Non di rado il suicidio è un’implicita affermazione del desiderio di vivere in un altro mondo più alto e sereno, una via di fuga per chi non riesce a evadere da qualsivoglia galera
di Marco Sommariva*
Leggo sul quotidiano il manifesto che occorreva “leggere la testimonianza del detenuto Gianni Alemanno riguardo al «momento più difficile» dell’anno – quello in cui il «caldo arroventa il sovraffollamento» giunto a sfiorare il 135%, nelle carceri italiane, e mette a repentaglio perfino le vite degli oltre 62 mila reclusi –, per vedere il presidente della Camera Lorenzo Fontana varcare per la prima volta l’ingresso di una struttura penitenziaria in visita ufficiale. In questo caso Rebibbia, dove l’esponente leghista ha incontrato l’ex sindaco di Roma, recluso da 186 giorni in una cella da cui diffonde un utile «diario» che ha già sortito l’effetto di smuovere perfino l’intransigente Ignazio La Russa”.
Per coloro che non conoscono o non ricordano chi è Giovanni (detto Gianni) Alemanno, proverò a tratteggiarlo: dal 1988 al 1991 è stato segretario nazionale del Fronte della gioventù, l’organizzazione giovanile del Movimento sociale italiano-Destra nazionale; ha fatto parte della direzione nazionale di Alleanza nazionale; alle elezioni comunali del 2008 è stato eletto sindaco di Roma, dopo una campagna impostata sui temi della sicurezza e della lotta al degrado; dal 2017 al 2019 è stato segretario della formazione politica Movimento nazionale per la sovranità, in cui erano confluite Azione Nazionale dello stesso Alemanno e La Destra di Francesco Storace, uomo che iniziò la sua attività politica nel Movimento sociale italiano, un partito nato nel dicembre del 1946 per iniziativa di alcuni fascisti che avevano militato nella Repubblica sociale italiana – un regime collaborazionista con la Germania nazista –, tra cui Giorgio Almirante che, dell’Msi, fu per anni il segretario nazionale. Il Movimento sociale italiano è da sempre considerato l’erede di quel Partito fascista repubblicano fondato da Benito Mussolini. A chiudere questo breve sunto che ci ha portato da Alemanno a Mussolini passando per Storace e Almirante, aggiungo solo che, nel 2019, il sopraccitato Movimento nazionale per la sovranità – sovranista ed euroscettico – è confluito in Fratelli d’Italia, il partito fondato dall’attuale presidente del Consiglio dei ministri Giorgia Meloni, insieme a “l’intransigente” Ignazio La Russa e a Guido Crosetto.
Non so voi, ma a me fa una certa impressione leggere di questo impegno cui s’è fatto carico il signor Alemanno, e di certo non perché non lo condivida, solo perché mi ha un po’ sorpreso; solitamente, gli uomini che rappresentano la Destra e il carcere hanno comunicato nei termini riportati da Patrizio Gonnella, presidente dell’Associazione Antigone , su il manifesto del 19 novembre 2023: “Con il nuovo delitto di rivolta nasce il reato di lesa maestà carceraria. Il governo, a volto e carte scoperte, ha deciso di stravolgere il modello penitenziario repubblicano e costituzionale, ricollegandosi al regolamento fascista del 1931. Il crimine di rivolta carceraria, così come delineato all’interno del pacchetto sicurezza, sarà un’arma sempre carica di minaccia contro tutta la popolazione detenuta. Qualora dovesse essere approvato così come è stato scritto, cambierà la natura del carcere in modo drammatico e autoritario. Il nuovo articolo 415-bis del Codice penale punisce fino a otto anni di carcere: “Chiunque, all’interno di un istituto penitenziario, mediante atti di violenza o minaccia, di resistenza anche passiva all’esecuzione degli ordini impartiti ovvero mediante tentativi di evasione, commessi da tre o più persone riunite, promuove, organizza, dirige una rivolta”
Chissà, magari il signor Alemanno ha sempre pensato ciò che sta propugnando in quest’ultimi mesi oppure, come le donne minacciate dall’arrivo del gorilla della canzone del mio concittadino De André che riprese un brano di Georges Brassens, sta mostrando la differenza tra idea e azione oppure, come dice il detto genovese “Fin che a camixa a no toccâ a pelle…/Finché la camicia non tocca la pelle…”, si sta interessando a un problema perché adesso, appunto, la questione gli sta toccando la pelle, lo riguarda molto da vicino.
Nell’interessante articolo di Eleonora Martini, pubblicato da il manifesto, si legge anche che neppure i ventilatori riescono ad arrivare in carcere senza un aiuto esterno: “Infatti, mentre «l’effetto forno» costringe il detenuto Alemanno a comperare «un ventilatore che – denuncia l’ex sindaco – non mi viene consegnato da quindici giorni», a «dare “aria” alla giustizia, anche dentro il carcere» ci deve pensare l’Ordine degli avvocati di Milano che ha lanciato un’iniziativa solidale per raccogliere fondi da destinare a sistemi di ventilazione delle celle roventi. Purtroppo però sempre più spesso si verificano blackout nei penitenziari, perché gli impianti elettrici non reggono l’accensione di tanti ventilatori in contemporanea”.
Tutto questo mentre il giorno prima, come ci ricorda la stessa giornalista, “nel surriscaldato carcere di Sollicciano, Firenze, un detenuto straniero di 57 anni con patologie psichiatriche è morto dopo un malore. Dall’inizio dell’anno, secondo «Ristretti orizzonti», i decessi sono 124, di cui 38 suicidi e 86 per «altre cause». Mentre, come ha sintetizzato il senatore dem Michele Fina un paio di giorni fa, «la politica dorme con l’aria condizionata»”.
I 38 suicidi di quest’anno vanno a sommarsi ai numeri degli anni scorsi, fra cui spicca il dato del 2024 quando si registrò il record di suicidi in carcere.
C’è da dire che nelle carceri italiche non sono solo i detenuti a uccidersi; ultimamente, sul mensile Altreconomia ho letto che “nei corpi di polizia – civili e militari – si registra un elevato tasso di suicidi anche se la lettura complessiva del fenomeno è vanificata dalla reticenza dei ministeri a divulgare dati certi e coerenti. Le cause sono gli elevati livelli di stress, un ambiente lavorativo ostile, la disponibilità dell’arma di ordinanza e lo stigma sulla salute mentale. Il tema andrebbe affrontato in modo deciso dal governo che invece facilita l’accesso alla “pistola personale” per 300mila agenti” e che “solo tra maggio e giugno, si sono verificati cinque episodi tra le forze in divisa, portando a 18 gli eventi suicidari dall’inizio dell’anno”.
In Italia ci si suicida sempre più: “Nel 2021 […] l’ultimo anno monitorato, si è riscontrato un aumento dei suicidi: sono stati 3.870, a fronte dei 3.748 del 2020. Aumento che si riscontra in tutte le fasce d’età ad eccezione dei 50-64enni e che è più elevato tra gli under 49. Tra i 15 e 34 anni, in particolare, la crescita dei suicidi nel 2021 è stata del 16%”.
Ci si suicida sempre più, in ogni angolo del mondo: “Negli ultimi 45 anni il tasso di suicidio è cresciuto del 65% in tutto il mondo. Oggi il suicidio è considerato una delle tre principali cause di morte fra gli individui di età compresa tra i 15 e i 44 anni, in entrambi i sessi. Senza contare i tentati suicidi, fino a 20 volte più frequenti”.
Chissà se qualcuno ha mai pensato che almeno una parte di questi suicidi che Cesare Pavese definì, qualche mese prima di togliersi la vita, “omicidi timidi. Masochismo invece che sadismo”, non siano una protesta di vita, non scaturiscano da quell’impotenza che si sente nelle ossa quando si è doloranti di vita, appunto; è noto, infatti, che non di rado lo stesso suicidio è un’implicita affermazione del desiderio di vivere in un altro mondo più alto e sereno.
Il suicidio potrebbe essere il finale di chi non ha alternative, possibilità di scelta, esseri umani arrivati a tanto per un mancato ascolto, per un ritorno superficiale di coloro che non hanno voluto girarsi verso le urla strazianti di chi sentiva i propri demoni divorargli tempo e spazio; leggete cosa scrive nel romanzo Il sole si spegne, Osamu Dazai: “Quando fingevo d’esser un ragazzo precoce, la voce si sparse che ero precoce. Quando mi comportavo da ozioso, la voce fu che ero un ozioso. Quando facevo finta di non saper scrivere un romanzo, la gente diceva che non sapevo scrivere. Quando mi comportavo da bugiardo, mi chiamavano bugiardo. Quando mi comportavo da ricco, sparsero la voce che ero ricco. Quando ostentai indifferenza, mi classificarono tra gli indifferenti. Ma quando io, senza volere, mi lamentai perché davvero soffrivo, sparsero la voce che fingevo la sofferenza”.
Di questo libro, ritengo significativo quest’altro passaggio: “È doloroso, per la pianta che è me stesso, continuare a vivere nell’atmosfera e nella luce di questo mondo. Manca, non so dove, un elemento che mi permetterebbe di continuare. Mi manca. Non potevo far di più che restare in vita fino a oggi”.
C’è un altro interessante libro ad avermi aiutato a entrare diversamente in questo spinoso quanto delicato argomento, ad avermi aperto nuovi orizzonti di pensiero, altre prospettive; è Pensieri sul suicidio di Giorgio Antonucci: “La possibilità di togliersi la vita non è un’esperienza particolare di alcuni momenti estremi, ma, più propriamente, accompagna il nostro cammino in ogni momento dell’esistenza, come un tesoro del nostro percorso intellettuale che ci garantisce un maggior grado di libertà, e di indipendenza, riservandoci comunque una potenziale via di fuga dal mondo della natura e della società, estremamente preziosa in ogni circostanza”.
Lo so, alcuni di voi sentiranno un retrogusto di bestemmia, percepiranno uno sproposito nel sopraccitato “La possibilità di togliersi la vita […] ci garantisce un maggior grado di libertà, e di indipendenza”, ma Antonucci non era di certo uno che si girava dall’altra parte quando sentiva le urla strazianti di chi era divorato dai propri demoni, e nel suo saggio prosegue e approfondisce così: “Al contrario, chi cerca di mantenere l’altro come schiavo, come oggetto di possesso, e di averlo a disposizione come strumento ricorre ai più differenti metodi di ricatto, di intimidazione e di paura pur di evitare che la vittima gli sfugga, che si sottragga al suo potere e venga meno alla sua influenza. Così nascono i comandamenti religiosi e i regolamenti sociali così rigidi e le punizioni così spaventose in ogni cultura e in ogni epoca. La condanna a morte è da parte delle autorità un diritto di possesso sul suddito. E parimenti l’ergastolo, una condanna a morte mascherata. Mentre il suddito non può decidere su di sé e pensare per conto proprio. Il potere costituito, nella sua prepotenza assoluta, si riserva di imporre sia la conservazione, sia la morte”.
Riguardo le condanne a morte, Amnesty International ha registrato “1.518 esecuzioni in 15 paesi nel 2024, segnando un aumento del 32% rispetto alle 1.153 registrate nel 2023”.
Amnesty International ci informa che la pena di morte è stata ormai superata, abolita nella legge o nella pratica (de facto), da più di due terzi dei paesi nel mondo.
Ma che senso ha abolire la pena di morte se poi l’Associazione Antigone denuncia – è cronaca di questi giorni – questo stato di cose: “[…] in alcune sezioni le temperature sono così elevate da rendere invivibili le celle e si deve cercare refrigerio provando ad uscire dalle stesse, cosa non possibile per tutte le persone detenute a fronte di un prepotente ritorno ad un regime a celle chiuse in molte carceri del paese. Le persone detenute e gli operatori che lavorano nelle sezioni faticano a respirare. I ventilatori non sono disponibili ovunque e, anche laddove vi siano, essendo autorizzati solo alcuni modelli per ragioni di sicurezza e in un numero contenuto per ogni cella, il sollievo che offrono è comunque minimo. In alcune celle, inoltre, l’acqua corrente è disponibile solo per alcune ore al giorno. In altre ancora le docce non ci sono (contravvenendo al regolamento penitenziario) e i detenuti possono accedere nelle docce comuni solamente per poche ore al giorno”.
E mentre acqua corrente, docce, ventilatori e chissà cos’altro fa fatica a entrare in carcere, sono sempre più numerose, invece, le persone che ci finiscono, anche grazie alla sfrenata sovraproduzione di nuove fattispecie di reato fortemente voluta dall’attuale governo.
Mi permetto di augurare a tutti i signori governanti – attuali e, non cambiassero le cose, anche futuri – un po’ di galera, così che possano rendersi conto di persona, come sta succedendo al signor Alemanno, cosa significhi vivere dietro le sbarre, cuocere a fuoco lento d’estate come degli spezzatini, perché questo sono i detenuti, dei pezzi di carne, nulla più, di certo non sono riconosciuti come esseri viventi.
E ditemi voi se il non essere riconosciuti come essere viventi non potrebbe essere la molla che porta le persone in tutto il mondo, detenuti e non, a cercare una via di fuga, un maggior grado di libertà, il desiderio di vivere in un altro mondo più alto e sereno; chissà che non parta tutto proprio da qui, da questo mancato riconoscimento.
*scrittore sul sito www.marcosommariva.com tutte le sue pubblicazioni
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