Olimpiadi sotto occupazione. Dalle piste ai posti di blocco

Milano-Cortina blindata: militarizzazione delle città, zone rosse e apertura alle polizie straniere, con l’ombra dell’ICE trumpiana sul territorio italiano

Il concetto di “sicurezza” al tempo delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina prende una forma sempre più inquietante. Non quella della tutela delle persone, dei territori o dei diritti, ma quella della militarizzazione preventiva, della sospensione della vita ordinaria, della compressione delle libertà civili in nome di un grande evento pensato per pochi e pagato da tuttə.

Le Olimpiadi si confermano per ciò che sono: un gigantesco dispositivo di speculazione, consumo di suolo e indebitamento pubblico. Dietro la retorica dei Giochi resteranno opere inutili, territori compromessi, bilanci comunali e regionali dissanguati. A farne le spese saranno ancora una volta lo sport di base, il welfare, la sanità, i servizi pubblici. Ma a questo prezzo sociale si aggiunge ora un ulteriore costo, ancora più grave: la normalizzazione di un modello securitario e autoritario.

In questo quadro si inserisce la notizia – inquietante anche solo se plausibile – della possibile presenza in Italia di agenti dell’Immigration and Customs Enforcement, l’agenzia statunitense simbolo delle deportazioni di massa, dei rapimenti di minori, della violenza razzista istituzionalizzata durante l’amministrazione Trump. Le Olimpiadi rischiano così di diventare il cavallo di Troia per importare nel nostro Paese un modello repressivo incompatibile con la Costituzione.

Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha per ora smentito formalmente una presenza diretta dell’ICE nella gestione della sicurezza, ma le sue parole non rassicurano. Anzi. Quando afferma che è “normale” che le delegazioni straniere si rivolgano ai propri apparati di sicurezza, legittima l’idea che squadracce straniere possano muoversi liberamente nelle nostre città, sottratte a un reale controllo democratico, con la scusa della “protezione degli atleti”.

È una soglia pericolosa. Perché ciò che oggi viene giustificato come eccezione olimpica, domani diventa prassi. Le Olimpiadi non sono più un evento sportivo, ma un dispositivo politico di sospensione dei diritti.

I segnali sono già evidenti. A Milano si parla di scuole chiuse e didattica a distanza per oltre 150mila famiglie nei giorni inaugurali dell’evento. In Valtellina la DAD potrebbe protrarsi fino al 22 febbraio. Quartieri interi verranno trasformati in zone rosse, con accessi contingentati, controlli rafforzati, presidi militari. La città non sarà vissuta: sarà sorvegliata.

Milano-Cortina rischia così di diventare un laboratorio avanzato di repressione, dove alla sottrazione di risorse sociali si accompagna la compressione delle libertà civili. Una sperimentazione a cielo aperto di ciò che già vediamo altrove: sicurezza intesa come ordine pubblico armato, disagio sociale trattato come problema di polizia, dissenso preventivamente neutralizzato.

Tutto questo avviene mentre si continuano a tagliare fondi allo sport popolare, alla sanità, alla scuola pubblica. Si chiudono palestre di quartiere e si blindano intere città. Si parla di inclusione olimpica mentre si costruiscono perimetri di esclusione.

La presenza, anche solo simbolica, dell’ICE in questo contesto è rivelatrice. Non serve che gli agenti statunitensi pattuglino ufficialmente le strade: il loro modello è già qui. È il modello che vede nel migrante una minaccia, nella povertà un reato, nella protesta un problema di ordine pubblico. È il modello che trasforma gli eventi globali in occasioni di governo autoritario del territorio.

Le Olimpiadi di Milano-Cortina non parlano di sport. Parlano di potere. Parlano di chi decide, chi paga, chi subisce. E parlano di un’idea di sicurezza che non protegge le persone, ma difende interessi economici, speculativi e politici, lasciando dietro di sé città più povere, più diseguali e meno libere.

Contro questa deriva, non basta indignarsi. Serve denunciare, organizzarsi, costruire conflitto sociale. Perché se accettiamo che in nome dei Giochi si militarizzino le città, domani accetteremo qualsiasi altra “emergenza”.
E allora non resterà più nulla da difendere, nemmeno lo sport che fingono di celebrare.

Osservatorio Repressione è una Aps-Ets totalmente autofinanziata.

Puoi sostenerci donando il tuo 5×1000

News, aggiornamenti e approfondimenti

sul canale telegram e canale WhatsApp