforzato le capacità militari degli Stati imperialisti. La NATO sta rafforzando la sua influenza sull’Europa orientale, accompagnando così lo sviluppo dell’economia di mercato nei Paesi dell’ex Unione Sovietica. Claude Serfati, al termine della sua analisi, ritiene probabile “l’aggravarsi degli antagonismi tra il blocco transatlantico (Stati Uniti ed Europa) e i Paesi dell’Asia e del Pacifico”. Egli ritiene che “il periodo aperto dalla guerra in Ucraina accelererà la crescita delle spese militari, che a loro volta alimenteranno nuovi conflitti con grande soddisfazione dei sistemi militari-industriali”. I popoli rimarranno le vittime di questa spirale decisa dagli Stati militarizzati e nuclearizzati.

Oggi più che mai si pone la questione della riconversione dell’industria degli armamenti. François Vaillant, direttore della rivista Alternatives Non-Violentes, ricorda gli sforzi compiuti in Francia negli anni ’70 da alcuni sindacati e movimenti nonviolenti per immaginare un’altra politica di difesa. Nonostante le speranze suscitate dall’arrivo al potere della sinistra, essa ha voltato le spalle agli impegni assunti in campagna elettorale sulla “moralizzazione delle vendite di armi”. Sotto la guida di Charles Hernu (socialista e Ministro della Difesa dal 1981 al 1985, N.d.R.), il commercio di armi decollò nuovamente e la Francia divenne il terzo venditore di armi al mondo. Il Mouvement pour une Alternative Non-violente (MAN) ha continuato da solo a riflettere sul “transarmo“, un periodo di transizione permettendo il passaggio dall’attuale sistema di difesa militarizzato ad un altro sistema di difesa, la difesa popolare nonviolenta. Per il MAN, all’epoca, il transarmo andava di pari passo con il controllo operaio dell’industria degli armamenti, rendendo così possibile la riconversione di quest’ultima verso produzioni socialmente utili.

Patrice Bouveret, cofondatore dell’Observatoire des Armements, sottolinea che la conversione dell’industria bellica “potrebbe essere agevolata dal fatto che si tratta di un settore di altissima competenza e tecnicità”. La conversione non è un problema tecnico, ma deve scaturire innanzitutto da una “volontà politica”. Patrice Bouveret ricorda inoltre che “la Carta delle Nazioni Unite deve rimanere la nostra bussola”. Firmata nel giugno 1945, essa puntualizza che la pace è possibile solo a patto di “non indirizzare verso gli armamenti solo un minimo delle risorse umane ed economiche del mondo”. Invece i cinque membri permanenti dell’ONU, tra cui la Francia, rappresentano da soli oltre il 60% della spesa militare mondiale, e circa il 77% delle esportazioni di armi. Le Nazioni Unite sono controllate da un club di Stati militarizzati che dominano oltraggiosamente il pianeta e fanno pesare sul suo futuro una minaccia mortale.

Sicurezza e difesa sono questioni troppo serie per affidarle solo ai militari e ai politici. I cittadini devono riappropriarsi di questi temi, troppo spesso confinati in ambienti specialistici. Una delle lezioni della guerra in Ucraina, afferma Etienne Godinot, “è che le società civili avranno sempre più un ruolo decisivo da ricoprire nella resistenza all’oppressione e nella lotta contro la guerra”. D’altronde le minacce alle nostre “democrazie” non sono solo militari, ma ecologiche, economiche, alimentari e ideologiche. Di fronte a queste diverse minacce, ha sottolineato, aumentare il volume delle armi convenzionali o sfoggiare l’arma nucleare è del tutto inefficace”. Sostiene una politica di disarmo che sviluppi un’alternativa alla difesa armata. In questo modo può sviluppare le basi e i metodi di una difesa civile nonviolenta, una riflessione che i movimenti nonviolenti hanno accantonato dopo la caduta del Muro di Berlino.

In concomitanza con la fiera Eurosatory, questo numero di Alternatives Non-Violentes arriva al momento giusto per ricordare che le armi non sono merci come tutte le altre. Non sono beni di consumo, ma beni di distruzione. Vendere armi non è altro che esportare la guerra e aumentare la minaccia di guerra ai quattro angoli del pianeta. Significa alimentare, indefinitamente, i conflitti regionali con armi sempre più sofisticate, a scapito dei bisogni reali delle popolazioni che sono le prime vittime di queste esportazioni di armi. Fino a quando i cittadini francesi continueranno a tacere di fronte a questo commercio della vergogna svolto in loro nome?

Tutte le informazioni per ottenere questo numero sul sito web di Alternatives Non-Violentes

Traduzione dal francese per Pressenza di Dominique Florein. Revisione di Thomas Schmid.

L’articolo originale può essere letto qui

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