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Di Palestina non si parla. Il caso dell’insegnante licenziato per un post su Instagram

Il liceo francese Chateaubriand di Roma ha licenziato un suo dipendente, un insegnante algerino impiegato da più di dieci anni, per aver pubblicato un post Instagram che si concludeva con la frase “lunga vita a Hamas”.

di Giuseppe Mammana e Stefano Portelli da Monitor

Con una telefonata prima e una raccomandata dopo, il direttore del liceo ha comunicato al suo dipendente “la radicale insussistenza delle condizioni oggettive” per la continuazione del rapporto di lavoro. Paradossalmente, nella raccomandata di risposta alla richiesta dell’insegnante di riprendere servizio dopo la sospensione, il direttore dello Chateaubriand sostiene che il licenziamento si deve al “multiculturalismo, la convivenza pacifica, il dialogo e il rispetto delle diverse posizioni” che caratterizzerebbe il suo liceo. Ma non ci sarebbe stato certo un licenziamento se il post si fosse concluso con “lunga vita allo stato di Israele”, contro cui il tribunale dell’Aja ha emesso una risoluzione per possibile genocidio. Rispetto delle posizioni, insomma, purché siano le nostre.

La parvenza di imparzialità “democratica” dietro una scelta così palesemente arbitraria, ai limiti della legalità, si rivela nel linguaggio della raccomandata, secondo cui sarebbe “evidente” che i post dell’insegnante “espressi con modalità così estreme” siano “in assoluto e insanabile contrasto con i valori/principi fondanti” della scuola e “del regime democratico”. Ricordiamo che Hamas è un partito eletto democraticamente, sostenuto in passato dallo stesso stato di Israele; eppure, il post viene considerato una “radicale negazione di tali principi”. I valori democratici, insomma, valgono solo per i nostri alleati militari, compresi quelli accusati di genocidio.

Vediamo dispiegarsi un nuovo maccartismo, che piega strategicamente leggi e norme agli interessi geopolitici dominanti, giustificando misure autoritarie e contrarie alle libertà fondamentali, ma sempre nel nome del dialogo e della convivenza. Le autorità tentano di assimilare al “terrorismo” la solidarietà alle vittime e la condanna dei carnefici in Palestina, in modo da spaventare preventivamente chi sente l’esigenza di esprimerle. La strategia non sembra avere dato frutti – per la questura dal 7 ottobre a oggi ci sono stati seicentosessanta cortei e presidi in tutta Italia – ed è quindi possibile che le misure repressive si stiano inasprendo.

La notte di Natale un gruppo di cinque manifestanti, di cui due ultrasettantenni, sono stati denunciati per “manifestazione non autorizzata” per aver esposto per qualche minuto, davanti al presepe del Vaticano, un cartello con scritto “Unico vero Giubileo, cessate il fuoco”. Qualche giorno prima un gruppo di donne che avevano manifestato contro l’assassinio di madri a Gaza sono state denunciate per lo stesso reato. Quattro antimilitaristi che hanno aperto uno striscione sull’altare del duomo di Bolzano, dovranno rispondere di turbamento di funzioni religiose. Il ministro dell’interno vanta queste attività come “prevenzione del terrorismo”, a seguito delle indicazioni della circolare firmata l’8 ottobre dal capo della polizia Pisani, e nelle sue interviste non smette mai di rimarcare l’affidabilità del sistema di intelligence capace di intercettare diversi fenomeni riconducibili al terrorismo. A dimostrazione di questa presunta “efficacia”, sempre secondo il ministro, dal 7 ottobre si è proceduto già all’espulsione di trentaquattro persone ritenute pericolose per sospetta adesione alle pratiche jihadiste. Ma il termine jihadismo, secondo gli stessi organi di polizia, è associato anche a coloro che sostengono la causa palestinese.

La vicenda dell’insegnante algerino, che chiameremo Omar, inizia il 17 gennaio, con la perquisizione della polizia nel suo appartamento, qualche giorno dopo la pubblicazione del post. Per Omar, rifugiato politico titolare di protezione umanitaria, gli eventi in corso a Gaza ricordano la lotta di liberazione del suo popolo nella guerra anticoloniale tra il 1954 e il 1962: anche in quel caso i guerriglieri erano considerati “criminali”, eppure oggi la storia ufficiale li ricorda come eroi nazionali. Il suono del citofono lo coglie di soprassalto: alla porta si presenta la Divisione di investigazioni generali antiterrorismo.

Appena entrati gli agenti gli chiedono di mostrare gli spazi della casa, gli chiedono se possiede armi, munizioni o esplosivi, e poi procedono alla perquisizione. Trenta minuti dopo ammettono di non aver trovato nulla. L’insegnante viene comunque portato in caserma, dove si procede alla notifica del verbale e al controllo della sua documentazione. In questura scopre quali sono le ragioni della perquisizione, ma emergono anche le prime anomalie: nella pagina iniziale della notifica si prende nota del possesso di regolare permesso di soggiorno, mentre nel verbale rilasciato in caserma si sottolinea come il fermo sia legato al controllo della sua “posizione sul territorio”.

Le accuse sono legate ai suoi post su Instagram nei giorni precedenti: uno riportava il numero dei bambini morti a Gaza, un altro la foto di uno dei capi di delegazione di Hamas, con accanto la scritta in arabo “la vittoria di Dio è vicina”, e l’ultimo la presidentessa della Commissione europea Ursula Von Der Leyen. Gli agenti gli chiedono perché avesse pubblicato quei post, sostenendo che essi giustificassero il sospetto che potesse detenere delle armi. Secondo l’art. 41 del Testo Unico sulla pubblica sicurezza, infatti, gli agenti possono procedere a una perquisizione anche senza autorizzazione del pubblico ministero, se ci sono gravi motivi di ritenere che in un’abitazione vi siano esplosivi o armi. Notevole sforzo investigativo quello di chi cerca i terroristi aspettando che si dichiarino sui social network! È evidente che il fine della perquisizione, come del successivo licenziamento, non è la “lotta al terrorismo” bensì la punizione del dissenso politico.

La vicenda di Omar non si chiude con la perquisizione: al suo ritorno a casa riceve una nuova sorpresa. Con una telefonata, il preside del liceo Chateaubriand, in cui lavora da oltre dieci anni, gli comunica di essere stato contattato dagli agenti e di doverlo invitare a non presentarsi più nel luogo di lavoro, per motivi di “sicurezza” e fino a nuovo ordine. La sospensione viene poi ratificata con una mail, che ufficializza l’interruzione temporanea del rapporto di lavoro. La settimana dopo riceve la raccomandata di licenziamento, senza neanche attendere una formale inchiesta, con la democratica possibilità di replica che prevederebbe un procedimento corretto. È sufficiente la decisione di un preside, e la telefonata di un questurino.

Pensiamo alle conseguenze di questa svolta autoritaria. Per Omar, il licenziamento o dei provvedimenti di restrizione della libertà, potrebbero ripercuotersi sul suo status di rifugiato politico e compromettere, in caso di un eventuale rimpatrio, la sua stessa incolumità. Il ragazzo è stato sentito il primo febbraio davanti alla Commissione territoriale, nella Prefettura di Roma, che potrebbe revocare la protezione umanitaria, visto che oggi Omar risulta indagato per istigazione all’odio etnico, religioso e razziale. Ma questa vicenda fa emergere anche altre questioni. Com’è possibile che una perquisizione per presunto terrorismo possa avere conseguenze sul posto di lavoro, quando ci troviamo ancora nel corso di un’indagine? Quale protezione viene messa in campo – dallo Stato ma anche dai datori di lavoro – per evitare l’insorgere di condotte persecutorie nei luoghi di lavoro? Fino a che punto l’arbitrio delle forze dell’ordine può trasformarsi in ingerenze sulle scelte di una scuola, o di altri datori di lavoro?

Chiaramente, se il modello è quello degli Stati Uniti, dove la pressione della lobby israeliana ha portato alla rimozione delle presidi di due delle principali università del paese, possiamo aspettarci che il nuovo maccartismo si estenda anche nelle scuole pubbliche. La svolta autoritaria nelle scuole, parallela alla crescente militarizzazione, è stata inaugurata dalle minacce di perquisizione del ministro Valditara, indirizzate alle scuole che parlavano apertamente del genocidio israeliano; è proseguita con la circolare dell’Ufficio scolastico regionale del Lazio che invita i dirigenti a sorvegliare sulle opinioni degli studenti e degli insegnanti riguardo gli “scenari internazionali di crisi”, allo scopo di “prevenire iniziative e comportamenti che possano turbare gli studenti e le studentesse”. La circolare riprende quanto affermato dall’Unione delle comunità ebraiche italiane, che assimila all’antisemitismo ogni critica allo stato di Israele.

Il fenomeno sta dilagando, e molti “presidi-padroni” si stanno adeguando. Entriamo in nuova fase dove la repressione non è più solo poliziesca, e dove l’autoritarismo transita da pratiche arbitrarie di controllo sulla vita scolastica, ad aperte discriminazioni dei lavoratori della scuola. Un segnale allarmante per tutti, non solo per chi manifesta per la Palestina.

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