Texas, l’FBI cercava informatori tra gli imputati anti-ICE: il caso “Antifa” diventa un laboratorio della repressione


Dopo le condanne esemplari contro i manifestanti di Prairieland, un’inchiesta di The Intercept rivela tentativi di infiltrazione e sorveglianza digitale. Non si colpiscono più solo i reati, ma intere aree politiche considerate “nemiche interne”.

La vicenda della presunta «cellula Antifa» del Texas continua a svelare aspetti sempre più inquietanti. Dopo le condanne che hanno inflitto complessivamente oltre quattro secoli di carcere agli imputati della protesta anti-ICE di Prairieland, un’inchiesta pubblicata da The Intercept aggiunge un nuovo tassello a un quadro già allarmante: l’FBI avrebbe tentato di trasformare uno degli arrestati in un informatore, utilizzando i suoi profili online per identificare e monitorare altri attivisti.

Se confermata, la vicenda rappresenterebbe un salto di qualità nelle pratiche di infiltrazione e sorveglianza contro i movimenti sociali e l’antifascismo negli Stati Uniti.

Dalla protesta al terrorismo

I fatti risalgono al 4 luglio 2025, quando una manifestazione di solidarietà con i migranti detenuti nel centro di detenzione di Prairieland, nei pressi di Fort Worth, degenerò in scontri e nella sparatoria che ferì un agente di polizia.

Da quel momento l’amministrazione Trump ha trasformato il caso in un vero e proprio banco di prova della sua offensiva contro il dissenso di sinistra. Gli imputati sono stati accusati non solo per i fatti avvenuti quella notte, ma di aver fatto parte di una fantomatica organizzazione terroristica chiamata «Antifa».

Un’operazione giuridica e politica che molti costituzionalisti e studiosi hanno definito artificiosa. Antifa, infatti, non è un’organizzazione strutturata, non ha iscritti, leader o una catena di comando. È una galassia di gruppi e pratiche antifasciste diffuse.

Eppure, nel processo, l’accusa è riuscita a trasformare elementi ordinari dell’attivismo politico – l’utilizzo di Signal, il cosiddetto abbigliamento “black bloc”, la lettura di opuscoli radicali, la partecipazione a reti di solidarietà – in indizi di appartenenza a un’organizzazione terroristica.

L’informatore che l’FBI cercava

Secondo quanto ricostruito da The Intercept, uno degli arrestati avrebbe ricevuto una proposta dagli investigatori federali: collaborare con l’FBI per ottenere un trattamento più favorevole e consentire agli agenti di utilizzare i suoi account online per entrare in contatto con altri militanti.

L’obiettivo sarebbe stato quello di ampliare l’indagine, identificare nuove persone e ricostruire reti di relazioni politiche ben oltre i fatti di Prairieland.

Non si tratta di un dettaglio secondario. La possibilità che le autorità federali utilizzino l’identità digitale di un imputato per infiltrare reti di attivisti e raccogliere informazioni apre interrogativi enormi sul piano delle libertà politiche e civili. È una pratica che richiama pagine oscure della storia statunitense.

Il fantasma del COINTELPRO

Negli Stati Uniti il ricorso agli informatori e alle infiltrazioni contro i movimenti politici ha una lunga storia. Negli anni Sessanta e Settanta il programma di controspionaggio dell’FBI, il famigerato COINTELPRO, colpì il movimento per i diritti civili, il Black Panther Party, le organizzazioni contro la guerra in Vietnam e numerosi gruppi della sinistra radicale.

L’obiettivo non era soltanto prevenire reati, ma disarticolare movimenti politici considerati pericolosi, creare divisioni interne, seminare sfiducia, raccogliere informazioni e costruire procedimenti giudiziari.

Il caso Prairieland sembra riproporre quella stessa logica, aggiornata all’epoca delle piattaforme digitali e della sorveglianza di massa.

Il terrorismo come categoria politica

La vicenda si inserisce in un quadro più ampio. Da tempo Donald Trump e i vertici del Partito repubblicano insistono nel descrivere Antifa come una minaccia terroristica interna. L’ordine esecutivo che definisce «antifa» un’organizzazione terroristica, pur in assenza di una base giuridica chiara, rappresenta il tentativo di trasformare il dissenso radicale in un problema di sicurezza nazionale.

L’obiettivo non è solo punire chi ha commesso un reato. È costruire un precedente. Se si può definire terrorismo una rete informale di attivisti, allora il confine tra dissenso politico e minaccia alla sicurezza diventa sempre più labile. Se l’uso di una chat criptata o il possesso di materiale politico radicale possono essere utilizzati come prove di un’associazione terroristica, allora ogni forma di organizzazione conflittuale può finire nel mirino.

Un laboratorio repressivo

Il Texas è diventato così un laboratorio. Qui si sperimenta un nuovo diritto penale del nemico, nel quale l’appartenenza politica, le relazioni sociali e le idee assumono un peso sempre maggiore rispetto ai fatti contestati.

Le condanne esemplari, le accuse di terrorismo, i tentativi di infiltrazione e la costruzione mediatica di un nemico interno fanno parte dello stesso disegno: utilizzare la legislazione antiterrorismo per disciplinare il conflitto sociale e intimidire chi si oppone alle deportazioni, al razzismo e alla violenza dell’ICE.

La lezione di Prairieland è dunque molto più ampia del destino giudiziario dei suoi imputati. Perché quando il potere comincia a trattare l’antifascismo come un problema di sicurezza nazionale e a usare informatori e strumenti eccezionali contro chi organizza la solidarietà e il dissenso, non si sta semplicemente perseguendo un reato.

Si sta costruendo una nuova infrastruttura repressiva, pensata per colpire non ciò che le persone fanno, ma il mondo politico al quale appartengono e le idee che rappresentano.


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