Trump lancia il vertice mondiale anti-Antifa: la nuova crociata contro il “nemico interno”


Washington convoca sessanta Paesi per coordinare la lotta al presunto terrorismo di estrema sinistra. Tra processi politici, liste nere e nuove strategie antiterrorismo, l’amministrazione Trump prova a internazionalizzare la criminalizzazione del dissenso.

L’amministrazione Trump compie un nuovo passo nella costruzione del proprio nemico interno. Il segretario di Stato Marco Rubio ha invitato i ministri di circa sessanta Paesi a un vertice internazionale dedicato alla presunta «rinascita del terrorismo di estrema sinistra». Un summit “anti-Antifa” che, nelle intenzioni della Casa Bianca, dovrebbe coordinare una risposta globale contro una minaccia che, al di fuori della propaganda trumpiana, appare per molti osservatori largamente costruita e politicamente strumentale.

Secondo il Washington Post, l’iniziativa ha provocato «costernazione» tra diplomatici statunitensi, analisti indipendenti e numerosi alleati europei, che non condividono la narrazione dell’amministrazione Maga e guardano con preoccupazione al tentativo di trasformare l’antifascismo in una categoria del terrorismo internazionale.

Il ritorno del maccartismo

La convocazione del vertice del 16 luglio rappresenta il punto più avanzato di una strategia che l’amministrazione Trump porta avanti da mesi. Nei discorsi del 3 e 4 luglio, il presidente ha rilanciato la retorica della «minaccia comunista», evocando scenari che ricordano apertamente la psicosi maccartista degli anni Cinquanta.

Lo scorso settembre Trump aveva già firmato la direttiva NSPM-7, inserendo «Antifa» tra i gruppi «antiamericani, anticristiani e anticapitalisti». Una definizione politicamente significativa ma giuridicamente problematica: Antifa non è un’organizzazione strutturata, non ha dirigenti, iscritti o una catena di comando. È un insieme di pratiche e reti antifasciste diffuse.

Eppure, quella designazione ha avuto un effetto concreto: trasformare l’antifascismo in un «nemico interno».

Dal dissenso al terrorismo

Il salto di qualità è evidente anche sul piano giudiziario. In Texas, nove attivisti anti-ICE sono stati condannati a pene comprese tra i trenta e i cento anni di carcere nell’ambito del processo sulla presunta «cellula terroristica Antifa» di Prairieland. A Minneapolis quindici attivisti anti-remigrazione sono stati rinviati a giudizio.

In entrambi i casi, azioni di protesta, danneggiamenti e persino scritte sui muri sono stati equiparati ad attività terroristiche.

Secondo diverse organizzazioni per i diritti civili, si sta affermando una nuova dottrina repressiva: non vengono perseguiti soltanto comportamenti criminali, ma intere aree politiche considerate ostili all’ordine costituito.

A questo si aggiunge un altro elemento inquietante: militanti e attivisti sono stati oggetto di attenzioni investigative anche per dichiarazioni e opinioni espresse sui social network.

Dopo l’uccisione di Renée Good e Alex Pretti a Minneapolis, il funzionario del Dipartimento di Giustizia Aakash Singh avrebbe invitato i procuratori federali a colpire manifestanti e osservatori legali «con tutto quello che avete» e a «pubblicizzare al massimo» le condanne.

La costruzione della minaccia globale

Il governo Trump tenta ora di esportare questo paradigma. Negli ultimi mesi processi contro presunti «terroristi antifa» sono stati avviati a Los Angeles e San Diego. Inoltre, la Casa Bianca ha cercato di inserire nel cosiddetto «teorema Antifa» anche episodi come l’uccisione del commentatore conservatore Charlie Kirk e l’attentato al banchetto dei corrispondenti di Washington, pur in assenza di evidenti legami organizzativi tra gli autori e reti antifasciste.

Il Dipartimento di Stato punta ora a ottenere un allineamento internazionale. A novembre Washington aveva già designato come «organizzazioni terroristiche straniere» due gruppi greci, la cosiddetta Federazione anarchica informale in Italia e Antifa di Dresda, la cosiddetta Hammerbande, il gruppo con cui in Germania è stata associata anche l’eurodeputata Ilaria Salis.

Secondo il Washington Post, un cablogramma inviato a giugno avrebbe chiesto informazioni sui gruppi di estrema sinistra ad almeno venti sedi diplomatiche statunitensi, tra cui quelle in Italia, Messico e Albania.

Sebastian Gorka e la nuova guerra ideologica

A guidare l’operazione è Sebastian Gorka, l’anglo-ungherese nominato da Trump «zar» dell’antiterrorismo. Figura controversa, vicino in passato a organizzazioni ultranazionaliste ungheresi come l’Ordine di Vitéz e la Magyar Gárda, Gorka è uno dei principali ideologi della nuova crociata contro la «sinistra radicale».

La nuova US Counterterrorism Strategy, pubblicata dal suo dipartimento, individua come obiettivo prioritario la «rapida identificazione e neutralizzazione dei gruppi politici laici violenti la cui ideologia è antiamericana, radicalmente filo-transgender e anarchica».

Il documento ridefinisce completamente la gerarchia delle minacce: i cartelli della droga sostituiscono il terrorismo jihadista come principale emergenza nazionale, mentre «l’estremismo di sinistra» viene equiparato a organizzazioni come Al Qaeda e lo Stato islamico.

Una scelta che molti esperti considerano una pericolosa manipolazione dell’apparato antiterrorismo. «Vogliono inventare Antifa come una minaccia globale», ha dichiarato al New York Times l’analista Tom Joscelyn. «Tutto questo indica la volontà dell’attuale amministrazione di deviare l’apparato antiterrorismo per reprimere gli avversari politici interni».

Un’internazionale della repressione

Il vertice del 16 luglio non è dunque un semplice incontro diplomatico. È il tentativo di costruire una nuova architettura repressiva internazionale fondata sulla criminalizzazione transnazionale della sinistra radicale, dei movimenti antifascisti e delle reti di solidarietà.

L’obiettivo è duplice: creare una categoria politica globale – il «terrorismo di estrema sinistra» – e ottenere la cooperazione degli alleati per condividere dati, sorveglianza, liste di sospetti e strumenti di repressione.

In altre parole, costruire una sorta di internazionale della controinsurrezione, capace di colpire movimenti e attivisti oltre i confini nazionali.

Molti governi europei sembrano guardare all’iniziativa con scetticismo e difficilmente invieranno ministri o alti funzionari al summit. Ma il solo fatto che la prima potenza mondiale convochi un vertice internazionale per discutere della presunta minaccia di «Antifa» è già un segnale politico potente.

Perché quando l’antifascismo viene ridefinito come terrorismo e la protesta sociale come una minaccia alla sicurezza nazionale, non siamo di fronte a un semplice cambio di priorità nell’agenda antiterrorismo.

Siamo di fronte al tentativo di costruire un nuovo paradigma repressivo, nel quale il dissenso politico non viene più contrastato sul terreno del confronto democratico, ma gestito come un problema di ordine pubblico e sicurezza globale.


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