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Quando sciarpe e felpe diventano pretesto per la rappresaglia

Succede a Sora ma potrebbe succedere ovunque. Succede nel silenzio, nell’indifferenza e nella compiacenza di troppi. Fortunatamente non di tutti.

di Simone Meloni da Sportpeople

Trentotto tifosi bianconeri sono stati raggiunti da un documento con cui vengono informati che la Questura di Frosinone sta indagando – e con tutta probabilità comminerà loro altrettanti Daspo – per “fatti” accaduti lo scorso anno, durante la gara di Eccellenza Laziale tra il Sora e la Vigor Perconti. In quell’occasione le autorità vietarono ai supporter di far entrare “pericolosissime” sciarpe con la scritta “Diffidati”, perché – secondo loro – incitanti alla violenza. Non la prima volta che ciò accadeva, evidenziando un accanimento incredibile e ingiustificato nei confronti degli ultras laziali, andando non solo a creare ingiustificate tensioni, ma vanificando quello che dovrebbe essere un normale e sereno “rapporto” tra i responsabili dell’ordine pubblico e le tifoserie, volto possibilmente alla distensione di criticità superficiali e all’instaurazione di un dialogo almeno di circostanza. Del resto, il fine principe dovrebbe essere sempre uno: favorire afflusso e deflusso ordinato del pubblico, scongiurare rischio incidenti e, all’evenienza, prendere provvedimenti in casi di violenza o disordini. In queste circostanze invece, quello che si tasta con mano è tutt’altro e probabilmente è riassunto nella lingua italiana da due parole: repressione e rappresaglia. La risposta della Curva Nord fu pacifica ma decisa: rimanere fuori al settore e tifare da là per quella che i tifosi ritenevano un’assurda imposizione, anche in virtù della disparità di trattamento con i tifosi ospiti di qualunque squadra, che al Tomei come nella gran parte degli stadi italiani (giustamente) hanno sempre introdotto materiale in solidarietà con i ragazzi colpiti da Daspo. Il problema dunque pare non essere un particolare argomento tabù ma sembra una questione personale e pregiudiziale verso i sorani. Un anno dopo sembra essere in arrivo una mazzata tanto assurda quanto ingiustificata. Le motivazioni? Questo è quanto si legge nel documento recapitato dalle autorità:

“Dagli atti di polizia giudiziaria redatti dal personale colà in servizio e trasmessi alla A.G. competente, emerge che, prima della partita, un congruo gruppo di tifosi locali, nei pressi del varco di accesso Curva Nord, si radunava per porre in essere un’azione di protesta, incitamento e inneggiamento alla violenza, al fine di contestare il diniego di introdurre e indossare all’interno di quel settore sciarpe e felpe riportanti la parola “Diffidati”, da esibire ed esporre una coreografia non autorizzata. Nel corso di tale contestazione i citati sostenitori, approfittando della loro consistenza numerica nettamente superiore a quella del personale di polizia presente e, favoriti dalla forza intimidatrice che scaturisce dal far parte di un gruppo, decidevano di non assistere alla gara e di non ottemperare agli ordini legittimamente impartiti dalle forze dell’ordine di desistere in tale atteggiamento, palesando condotte volutamente provocatorie , di sfida e ribellione verso gli organi dello Stato, nei confronti dei quali rivolgevano frasi ingiuriose e cori oltraggiosi, tentando altresì un contatto fisico. Inoltre intimavano a chi era già entrato nel settore Curva Nord di uscire per concorrere alla protesta in atto, protrattasi per tutta la durata della partita nell’area circostante l’impianto sportivo”.

Agli occhi di chi non conosce bene dinamiche e sfaccettature del tifo, in particolar modo di quello sorano, da queste righe può sembrare veritiero che quel giorno la città laziale sia stata in balia della violenza di un’orda di incivili scalmanati. Addirittura si parla di “contatto fisico”. Quando, anche visionando i video relativi a quel pomeriggio, si comprende bene quanto il tutto sia declassabile a una semplice e pacifica manifestazione all’esterno della curva. Si parla di sfida e ribellione verso gli organi dello Stato, ma volendola capovolgere viene da chiedere se sia normale che una propaggine dello Stato spenda tempo, denaro e risorse per aprire e condurre indagini su sciarpe e felpe recanti scritte tutt’altro che violente, portate all’interno di un’impianto della quinta divisione calcistica nazionale. Leggendo approfonditamente, anche tra le righe, ne viene fuori una triste considerazione dei ragazzi con la sciarpa al collo, più vicina a quella che si ha di un suddito che di un normale cittadino. Un suddito che “deve eseguire gli ordini”, manco vivessimo tutti in caserma. Parliamo di una realtà che in questi anni non ha mai creato grandi problemi sotto il profilo dell’ordine pubblico, divenendo fondamentale sia per la città che per il sostegno della squadra, tanto da aggregare e cogliere la vicinanza del pubblico non “ultras”. In tal senso non è casuale il comunicato con cui il Sora Calcio esprime massima solidarietà verso la Nord, evidenziando come in quella giornata del 12 febbraio di un anno fa non ci sia stata alcuna violenza e provocazione, all’interno e all’esterno delle gradinate.

Appare alquanto palese come queste punizioni, in arrivo con oltre un anno di ritardo, siano più che altro pretestuose, volte a eliminare o mettere a tacere un movimento aggregativo, che negli anni ha convogliato sempre più ragazzi in città. Un conto è la prevenzione e l’eventuale punizione di reati da stadio, un altro il voler trasformare lo stesso in una zona franca (sì, utilizzo un’espressione tanto cara alla stampa, ma ne capovolgo il senso) dove poter abusare, rovinando a cuor leggero vite e fedine penali di ragazzi e ragazze solo perché, arbitrariamente e senza utilizzo della violenza, hanno deciso di rispondere a un puerile divieto stazionando fuori dalla curva, sostenendo da là i propri colori. Ci sarebbe, inoltre, da fare l’ennesima considerazione sulla anti-democraticità e l’anti-costituzionalità del Daspo, uno strumento che viene comminato senza immediato diritto alla difesa (salvo gli scritti difensivi spesso e velocemente rigettati dal GIP che non ha nemmeno il tempo e la voglia di prestarci attenzione), dando illimitata possibilità agli organi di polizia di scrivere qualunque tipo di accusa, essendo poi gli stessi a irrorare la sanzione. Spesso, come ben sappiamo, il tutto si conclude clamorosamente al TAR con processi vinti dopo anni, malgrado la diffida – con tutto ciò che esso comporta sulla propria libertà personale – sia stata interamente scontata. Altra domanda lecita: ma anche si fosse verificato un qualche atteggiamento violento, addirittura trentotto tifosi se ne sono resi protagonisti senza che i media locali e nazionali se ne accorgessero minimamente? Oppure, come sempre, si è andati a colpire quelli più attivi, senza neanche preoccuparsi di quanto stesse succedendo ma con il solo intento di distruggere la parte organizzata del tifo? Questo dà il la a un’altra considerazione, ormai sconosciuta in tema stadio: la responsabilità individuale. Il tifoso da qualche anno viene punito in tronco, con punizioni di massa degne dei più beceri regimi autoritari. Nel silenzio mediatico totale e – salvo questa occasione – anche delle società calcistiche, sempre più in balia dell’isterismo e dell’ipocondria di Questure, Prefetture e Commissariati, i quali a una normale e sana gestione dell’ordine pubblico preferiscono sovente divieti, restrizioni e punizioni draconiane.

Se, come sembra, le diffide raggiungeranno i tifosi bianconeri, la Nord arriverà a contare quasi cinquanta ragazzi colpiti da Daspo. Un numero, fatti di cronaca degli ultimi anni alla mano, a dir poco spropositato. Si faccia attenzione: qua nessuno sta facendo passare per santi gli ultras e carnefici gli apparati statali. Ma è lapalissiana l’iniquità tra causa ed effetto!

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