Palestine Action, quando a processo finisce chi prova a fermare le armi

(Photo by Guy Smallman/Getty Images)

Dal caso dei Filton 25 in Gran Bretagna agli Ulm 5 in Germania, la repressione contro l’azione diretta pro Palestina trasforma il danneggiamento delle infrastrutture di Elbit Systems in criminalità organizzata e perfino terrorismo. Ma le giurie britanniche cominciano a incrinare questa costruzione

Qualcosa si sta incrinando nella gigantesca macchina giudiziaria costruita nel Regno Unito contro Palestine Action. Dopo mesi di carcere preventivo, processi e riprocessamenti, sette degli otto attivisti dell’area dei cosiddetti Filton 25 hanno visto una giuria dell’Old Bailey rifiutarsi di arrivare a un verdetto di condanna. Non è ancora un’assoluzione definitiva e la procura potrà chiedere nuovi processi per alcune delle imputazioni rimaste sospese. Ma dopo otto settimane di udienze e 37 ore di deliberazione, il mancato verdetto è stato accolto da un fragoroso applauso nell’aula londinese.

È un segnale importante perché il caso Filton è diventato uno dei terreni sui quali il governo britannico ha sperimentato il salto di qualità nella repressione della solidarietà con la Palestina: non limitarsi a perseguire penalmente le singole azioni, ma trasformare chi pratica l’azione diretta contro l’industria bellica israeliana in una minaccia alla sicurezza dello Stato.

La vicenda nasce dal raid dell’agosto 2024 contro il sito di Elbit Systems a Filton, nei pressi di Bristol. Gli attivisti entrarono nello stabilimento, filmarono l’azione e danneggiarono arredi, attrezzature e alcuni droni. Il bersaglio non era casuale. Elbit Systems è la principale industria militare israeliana e uno dei pilastri tecnologici delle forze armate di Tel Aviv, produttrice di droni e sistemi militari utilizzati anche nelle operazioni contro Gaza.

Da allora, intorno a quella mobilitazione è stata costruita una delle più vaste operazioni giudiziarie contro Palestine Action.

Madeleine Norman, Hannah Davidson, Teuta Hoxha, Ola Aleksandra Herbich, Ian Sanders, William Plastow, Yulia Brigadirova e Sean Middlebrough sono stati accusati, pur non avendo materialmente partecipato all’irruzione, di aver incoraggiato o agevolato chi entrò nello stabilimento. Secondo la ricostruzione dell’accusa, l’azione sarebbe stata organizzata attraverso un «red team», incaricato di penetrare nella fabbrica e danneggiare armi e attrezzature, e un «black team», con il compito di distrarre all’esterno il personale di sicurezza.

Le imputazioni comprendevano danneggiamento e violent disorder, un reato che nella sostanza consente di colpire penalmente la partecipazione collettiva a situazioni considerate violente o minacciose.

Eppure la costruzione accusatoria non ha convinto la giuria.

William Plastow è stato prosciolto dall’accusa di violent disorder dopo che lo stesso giudice aveva considerato insufficienti le prove. Nessun verdetto è stato raggiunto sulla stessa imputazione nei confronti di Sean Middlebrough. Per quest’ultimo resta inoltre aperta la questione relativa all’accusa di danneggiamento.

Il nuovo risultato arriva dopo un altro passaggio significativo. Nel febbraio scorso Charlotte Head, Samuel Corner, Ellie Kamio, Fatema Zainab Rajwani, Zoe Rogers e Jordan Devlin erano già stati prosciolti dall’accusa di furto aggravato nel processo celebrato a Woolwich, mentre la giuria non era riuscita a raggiungere un verdetto di colpevolezza sul danneggiamento.

Il problema è che nel sistema britannico un mancato verdetto non chiude necessariamente il procedimento. Se non viene pronunciata un’assoluzione, la procura può chiedere un nuovo processo. Alcuni degli attivisti potrebbero dunque trovarsi nuovamente davanti a una corte, con tempi che, a causa della congestione del sistema giudiziario, potrebbero prolungarsi ancora per un anno.

È qui che il processo stesso rischia di trasformarsi nella pena.

Alcuni degli imputati hanno trascorso almeno diciotto mesi in carcere preventivo. Mesi e mesi di privazione della libertà prima ancora che una giuria sia riuscita a dichiararli colpevoli. Il messaggio rivolto al movimento va molto oltre l’esito delle singole udienze: chi decide di intervenire materialmente contro le infrastrutture dell’industria militare deve sapere che può affrontare lunghissime detenzioni, processi ripetuti e imputazioni progressivamente più pesanti.

La natura politica dell’operazione emerge ancora più chiaramente da quanto accaduto in giugno, quando il giudice Adam Johnson ha applicato a Corner, Head, Kamio e Rajwani un’aggravante legata al terrorismo per il danneggiamento. Una qualificazione destinata a incidere pesantemente sulla pena e che ha segnato un precedente inquietante: il danneggiamento di beni all’interno di una fabbrica di armamenti può essere fatto entrare nel paradigma antiterrorismo.

Ed è questo il nodo centrale.

Un drone destinato a un apparato militare viene trattato innanzitutto come proprietà da proteggere. Chi lo danneggia può invece essere trasformato in soggetto pericoloso per la sicurezza nazionale. Scompare progressivamente dal processo politico il contesto nel quale l’azione viene compiuta: Gaza, la distruzione di infrastrutture civili, le decine di migliaia di morti, le accuse di crimini di guerra e genocidio, il ruolo delle industrie che forniscono le tecnologie necessarie alla macchina militare israeliana.

Resta il bene danneggiato. E intorno alla sua tutela viene costruito il nemico.

È uno dei meccanismi classici della criminalizzazione del dissenso: isolare l’atto dal contesto che gli attribuisce significato politico. Non occorre condividere ogni forma di azione diretta per riconoscere questa sproporzione. Una democrazia può perseguire un danneggiamento senza trasformare automaticamente chi lo commette in terrorista.

Il caso britannico non è isolato. Pochi mesi dopo Filton, la stessa battaglia contro Elbit Systems si è spostata in Germania.

Nella notte dell’8 settembre 2025 cinque attivisti sono entrati nello stabilimento tedesco dell’azienda a Ulm dopo aver forzato una vetrata. All’interno hanno distrutto computer, monitor, telefoni e altre attrezzature e lasciato scritte contro il ruolo dell’industria israeliana nella guerra a Gaza. Nessuna persona è stata ferita. L’azione è stata filmata dagli stessi protagonisti e, all’arrivo della polizia, i cinque si sono lasciati arrestare senza opporre resistenza.

Sono diventati gli Ulm 5: Daniel Tatlow-Devally, Zo Hailu, Crow Tricks, Vi Kovarbasic e Leandra Rollo.

Leandra ha spiegato davanti alla telecamera la ragione dell’azione: colpire un’azienda accusata dagli attivisti di trarre profitto dallo «sterminio del popolo indigeno della Palestina».

Anche qui la risposta giudiziaria ha superato rapidamente il semplice danneggiamento. La stima iniziale dei danni, intorno ai 200mila euro, sarebbe salita nel corso dell’indagine oltre il milione. Ma soprattutto la procura tedesca ha contestato agli attivisti il paragrafo 129 del codice penale, quello relativo all’“associazione criminale”.

Cinque persone entrano in una fabbrica, distruggono beni, filmano ciò che fanno, spiegano pubblicamente le ragioni politiche del gesto e si lasciano arrestare. Lo Stato non si limita a contestare loro quell’azione: prova a trasformare l’organizzazione che l’ha resa possibile in fenomeno criminale.

Da undici mesi gli Ulm 5 sono detenuti in istituti diversi della Germania meridionale. I familiari denunciano condizioni durissime. La madre di Zo Hailu ha raccontato che alla figlia sarebbe stato negato l’accesso a un legale nonostante le rassicurazioni ricevute. Quella di Daniel Tatlow-Devally rivendica invece per il figlio la condizione di difensore dei diritti umani, sostenendo che i cinque combattono contro i crimini di guerra e il genocidio a Gaza.

Anche a Ulm, durante la prima udienza, gli imputati sono stati accolti da applausi e cori di solidarietà.

Londra e Ulm sono due vicende giudiziarie diverse, regolate da ordinamenti differenti, ma mostrano una tendenza comune. Il conflitto intorno alla Palestina si sta trasferendo dentro il diritto penale europeo. Non vengono più perseguiti soltanto determinati comportamenti: vengono progressivamente ridefinite come minacce alla sicurezza alcune forme radicali di solidarietà politica.

Il paradosso è enorme. Gli Stati europei hanno continuato per anni a intrattenere rapporti militari, industriali e commerciali con Israele mentre Gaza veniva devastata. Le mobilitazioni hanno chiesto embarghi sulle armi, sospensione degli accordi, sanzioni e applicazione del diritto internazionale. Di fronte all’inerzia dei governi, una parte del movimento ha scelto di passare dalla protesta all’interruzione materiale della filiera militare.

È qui che nasce Palestine Action.

La sua strategia non consiste nell’attaccare indiscriminatamente persone o luoghi. Individua aziende e infrastrutture collegate alla produzione militare israeliana e interviene direttamente su di esse attraverso occupazioni, blocchi e danneggiamenti. È una strategia discutibile, certamente illegale in molte delle sue forme, ma con una precisa razionalità politica: aumentare il costo economico e materiale della partecipazione all’industria bellica.

Ed è proprio questa capacità di incidere materialmente, più della semplice espressione di un’opinione, a spiegare la durezza della risposta statale.

Il mancato verdetto dell’Old Bailey acquista allora un significato che supera le sorti personali degli imputati. Una giuria popolare, chiamata a valutare le prove prodotte dall’accusa, non è riuscita a tradurre automaticamente la costruzione repressiva dello Stato in una condanna.

Non significa che la battaglia giudiziaria sia conclusa. Al contrario, nuovi processi sono possibili e molti attivisti restano esposti a pene pesantissime. Gli Ulm 5 sono ancora detenuti. In Gran Bretagna Palestine Action è stata messa fuori legge. La pressione giudiziaria continua.

Ma qualcosa si è aperto.

Perché più i governi cercano di cancellare il contesto politico di queste azioni, più quel contesto ritorna dentro le aule dei tribunali. Ritorna attraverso gli imputati, attraverso le campagne di solidarietà e persino attraverso le difficoltà delle giurie a riconoscere come criminali o terroristi coloro che hanno scelto di colpire non delle persone, ma gli strumenti materiali di una guerra.

Alla fine resta una domanda che né Londra né Berlino possono evitare all’infinito: perché rompere un drone può diventare terrorismo mentre produrre e fornire gli strumenti utilizzati per devastare Gaza continua a essere considerato normale attività economica?

È dentro questa contraddizione che si giocano i processi ai Filton 25 e agli Ulm 5. Ed è per questo che non riguardano soltanto Palestine Action. Riguardano il confine che le democrazie europee stanno tracciando tra dissenso e crimine, tra disobbedienza e terrorismo, tra la protezione della proprietà e la protezione della vita umana.


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