Chi attacca l’antifascismo attacca la democrazia

(Photo by OSCAR DEL POZO / AFP)

di Marco Bascetta*

Viviamo in un paese nel quale l’apologia di fascismo è reato. Cosa che non impedisce a diversi gruppi ed esponenti politici di esibirne simboli, parole d’ordine e dottrine nella più serena impunità

Viviamo in un paese nel quale l’apologia di fascismo è reato. Cosa che non impedisce a diversi gruppi ed esponenti politici di esibirne simboli, parole d’ordine e dottrine nella più serena impunità. Senza risalire ai famigerati anni Settanta possiamo registrare in tempi ben più recenti un assalto squadrista alla sede della Cgil a Roma.

Quanto alla pretesa di negare qualunque esercizio della violenza da parte della destra radicale nella storia italiana del dopoguerra è una falsificazione talmente enorme che non merita neanche la fatica di controbattere.

Ora, a partire dall’America di Trump e, a seguire, paesi europei come l’Ungheria e l’Olanda, vogliono classificare come organizzazione terroristica i movimenti che si definiscono Antifa, sigla che non corrisponde ad alcuna specifica formazione politica, riferendosi piuttosto a un variegato arcipelago di attivisti di sinistra impegnati nel contrastare l’attività politica dei gruppi neofascisti e neonazisti. Questo contrasto può essere esercitato in vari modi, alcuni dei quali, quando comportano reati dimostrabili, possono evidentemente essere perseguiti relativamente ai reati commessi.

Ma la posta in gioco è un’altra. Dichiarare quell’antifascismo che sta alla base delle democrazie europee una ideologia che diffonde odio e ispira comportamenti intolleranti e violenti ha il solo scopo di riabilitare il fascismo e legittimarne in pieno le forme contemporanee.

Basterebbe un solo esempio. Secondo questa impostazione il gigantesco movimento che attraversò tutta la Germania in risposta al convegno neofascista di Potsdam dedito a progettare la deportazione di massa di tutte le persone di origine straniera, dovrebbe ritenersi una mobilitazione di natura terroristica. E, al contrario, le dottrine di Martin Sellner, fondatore del movimento identitario e inventore del termine “remigrazione”, un suprematista bianco a suo tempo dichiarato persona non grata in Germania, dovrebbero essere considerate degne di ascolto e di pacata discussione.

Ma il vero problema è che la “remigrazione” è ampiamente praticata negli Stati uniti, programmata in Ungheria, fortemente voluta, insieme ad altri capitoli di restaurazione autoritaria, dall’estrema destra olandese, britannica, austriaca.

L’antifascismo militante degli anni Settanta fu per molti versi una sanguinosa perdita di tempo, una distrazione dall’essenziale e un vicolo cieco. Ma oggi che concrete politiche di stampo neofascista sono direttamente al potere, in procinto di accedervi o comunque in grado di condizionarlo fortemente, l’antifascismo torna ad essere una necessità politica non semplicemente memorialistica e men che meno piegata alla logica svilente della guerra per bande, ma in grado di contrapporre un proprio progetto all’edificazione in corso dello stato autoritario.

Questa è la vera ragione per cui la messa al bando di una organizzazione fantasma denominata Antifa, sta così a cuore alle forze della destra sulle due sponde dell’Atlantico. Perché si tratta di eliminare l’antifascismo, che la storia non ha ancora del tutto delegittimato e che costituisce ancora un anticorpo e un ostacolo sulla strada dei regimi autoritari.

* da il manifesto

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