L’inchiesta di The Intercept. Dalle uccisioni in mare alle morti a Minneapolis: secondo il magazine americano, l’etichetta “terrorismo” viene allargata fino a includere dissenso e attivismo. E un memorandum presidenziale costruisce liste segrete che rischiano di portare la logica di guerra dentro gli Stati Uniti.
Secondo un’inchiesta pubblicata da The Intercept, l’amministrazione Trump sta usando la parola “terrorista” non come una descrizione, ma come un dispositivo politico e operativo. Un’etichetta che, una volta applicata, sembra capace di spostare persone e fatti fuori dal campo del diritto e dentro una zona grigia dove il potere federale può agire con una libertà crescente. È un’accusa pesante, ma il quadro ricostruito dal giornale è coerente: dalle operazioni militari in mare fino alle uccisioni di cittadini americani da parte di agenti federali, l’elemento comune è sempre lo stesso. Prima si definisce qualcuno “terrorista”, poi si rivendica l’eccezione.
La storia parte dagli attacchi condotti dagli Stati Uniti nel Mar dei Caraibi e nel Pacifico orientale. Il 2 settembre 2025 Donald Trump rivendica apertamente un’operazione militare, definendola un “attacco cinetico” contro presunti terroristi e sottolineando che l’azione è avvenuta “in mare, in acque internazionali”. The Intercept riporta che da settembre l’esercito statunitense avrebbe compiuto 36 attacchi noti, distruggendo 37 imbarcazioni e uccidendo almeno 126 civili, con un raid recente, il 23 gennaio, che avrebbe provocato altre tre vittime. L’amministrazione sostiene che tutto sia consentito perché gli Stati Uniti sarebbero impegnati in “conflitti armati non internazionali” con “organizzazioni terroristiche designate”. Ma, osserva il giornale, Washington si rifiuta di dire quali siano queste organizzazioni. Ed è proprio questo, per esperti, ex funzionari e legislatori citati nell’inchiesta, a rendere l’intera architettura ancora più inquietante: un potere di uccidere che si giustifica da solo, senza trasparenza e senza controllo.
Fin qui, si potrebbe pensare, siamo nel campo della politica estera e della guerra “lontana”. Ma il punto dell’inchiesta è che la stessa logica starebbe tornando indietro, come un boomerang, dentro gli Stati Uniti. È qui che entrano in scena i casi di Minneapolis, dove agenti federali hanno ucciso Alex Pretti e Renee Good. Anche in questo caso la risposta politica è immediata e identica: la parola “terrorismo”. La segretaria per la Sicurezza Interna Kristi Noem parla di “terrorismo interno”. Il consigliere della Casa Bianca Stephen Miller usa lo stesso registro. Trump, inizialmente, descrive Pretti come un “uomo armato”, ma The Intercept sottolinea che l’infermiera in terapia intensiva non avrebbe mai estratto la pistola che possedeva legalmente prima di essere ucciso a bruciapelo. Poi, nel giro di poco, Trump cambia tono e lo definisce un “agitatore” e “forse insurrezionalista”.
A legare questi episodi, secondo il giornale, non è solo una scelta linguistica. È un’infrastruttura politica e amministrativa costruita attorno al National Security Presidential Memorandum 7, il cosiddetto NSPM-7. Pubblicato a settembre e accompagnato da una nota attuativa del Dipartimento di Giustizia rilasciata a dicembre dalla procuratrice generale Pam Bondi, questo memorandum viene descritto come un passaggio decisivo: un documento che confonde attivismo e dissenso con il “terrorismo interno”, una categoria che, sottolinea l’inchiesta, non ha una base solida nel diritto statunitense così come viene usata dall’amministrazione. Il memorandum prende di mira in modo esplicito ciò che la Casa Bianca definisce anti-americanismo, anti-capitalismo, anti-cristianesimo, antifascismo e ideologie di genere radicali, includendo persino chi mostra “ostilità verso coloro che hanno opinioni tradizionali americane”. Per The Intercept e per i legislatori citati, il problema è evidente: quando l’ideologia entra nei criteri di sicurezza nazionale, le libertà civili diventano un dettaglio negoziabile.
La nota di dicembre del Dipartimento di Giustizia, condivisa con The Intercept, amplia ulteriormente il campo. Il “terrorismo domestico” viene definito in termini talmente estesi da includere anche il doxing e le “cospirazioni per impedire” l’azione delle forze dell’ordine. Ed è qui che l’inchiesta entra in uno dei suoi punti più concreti e più inquietanti: l’idea di “impeding”, l’ostruzione, spesso ricondotta allo statuto federale 18 U.S.C. § 111. Secondo un rapporto del CATO Institute citato nel pezzo, ICE e DHS considerano frequentemente come “ostruzione” anche il semplice fatto di osservare, seguire o filmare le loro operazioni, e avrebbero una pratica sistematica di minacciare, inseguire, arrestare e usare violenza contro persone che documentano le attività federali.
Perché questo dettaglio è cruciale? Perché, secondo la ricostruzione di The Intercept, prima di essere uccisi sia Pretti sia Good avevano osservato le attività degli agenti. E, dopo la morte di Good, il Dipartimento di Giustizia avrebbe persino aperto un’indagine sulla vedova per presunta interferenza con un’operazione ICE, apparentemente legata alle riprese. È un passaggio che, letto in controluce, suggerisce un messaggio politico molto chiaro: non solo puoi essere colpito se ti opponi, ma puoi finire sotto indagine anche se racconti quello che è accaduto.
Nel frattempo, NSPM-7 descrive una rete vasta e organizzata che, secondo la Casa Bianca, sosterrebbe “cospirazioni criminali e terroristiche” di sinistra. L’amministrazione inquadra proteste e movimenti in Minnesota come parte di un “movimento radicale di violenza e odio” coordinato da agitatori professionisti, anarchici e persino “insurrezionalisti” sostenuti da politici democratici corrotti o da “politici santuario”. Trump rilancia anche un’affermazione del vicepresidente JD Vance secondo cui Good farebbe parte di una rete più ampia di sinistra che usa tecniche del terrore domestico per attaccare, doxxare e rendere impossibile agli agenti dell’ICE svolgere il proprio lavoro. Stephen Miller arriva a suggerire che Pretti fosse uno dei militanti operativi presenti in città. Il risultato è un clima in cui la protesta viene riscritta come guerra, e la guerra come legittimazione della forza.
A questo punto, l’inchiesta fa un salto ulteriore, e mette sul tavolo ciò che più preoccupa molti osservatori: le liste segrete. Sotto NSPM-7, scrive The Intercept, il Dipartimento di Giustizia starebbe assemblando un database segreto di “organizzazione terroristica domestica”. Parallelamente, esisterebbe anche una lista segreta di “organizzazioni terroristiche designate” con cui gli Stati Uniti affermano di essere in guerra. Il problema, spiega il giornale, è che con l’aumento di persone bollate come terroristi domestici e colpite da agenti federali, una domanda diventa inevitabile. Gli americani che il governo federale considera terroristi domestici sotto NSPM-7 sono soggetti alle stesse uccisioni extragiudiziali che l’amministrazione sostiene di poter condurre contro membri di organizzazioni designate all’estero?
The Intercept dice di aver posto questa domanda per mesi alla Casa Bianca e al Dipartimento di Giustizia senza ricevere risposta. Le ricevute di ritorno mostrerebbero che le domande sono state lette, ma non è mai arrivata una smentita netta. E questo silenzio, nella logica dell’inchiesta, pesa quanto una conferma. Perché se l’amministrazione avesse davvero un limite chiaro — se volesse dire “no, mai” — basterebbe una frase. Invece nulla.
È su questo punto che la deputata democratica Mary Gay Scanlon, citata nell’articolo, pone la questione in modo brutale. Se è considerato accettabile uccidere presunti terroristi nei Caraibi per azioni che un tempo sarebbero state trattate come reati, con giusto processo e tribunali, cosa impedisce di fare lo stesso in una città americana? Scanlon definisce questa prospettiva “la fine spaventosa ma logica” di ciò che l’amministrazione sta facendo. E aggiunge un’altra frase che The Intercept trasforma in chiave di lettura politica: “Ogni accusa è una confessione”. Per lei, il memorandum descrive come la violenza politica mette radici, come la radicalizzazione e l’intimidazione vengono usate per mettere a tacere l’opposizione. Ma quella descrizione, sostiene, racconta più l’era Trump che i suoi avversari.
I numeri citati dal giornale rafforzano l’idea di una escalation interna. Secondo dati compilati da The Trace, gli agenti federali dell’immigrazione avrebbero sparato ad almeno 13 persone da settembre, uccidendone almeno cinque, tra cui Pretti e Good. La deputata April McClain Delaney definisce quanto accade in Minnesota un banco di prova per uno “stato di polizia paramilitare” esteso a tutto il paese, denunciando agenti mascherati che operano nei quartieri impunemente, famiglie terrorizzate, dissenso messo a tacere, manifestanti detenuti e libertà civili erose.
Sul fronte istituzionale, le risposte restano contraddittorie. Una portavoce del DHS afferma che il dipartimento non gestisce un database di “terroristi domestici”. Ma l’Office of Intelligence and Analysis del DHS ammette di aver nominato oltre 4.600 persone nella watchlist dei terroristi nell’ultimo anno e dichiara che l’ICE ha arrestato più di 1.400 “terroristi noti o sospetti”. Nel frattempo, l’FBI non commenta se Good e Pretti fossero in watchlist o sotto sorveglianza. E la Casa Bianca, nota The Intercept, non risponde alle richieste di chiarimento.
Il punto, alla fine, non è solo se NSPM-7 contenga o meno un’autorizzazione esplicita alle esecuzioni sommarie. Né il memorandum né la nota di dicembre parlano apertamente di uccisioni extragiudiziali. Ma l’inchiesta ricorda che gli attacchi contro presunti terroristi in mare sarebbero giustificati da un altro strumento: un parere classificato dell’Office of Legal Counsel con un elenco segreto di cartelli e bande. È proprio qui che si forma, secondo l’articolo, il cortocircuito: un sistema in cui lo Stato può dichiararsi “in guerra” senza dire con chi, può dire “è terrorismo” senza doverlo dimostrare in tribunale, e può colpire senza dover rendere conto in modo trasparente.
Brian Finucane, ex avvocato del Dipartimento di Stato ed esperto di antiterrorismo e leggi di guerra, lo riassume con parole che The Intercept porta al centro: l’amministrazione ha affermato la prerogativa di uccidere persone al di fuori della legge esclusivamente sulla base dell’etichetta di “terrorista” data dal presidente, e non ci sono limiti evidenti a questa licenza. Il fatto che l’amministrazione abbia invocato il terrorismo interno per giustificare le uccisioni di Good e Pretti, aggiunge, suggerisce che quella logica potrebbe essere già stata applicata sul territorio nazionale.
Ed è qui che l’inchiesta chiude, lasciando una domanda che non è più solo giuridica ma politica, e che riguarda l’idea stessa di democrazia. In uno Stato di diritto, la differenza tra un criminale e un nemico in guerra è enorme: cambia il ruolo dei tribunali, cambia il valore del giusto processo, cambia persino il significato della cittadinanza. Ma se basta una parola — “terrorista” — per spostare un individuo dal campo del diritto al campo della guerra, allora quella parola diventa un’arma. E quando le armi diventano definizioni, il confine tra sicurezza e autoritarismo non è più un dibattito teorico: è una pratica.
La domanda che The Intercept pone da mesi senza ottenere risposta, e che oggi pesa più di qualsiasi dichiarazione ufficiale, è la più semplice e la più spaventosa: chi decide chi è un terrorista, e cosa può fare lo Stato a chi viene inserito in quella categoria? Perché se la risposta è “il presidente”, allora non siamo davanti a una politica di sicurezza. Siamo davanti alla costruzione di un potere che, in nome della guerra, può trasformare il dissenso in un bersaglio.
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