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Omicidio di Mauro Guerra, l’intervista che può riaprire il caso

Una importante testimonianza raccolta da padovaoggi.it rivela come sul caso di Mauro Guerra, ucciso da un carabiniere il 29 luglio 2015 con un colpo d’arma da fuoco nell’addome mentre viene inseguito per essere sottoposto ad un TSO, emerga una importante testimonizanza tralasciata dalla vicenda giudiziaria (a breve si chiuderà il processo d’appello in sede civile).

Un’intervista realizzata dal giornalista Ivan Grozny Compasso potrebbe cambiare il destino processuale: il maresciallo Filippo Billeci, comandante della stazione dei carabinieri di Carmignano fino a tre mesi prima, è stato protagonista infatti di una testimonianza acquisita agli atti, ma mai ascoltata in dibattimento.

Al giornalista che gli chiede come mai di questa scelta il maresciallo risponde “perchè nessuno ha chiesto la mia versione. Da parte di un tribunale non credo sia la cosa più opportuna”  raccontando come solo dopo essere stato chiamato ha scoperto che non c’era nessun Tso e ribadisce come “Mauro non era pericoloso, con me non c’erano mai stati problemi in tanti anni” ricordando come “Se fosse stato pericoloso, non sarei stato in casa da solo un’ora con lui”.

Radio Onda d’Urto racconta la vicenda di questa importante testimonianza con lo stesso Ivan Grozny Compasso.Ascolta o scarica

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La morte di Mauro Guerra, il carabiniere assolto e quel teste ignorato che riapre il caso

di Luigi Manconi da La Repubblica

Nel filmato trasmesso da “Chi l’ha visto?” i carabinieri cercano di convincere Guerra ad andare in ospedale: poi la situazione precipita. Un giovane uomo fugge lungo i campi nei pressi della propria abitazione, a Carmignano di Sant’Urbano, una località tra Padova e Rovigo. È a piedi nudi e indossa solo un paio di boxer. È il 29 luglio del 2015 e Mauro Guerra, questo è il suo nome, morirà a trentadue anni in quel pomeriggio afoso. A ucciderlo è un colpo di pistola che gli trafigge l’addome, esploso da uno dei carabinieri che lo inseguono.

Facciamo un passo indietro. Guerra, laureato in Economia, aveva finito il servizio ausiliare presso l’arma dei Carabinieri e svolgeva un tirocinio professionale per diventare commercialista. Recentemente aveva manifestato qualche segno di sofferenza psichica.

Un giorno di quel luglio si era recato nella caserma dei carabinieri, a trecento metri dalla sua casa, per comunicare l’intenzione di organizzare una manifestazione pubblica. Vi aveva trovato il nuovo comandante, Marco Pegoraro, al quale aveva lasciato una serie di disegni di “ispirazione mistica”. Le parole di Guerra e quelle sue illustrazioni bastarono a convincere Pegoraro della pericolosità dell’uomo.

Da qui la decisione di sottoporre Guerra a un Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO). Senza che ve ne fossero le ragioni oggettive e senza che venisse seguita la procedura necessaria per un provvedimento così invasivo e così limitativo della libertà individuale: ovvero, l’autorizzazione dei sanitari e del sindaco del comune di appartenenza dell’interessato.

Guerra si trova in casa quando due carabinieri gli intimano di recarsi in caserma. Poi si aggiungono numerosi altri militari, che tentano di convincerlo a salire sull’ambulanza, sopraggiunta nel frattempo. Il giovane finge, infine, di accettare il ricovero, per poi darsi alla fuga. Le scene successive sono grottesche e violente: una decina di carabinieri insegue Guerra seminudo che, in ultimo, viene raggiunto. Mentre un anello delle manette gli viene serrato a un polso, Guerra si divincola e colpisce il carabiniere: è allora che un colpo di pistola lo raggiunge, uccidendolo. Solo dopo quaranta minuti, con l’arrivo di un mezzo dell’elisoccorso, verranno tentate le manovre di rianimazione. A distanza di un’ora e mezza, viene dichiarato il decesso. Il successivo esame tossicologico escluderà l’assunzione di ogni tipo di sostanza psicotropa.

Il processo di primo grado per omicidio colposo a carico del maresciallo Pegoraro si conclude nel dicembre del 2018 e ha un esito sconcertante: l’imputato viene assolto, ma le motivazioni della sentenza rappresentano, sotto il profilo giudiziario, una stridente contraddizione rispetto al verdetto. Vi si legge infatti quanto segue: “è da ritenere che tutto l’inseguimento per i campi, nonché i tentativi di immobilizzazione della persona offesa, siano state condotte del tutto arbitrarie e illegittime”; e che è stato messo in atto un “grave tentativo di stordimento del Guerra (in quel momento libero cittadino), attraverso la somministrazione occulta di una dose di tranquillante”. Il tutto richiamerebbe la dinamica propria di un sequestro di persona. Detto ciò, con totale sprezzo di qualsivoglia consequenzialità logica e giuridica, l’imputato viene assolto. La procura non ricorre in appello e, di conseguenza, la sentenza è definitiva.

Tuttavia, mentre il processo prosegue sul piano civile, emerge un fatto nuovo. Intervistato da Ivan Grozny Compasso di Padovaoggi.it, il maresciallo Filippo Billeci, fino a tre mesi prima dei fatti comandante della stazione dell’Arma di Carmignano, racconta la sua versione. Quel giorno di luglio venne chiamato a svolgere un’azione di “mediazione”, nella convinzione che si potesse indurre Guerra ad accettare un TSO: “dopo ho scoperto che non c’era”, quel TSO. Ancora: “Per me Mauro non era pericoloso, con me non c’erano mai stati problemi in tanti anni”; e “se fosse stato pericoloso, non sarei stato in casa da solo un’ora con lui”. Poi la situazione precipita: “Quando Mauro ha visto che non c’era il documento che certificava il TSO, ha detto che lo si poteva lasciare stare e ha preso la strada per i campi”: e “quando si è messo a correre lungo la strada non ha fatto nulla a nessuno”.

Quindi “c’è stata quella colluttazione con il carabiniere Sarto, poi il collega che è intervenuto, Pegoraro, ha deciso di operare in quella maniera. E quando si opera in quella maniera…”. La testimonianza di Billeci, pure acquisita agli atti, non è stata ascoltata in dibattimento perché – dice lo stesso maresciallo – “nessuno ha chiesto la mia versione. Da parte di un tribunale non credo sia la cosa più opportuna”. Già. E si può aggiungere una domanda: quanto vale la vita di un giovane uomo inerme nella frazione di Carmignano del comune di Sant’Urbano?

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Omicidio di Mauro Guerra, l’intervista che può cambiare le cose

di Riccardo Noury da Il Corriere della Sera

A due settimane dall’annunciata chiusura del processo d’appello in sede civile per l’omicidio di Mauro Guerra, avvenuto il 29 luglio 2015 a Carmignano di Sant’Urbano, un’intervista può cambiare completamente le cose. Su una delle più assurdamente tragiche violazioni dei diritti umani accadute negli ultimi anni in Italia, mai diventata popolare a causa del luogo estremamente periferico in cui si svolse, hanno cercato di tenere i riflettori accesi le organizzazioni Amnesty International e A Buon Diritto e una manciata di giornalisti.

Uno di loro, Ivan Grozny Compasso, ha intervistato una persona più che interessata ai fatti, su cui ricordiamo che nel dicembre 2018 è stata pronunciata una sentenza di assoluzione.

Il maresciallo dei carabinieri Filippo Billeci non è proprio una figura di secondo piano: nel 2011 ha diretto un’operazione anti-camorra e sette anni dopo è stato nominato Cavaliere al merito della Repubblica italiana.

Nel 2015 Billeci è il comandante della stazione dei carabinieri di Battaglia Terme. Fino a poco tempo prima era stato comandante proprio della stazione di Carmignano di Sant’Urbano. Il 29 luglio i suoi colleghi gli chiedono di recarsi lì, dove c’è da fare un Tso a una persona recalcitrante. Billeci scoprirà solo dopo che non era stato autorizzato alcun Tso e si renderà invece subito conto che la persona che doveva subirlo era sì, giustamente, recalcitrante ma non pericolosa. Del resto, Billeci e Guerra si conoscono.

Dall’intervista emergono particolari sconcertanti, soprattutto quando Billeci è chiamato a commentare le dichiarazioni fatte sotto giuramento da un suo collega, il brigadiere Stefano Sarto, colui che l’ha chiamato a Carmignano di Sant’Urbano. Billeci, che a sua volta ha perso un figlio in circostanze tragiche nel 2021, ricorda che con Guerra “c’era un rapporto particolare, ci capivamo”. È tormentato dal fatto che “c’era il mondo attorno a quella casa” [della famiglia Guerra] e che “la situazione è sfuggita di mano a tutti”.

Billeci smentisce le affermazioni di Sarto, il quale ha sostenuto che di fatto fosse stato proprio Billeci ad assumere il controllo della situazione e avesse dato il comando di catturare Guerra, dando vita a un folle inseguimento nei campi. Ricordiamo: un uomo in preda al panico, a piedi nudi e in mutande, inseguito da carabinieri armati.

Come poteva una persona, per quanto agitata, costituire un pericolo? La risposta di Billeci è importante, poiché è proprio sull’elemento della pericolosità di Guerra che si è basata la sentenza assolutoria del 2018. La risposta è questa: “Lo sappiamo benissimo, non credo fosse pericoloso. Se lo fosse stato non sarei stato in casa da solo un’ora con lui. Per me Mauro non era pericoloso, con me non c’erano mai stati problemi in tanti anni (…) Prima che arrivassi io era abbastanza alterato, poi quando sono arrivato io si è calmato. Quando si è messo a correre lungo la strada non ha fatto nulla a nessuno”.

Perché Billeci non sia mai stato chiamato a testimoniare, rimane un enorme mistero di una delle ennesime storie italiane in cui una famiglia chiede giustizia e rischia di non riceverla dalle istituzioni cui si affida.

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