Nell’Italia dell’emergenza permanente il bersaglio è il conflitto sociale: fermo preventivo, zone rosse e nuove fattispecie penali per restringere piazze, spazi antagonisti e agitazioni sindacali, mentre lo scudo penale allarga l’area dell’impunità e nelle carceri la violenza diventa “metodo” di governo
Nell’Italia delle fasi emergenziali, la priorità non è più la sicurezza. È diventato il dissenso. È questa la verità politica che attraversa i nuovi provvedimenti del governo, e che emerge con nettezza anche dalle analisi e dalle cronache di questi anni: la repressione non è un incidente, non è un eccesso, non è una deriva. È un progetto. E come ogni progetto, ha un obiettivo preciso: restringere l’ambito di azione delle piazze, spegnere sul nascere le forme di aggregazione antagonista, disarticolare le agitazioni sindacali, sterilizzare i conflitti sociali prima che tornino a essere una forza materiale.
Il pacchetto-sicurezza, diviso tra decreto e disegno di legge, è un salto di qualità perché mette in fila strumenti diversi, apparentemente scollegati, ma in realtà coerenti. Non sono norme pensate per “risolvere” un problema: sono norme pensate per costruire un nuovo campo di possibilità, in cui protestare diventa più costoso, organizzarsi diventa più rischioso, resistere diventa più isolato. È un’architettura che produce un controllo sociale capillare, mirato non tanto a reprimere ciò che esiste oggi, quanto a impedire lo sviluppo delle lotte future che loro stessi considerano inevitabili. E quando un governo legifera non per governare la realtà, ma per prevenire il conflitto, significa che sta già ammettendo la fragilità del proprio ordine sociale.
Dentro questo quadro, il fermo di prevenzione e l’inasprimento delle norme sulle manifestazioni sono il cuore simbolico dell’operazione. Non si tratta soltanto di poter trattenere qualcuno per ore durante una mobilitazione. Si tratta di trasformare la piazza in un ambiente a sovranità ridotta, in cui la libertà personale diventa più facilmente comprimibile, in cui la presenza fisica diventa già un fattore di rischio, in cui l’idea stessa di conflitto pubblico viene trattata come un problema di ordine e non come un fatto politico. È una riscrittura della democrazia dal basso: non abolita, ma strozzata. Non vietata, ma resa più difficile, più costosa, più vulnerabile alla discrezionalità.
Le zone rosse, l’estensione dei controlli, la costruzione mediatica delle “aree a rischio” funzionano allo stesso modo: non producono sicurezza, producono selezione. Stabilendo che esistono luoghi in cui alcuni corpi sono più controllabili di altri, alcuni volti più fermabili di altri, alcune presenze più sospette di altre. È la città che viene spezzata in due: da una parte il cittadino pieno, dall’altra la “presenza” da monitorare. È la stessa logica con cui si costruiscono nuove classi pericolose, esattamente come nei momenti peggiori della modernità europea: giovani periferici, migranti, poveri, figure sociali trattate non come cittadini ma come presenze da disciplinare.
Ma la misura più rivelatrice, quella che svela la direzione complessiva, è lo scudo penale. Perché lo scudo non è una norma tecnica: è una dichiarazione di principio. È l’idea che chi esercita violenza “in nome dell’ordine” debba avere un canale privilegiato, un trattamento accelerato, una presunzione di legittimità. È il tentativo di costruire un’immunità culturale prima ancora che giuridica. E questo, in un Paese in cui gli abusi delle forze dell’ordine sono un tema rimosso o minimizzato per ragioni politiche, significa una cosa sola: il governo non sta cercando di prevenire gli eccessi, sta cercando di renderli più gestibili, più coperti, più normalizzati.
È qui che la partita si sposta in modo decisivo sulle carceri. Perché se nelle piazze la repressione serve a prevenire le lotte, nelle galere serve a costruire un modello di società. Nelle carceri italiane lo scudo penale diventa un moltiplicatore di impunità e un incentivo alla violenza. È il tassello che può rendere ancora più praticabile un’idea già teorizzata e già applicata: innalzare il livello di durezza nei confronti dei detenuti come strumento di governo degli istituti. Comprimere gli spazi, abolire o ridurre le attività formative e ricreative, rendere più opaco ciò che accade dentro, sostituire alla pena come percorso un’idea di pena come intimidazione sociale. Il nuovo corso, sotto la bandiera della sicurezza, non mira a rendere il carcere più giusto o più umano: mira a renderlo più punitivo. Galere che devono fare paura. Ai criminali, certo. Ma anche — e soprattutto — a chi non intende rinunciare a lottare.
E nelle nuove misure del governo sull’ordine pubblico non poteva mancare il carcere come dispositivo centrale, regno politico e ideologico del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, da mesi impegnato a trasformare l’amministrazione penitenziaria in un avamposto disciplinare più che in un’istituzione pubblica soggetta a regole e controlli. Nel decreto voluto dalla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, dopo le violenze di Torino, è passato quasi inosservato un articolo che rischia di contribuire al caos nelle celle, già oggi al limite della tenuta.
Il sistema carcerario italiano è in difficoltà da anni: sovraffollamento, suicidi, organici insufficienti, strutture fatiscenti, conflitti quotidiani. Ma le disposizioni volute dalle destre e le scelte di una parte della dirigenza stanno spingendo gli istituti verso il collasso. E proprio nel momento in cui servirebbero trasparenza, garanzie e riduzione della violenza, il governo fa l’opposto: alza l’asticella della segretezza e allarga l’area dell’impunità.
L’articolo 16, ribattezzato «operazioni sotto copertura per la sicurezza degli istituti penitenziari», introduce infatti un punto politico enorme: estende anche alla polizia penitenziaria, e in particolare agli ufficiali di polizia giudiziaria appartenenti ai nuclei investigativi del corpo, il perimetro della non punibilità connesso alle attività operative. Tradotto: dentro le carceri, dove già oggi regnano opacità e abuso di potere, si costruisce un ulteriore spazio di eccezione, un’area grigia in cui l’azione degli apparati può diventare più difficile da controllare, più difficile da contestare, più difficile da portare alla luce.
È una scelta che rischia di essere esplosiva. Perché arriva in un contesto in cui le aggressioni e i conflitti sono quotidiani, ma in cui esistono anche casi gravissimi di tortura e violenze contro e tra i detenuti. E arriva mentre sono ancora in corso processi delicatissimi come quello di Santa Maria Capua Vetere, che ha mostrato all’Italia cosa può accadere quando un istituto penitenziario diventa un luogo sottratto alla legalità ordinaria. Un dibattimento che pesa come un macigno sul corpo e sulla sua catena di comando. E non è un dettaglio che, dentro questo quadro, uno dei nomi più discussi — Antonio Fullone — sia stato voluto da Delmastro come capo della formazione dell’intero corpo. Un segnale politico preciso: non una discontinuità rispetto agli abusi, ma una normalizzazione.
Il carcere, nella visione di questo governo, non è un problema da risolvere. È uno strumento da usare. La sua “sicurezza” non coincide con la tutela di chi ci lavora e di chi ci è rinchiuso, ma con la possibilità di esercitare controllo e disciplina senza intralci, senza testimoni, senza conseguenze. Ecco perché questo articolo è perfettamente coerente con il resto del pacchetto: da una parte più reati e più pene per governare la marginalità e prevenire il conflitto sociale; dall’altra più protezione, più copertura e più immunità per gli apparati. È la stessa logica che si applica nelle piazze, solo più chiusa, più buia, più totale.
Perché il carcere, in questa visione, non è più un’istituzione del diritto. È un dispositivo politico. E quando la pena diventa paura, il messaggio si allarga: non riguarda più chi ha commesso un reato, riguarda chiunque possa diventare un problema. È l’idea della deterrenza generalizzata, della punizione come pedagogia sociale. Un modello che non si limita ai detenuti, ma si riverbera sulle piazze, sui cortei, sulle occupazioni, sulle vertenze.
E mentre lo Stato mostra i muscoli contro il dissenso, resta morbido — quando non complice — contro l’illegalità economica e contro i poteri forti. È qui che l’ipocrisia diventa struttura. Perché la sicurezza, quella vera, non è soltanto la paura della rapina o della rissa in stazione. La sicurezza è anche lavoro regolare, salari dignitosi, case accessibili, sanità funzionante, scuola pubblica. E soprattutto la sicurezza è un Paese che combatte seriamente mafie, corruzione, evasione fiscale, predazione economica. Ma su questo terreno lo Stato italiano, da decenni, è ambiguo, intermittente, spesso inefficace. E non per incapacità: per scelta politica.
La verità è che in Italia esiste da tempo un blocco sociale che vive di illegalità economica, di zone grigie, di evasione trasformata in cultura, di impunità come diritto non scritto. Dai tempi di Berlusconi fino a oggi questo blocco non è scomparso: si è strutturato, si è ampliato, è diventato un pezzo stabile dell’elettorato e del potere. Ed è qui che la repressione diventa anche un diversivo: colpire in basso, disciplinare in basso, militarizzare in basso, mentre in alto si costruiscono condizioni favorevoli alla continuità degli interessi dominanti.
In questo senso, il pacchetto-sicurezza non è solo una stretta autoritaria. È un progetto di governo sociale. È l’idea che il conflitto, prima o poi, tornerà a mordere: per la crisi economica, per la precarietà, per la guerra, per l’impoverimento. E allora si prepara il terreno. Si restringono gli spazi. Si colpiscono i luoghi di aggregazione. Si rende più difficile scioperare, più rischioso manifestare, più pericoloso organizzarsi. Si costruisce un perimetro in cui le lotte future possano essere isolate, neutralizzate, criminalizzate.
Non siamo davanti a un decreto. Siamo davanti a una strategia.
E la strategia è chiara: uno Stato che non vuole redistribuire, non vuole garantire diritti, non vuole affrontare le cause profonde della crisi sociale, sceglie la scorciatoia della forza. E quando la forza diventa la lingua principale della politica, la democrazia non viene cancellata in un giorno. Viene svuotata. Resa più stretta. Resa più fragile. Resa più timorosa.
È questo il salto che si sta compiendo: non un ritorno generico all’ordine, ma un ritorno a una logica da Ancien Régime, dove l’ordine coincide con la gerarchia, dove alcuni corpi devono obbedire e altri comandare, dove il dissenso non è un diritto ma un disturbo, e dove la sicurezza non è la protezione dei cittadini ma la protezione del potere.
E quando la priorità diventa il dissenso, non c’è nessuna illusione possibile: la sicurezza che stanno costruendo non è per tutti. È contro qualcuno. E quel qualcuno, oggi, siamo noi.
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