Nordio, il ministro contro la giustizia

Foto Roberto Monaldo / LaPresse

Dalla liberazione del torturatore libico ricercato dalla Corte penale internazionale, al carcere duro contro Alfredo Cospito, dallo spyware contro giornalisti e attivisti agli scudi per le forze dell’ordine: il volto reale della giustizia del governo Meloni.

C’è un punto in cui le responsabilità politiche non possono più essere coperte dal lessico istituzionale, dalle conferenze stampa o dalle formule di rito. Quel punto riguarda Carlo Nordio, oggi simbolo di una gestione del ministero della Giustizia che ha progressivamente smesso di parlare il linguaggio dello Stato di diritto per assumere quello dell’arbitrio, della propaganda e della forza.

Il bilancio politico è pesante. Non per una singola scelta contestabile, ma per una sequenza coerente di decisioni e omissioni che disegnano una precisa idea di potere: duro con i deboli, indulgente con gli apparati, ostile alle garanzie costituzionali.

Il primo capitolo riguarda la liberazione di un criminale di guerra ricercato dalla Corte Penale Internazionale. Un fatto enorme, che investe il rapporto dell’Italia con il diritto internazionale, con gli obblighi di cooperazione giudiziaria e con la credibilità del Paese davanti alle istituzioni globali. Quando uno Stato democratico si sottrae alla giustizia internazionale per ragioni di opportunità politica, il danno supera il singolo caso: diventa un messaggio al mondo.

Poi c’è il fronte migratorio, dove il ministero della Giustizia si è inserito nel più ampio impianto repressivo del governo. Criminalizzare la solidarietà, ostacolare chi salva vite umane in mare, trasformare il soccorso in sospetto permanente significa capovolgere il principio più elementare del diritto: la tutela della persona. Chi presta aiuto non viene riconosciuto come presidio umanitario, ma trattato come problema da neutralizzare.

Sul terreno penitenziario la cifra è la stessa. L’accanimento sul 41 bis contro Alfredo Cospito è diventato il simbolo di una giustizia che usa il carcere duro come strumento esemplare. Al di là delle valutazioni sui reati contestati, resta una domanda politica e giuridica: può uno Stato costituzionale utilizzare il massimo regime afflittivo come messaggio di deterrenza? La prosecuzione di quel regime, nonostante dubbi, critiche e persino aperture tecniche alternative, racconta una volontà punitiva che eccede la legalità stretta.

Ed è qui che si arriva al nodo centrale: l’erosione sistematica dell’Articolo 27 della Costituzione italiana. La pena, dice la Costituzione, non può consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e deve tendere alla rieducazione del condannato. Eppure il sistema penitenziario continua a vivere di sovraffollamento, suicidi, privazioni inutili, misure simbolicamente crudeli, assenza di percorsi reali di reinserimento. Non è una crisi casuale: è il prodotto di precise priorità politiche.

C’è poi il capitolo più inquietante per una democrazia liberale: giornalisti e difensori dei diritti umani spiati con software militari, mentre il ministro competente non produce una reazione adeguata, non promuove verità pubblica, non impone trasparenza. In qualsiasi ordinamento serio, una vicenda del genere aprirebbe un caso nazionale. Qui è scivolata verso la normalizzazione.

Lo stesso vale per il rapporto con le forze dell’ordine. Scudi penali, tutele speciali, segnali di impunità preventiva: il messaggio politico trasmesso è che chi esercita il monopolio della forza debba essere protetto prima ancora che controllato. Ma in una democrazia accade il contrario: più potere coercitivo significa più responsabilità, più trasparenza, più limiti.

Infine resta il tema della lealtà istituzionale. Mentire al Sergio Mattarella o fornire versioni incompatibili con la verità dei fatti non è una leggerezza comunicativa: è una lesione del rapporto fiduciario tra organi costituzionali. Quando si incrina quel patto, si incrina la qualità stessa delle istituzioni.

Per questo il problema Nordio non riguarda solo Nordio. Riguarda il governo Giorgia Meloni e l’idea di Stato che incarna: severo verso i diritti, accomodante verso il potere, selettivo nell’applicazione della legalità.

La lista delle “cose fatte” è già sufficiente. Non servono altri esperimenti. In qualsiasi democrazia matura, un ministro con un simile bilancio politico dovrebbe già appartenere al passato.

Osservatorio Repressione è una Aps-Ets totalmente autofinanziata.

Puoi sostenerci donando il tuo 5×1000

News, aggiornamenti e approfondimenti

sul canale telegram e canale WhatsApp