Pulizia etnica: ora la fanno i giornali

Il sostegno di Panorama e La Verità alle teorie di Martin Sellner segna un salto di qualità: la deportazione di milioni di persone entra nel dibattito pubblico italiano sotto forma di operazione editoriale

Non siamo più nel terreno della provocazione marginale o dell’estremismo folkloristico. Con la pubblicazione e la promozione del libello di Martin Sellner da parte di Panorama e La Verità, la cosiddetta “remigrazione” — cioè la deportazione su base etnica e culturale di milioni di persone — fa un ingresso pienamente legittimato nello spazio pubblico italiano. Non come oggetto di critica, ma come proposta politica da discutere. Ed è esattamente questo il punto più grave.

L’operazione editoriale costruita attorno alla figura di Sellner non è neutra. Non è informazione. È propaganda. È la normalizzazione di un progetto che, per contenuti e presupposti, appartiene senza ambiguità alla tradizione dell’estrema destra europea.

Come ha denunciato con chiarezza l’Osservatorio democratico sulle nuove destre Italia, “il quotidiano La Verità e il settimanale Panorama di Maurizio Belpietro sostengono apertamente la remigrazione, ovvero la ‘cacciata’ dall’Italia di circa sei milioni di persone”. Non si tratta di una forzatura retorica. È la traduzione concreta di un impianto ideologico che immagina la società come corpo etnico da purificare.

Chi è Martin Sellner, del resto, non è un dettaglio secondario. È il teorico della remigrazione, leader del Movimento Identitario Austriaco, organizzazione dichiaratamente xenofoba e razzista. È stato protagonista dell’incontro di Potsdam del novembre 2024, dove esponenti dell’estrema destra tedesca legati ad AfD hanno discusso apertamente piani di deportazione di massa anche per cittadini considerati “non assimilati”. È stato tra i promotori del Remigration Summit di Gallarate nel maggio 2025, con la partecipazione di gruppi razzisti e filonazisti europei.

Non solo. Sellner è stato interdetto dall’ingresso in Germania, Regno Unito e Svizzera anche per i suoi legami con ambienti neonazisti, tra cui una donazione ricevuta da Brenton Tarrant, autore della strage di Christchurch. Questo è il profilo che oggi viene rilanciato e ripulito attraverso un’operazione editoriale che pretende di presentarsi come dibattito culturale.

La remigrazione, però, non è un’idea come le altre. Non è una proposta discutibile ma legittima. È un progetto politico che implica la selezione delle persone in base all’origine, alla cultura, all’appartenenza. Significa stabilire che milioni di individui — anche regolarmente residenti, anche integrati — possano essere espulsi perché non conformi a un modello identitario imposto dall’alto. Significa introdurre un principio di esclusione permanente fondato su criteri etnici e culturali.

Significa, in una parola, rompere il patto costituzionale.

Per questo l’operazione di Panorama e La Verità non può essere liquidata come una provocazione o una scelta editoriale discutibile. È un passaggio politico. È il tentativo di spostare il perimetro del dicibile, di rendere accettabile ciò che fino a ieri era indicibile. È il meccanismo già visto in altri Paesi europei: prima le piazze e i gruppi apertamente neofascisti, poi la loro traduzione in linguaggio mediatico, infine la loro istituzionalizzazione. È così che le idee più estreme smettono di apparire tali.

L’Osservatorio democratico sulle nuove destre Italia lo dice senza ambiguità: siamo di fronte a una proposta che mira alla “cacciata” di milioni di persone e che trova oggi sponde mediatiche e politiche sempre più ampie. Ed è proprio questa convergenza tra estremismo ideologico e normalizzazione mediatica a rappresentare il pericolo maggiore. Perché il punto non è solo cosa si dice, ma chi lo legittima.

Quando un settimanale e un quotidiano nazionali promuovono apertamente un progetto di deportazione di massa, quando lo presentano come contributo al dibattito, quando lo accompagnano con prefazioni firmate da figure centrali del giornalismo politico italiano, non stanno semplicemente raccontando una realtà. Stanno contribuendo a costruirla.

E allora bisogna essere netti. Non esiste un terreno neutro su cui discutere la remigrazione. Non esiste una versione “moderata” o “ragionevole” di questo progetto. Non esiste un modo democratico di sostenere la deportazione di milioni di persone. Esiste una linea di confine. E quella linea è già stata oltrepassata.

Per questo non basta criticare. Bisogna nominare le cose per quello che sono. La remigrazione non è una proposta politica. È un progetto di esclusione di massa. È una forma contemporanea di razzismo istituzionale. È un’idea incompatibile con qualsiasi ordinamento fondato sui diritti.

E chi oggi la promuove, la pubblica, la legittima, non sta facendo informazione. Sta partecipando a un’operazione politica che ha un obiettivo preciso: trasformare l’intollerabile in normale.

È qui che si gioca la partita. Non solo sul piano delle leggi, ma su quello delle parole. Perché è sempre dalle parole che comincia tutto.

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