USA: Minnesota in sciopero generale contro l’ICE

In Minnesota sciopero generale contro l’ICE, centinaia di attività chiuse, marce, astensioni dal lavoro. Arrestata una bimba di due anni. A Philadelphia tornano le Black Panther

Il Minnesota si è fermato. Non per una calamità naturale, ma per una occupazione violenta. Il 23 gennaio è diventato una data spartiacque: centinaia di attività chiuse, marce di massa, astensione dal lavoro e dalla scuola, digiuni, blocchi simbolici. Uno sciopero generale sociale, parola rarissima negli Stati Uniti contemporanei, contro la brutalità dell’Immigration and Customs Enforcement, la polizia anti-immigrati di Trump che sta trasformando interi quartieri in territori militarizzati.

«Potrebbe essere la più grande azione dei lavoratori nella storia del Minnesota», ha dichiarato al New York Times Christa Sarrack, presidente di un sindacato che rappresenta 6.000 lavoratrici e lavoratori della sanità. Non è retorica: lo sciopero “Ice Out! Statewide Shutdown” ha messo insieme sindacati, leader religiosi, reti mutualistiche, studenti, famiglie. Le città gemelle di Minneapolis e St. Paul sono state l’epicentro: negozi, bar, ristoranti, boutique hanno abbassato le serrande. Alcuni hanno riaperto solo per offrire cibo e ristoro ai manifestanti.

La miccia è stata l’orrore reso pubblico. Liam Conejo Ramos, cinque anni, rapito dall’ICE mentre tornava dall’asilo. Usato come esca per arrivare al padre. Deportato in un centro di detenzione in Texas. Un’immagine che ha fatto il giro del mondo, paragonata dal Washington Post alla Napalm Girl del Vietnam. E come se non bastasse, il Minnesota Tribune ha rivelato l’arresto di un’altra bambina di due anni, fermata con il padre mentre tornavano dalla spesa. Bambini come bersagli: questa è la “sicurezza” di Trump.

Il capo della Border Patrol Gregory Bovino, in uniforme che richiama senza pudore l’estetica delle polizie politiche del Novecento, ha dichiarato che Liam è “in buone mani”: «Siamo esperti nel gestire i bambini». E ha aggiunto: «Non smetteremo finché non li avremo arrestati tutti». È una confessione. Non c’è più nemmeno la finzione dell’umanitarismo: la crudeltà è rivendicata come metodo.

Intanto, mentre la gente sfida il gelo a venti gradi sotto zero davanti all’aeroporto di Minneapolis, la Casa Bianca trasforma la repressione in meme: l’immagine dell’arresto dell’attivista Nekima Levy Armstrong viene manipolata con l’intelligenza artificiale per umiliarla pubblicamente. «L’applicazione della legge continuerà. E continueranno i meme», ha scritto il vice-direttore delle comunicazioni governative. È il linguaggio del potere quando smette di giustificarsi.

La complicità è bipartisan. Giovedì notte sette democratici hanno votato insieme ai repubblicani per garantire 10 miliardi di dollari annui al Department of Homeland Security, cioè all’ICE e alla Border Patrol. Mentre i bambini scavano buche nei cortili delle scuole per nascondersi dagli agenti, il Congresso rifinanzia la macchina dei rapimenti.

In questo clima, la società reagisce. A Minneapolis si parla apertamente di “occupazione” e “resistenza”. Nascono reti di allerta, mutualismo, accompagnamento. E riemerge una memoria politica che molti credevano sepolta. A Philadelphia, dopo l’uccisione dell’attivista Renee Nicole Good, sono tornati a farsi vedere i simboli del Black Panther Party for Self-Defense. Non come nostalgia, ma come segnale: quando lo Stato diventa predatore, l’autodifesa comunitaria torna tema politico.

Le Pantere storiche nacquero per rispondere alla violenza strutturale della polizia, costruendo insieme autodifesa e mutualismo: colazioni gratuite per i bambini, sanità di comunità, controinformazione, un programma politico che parlava di casa, lavoro, fine della guerra. Oggi, davanti a un’ICE che arresta bambini e spara sugli attivisti, quella lezione torna a bussare alla porta della storia.

Il punto non è se si condivida ogni forma di risposta. Il punto è un altro: quando lo Stato rapisce bambini, la neutralità è complicità. E quando la repressione diventa sistemica, la disobbedienza diventa necessaria.

Il Minnesota che si ferma manda un messaggio chiaro al mondo:
se l’ICE governa con il terrore, la società risponde con lo sciopero.
Se rapiscono i più vulnerabili, si alza il conflitto.
Perché non esiste ordine pubblico che giustifichi l’arresto di un bambino.
E non esiste democrazia che possa sopravvivere accettandolo.

La corrispondenza dagli USA per Radio Onda d’Urto di Marina Catucci corrispondente del Manifesto Ascolta o scarica 

La corrispondenza di Radio Onda Rossa con una compagna che vive a Minneapolis Ascolta o Scarica

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