Lo squadrismo che non vogliono vedere

Aggressioni, una lunga scia di intimidazioni e anni di doppi standard: mentre si criminalizzano i cortei in solidarietà con la Palestina, in Italia cresce nell’impunità la violenza sionista contro attivisti, studenti e antifascisti.

Per mesi nel dibattito pubblico italiano ci hanno spiegato che il pericolo principale fossero gli studenti con la kefiah, i cortei per Gaza, i presìdi universitari, i fazzoletti dell’ANPI, le voci critiche verso il governo israeliano. Ci hanno raccontato che il vero rischio per la convivenza democratica fossero sit-in, striscioni, slogan, assemblee. Ogni dissenso trasformato in sospetto, ogni solidarietà con il popolo palestinese trattata come una minaccia da contenere.

Poi arrivano i fatti. E i fatti hanno la cattiva abitudine di incrinare le narrazioni costruite a tavolino.

Il 24 ottobre 2023 Karem Rohana, attivista palestinese, appena rientrato a Rome, viene pedinato per chilometri dall’aeroporto di Leonardo da Vinci–Fiumicino Airport e pestato da un commando. Un’aggressione organizzata, non una lite casuale.

Il 16 maggio 2024 tocca a Chef Rubio, da tempo schierato in difesa dei diritti dei palestinesi. Sei uomini lo aspettano sotto casa, lo aggrediscono brutalmente e gli provocano fratture all’orbita facciale e ferite da martello.

Nell’agosto 2024, sempre a Rome, viene denunciata l’aggressione a un militante del Partito della Rifondazione Comunista nel quartiere Trionfale.

Nel settembre 2025 a a Rome, un ordigno esplode davanti al CSOA La Strada.

Nell’ottobre 2025, ancora a Rome, studenti e professori del liceo artistico Caravillani vengono aggrediti durante un’assemblea pro-Palestina.

Il 25 aprile 2026, durante la Festa della Liberazione a Rome, uno scooterista spara con una pistola ad aria compressa contro due manifestanti dell’ANPI. Le vittime sono Nicola Fasciano e Rossana Gabrieli, colpiti mentre indossano il fazzoletto partigiano, non la kefiah che certa propaganda ha trasformato in bersaglio simbolico.

Il 29 aprile viene fermato un ventunenne legato alla Comunità ebraica romana, indicato come Eithan Bondi, che avrebbe ammesso le proprie responsabilità.

Tre episodi maggiori, una lunga sequenza di intimidazioni minori, un tratto comune evidente: aggressioni mirate contro chi viene identificato come avversario politico. Altro che “tensioni isolate”. Esiste un problema di violenza organizzata e di clima intimidatorio che troppo spesso è stato sottovalutato.

La crisi di una narrazione vittimista

L’arresto per gli spari del 25 aprile a Roma rappresenta soprattutto la crisi di una narrazione coltivata in questi mesi: quella secondo cui esisterebbe una minaccia generalizzata contro qualunque presenza ebraica nello spazio pubblico, mentre le aggressioni contro attivisti pro-Palestina sarebbero marginali, invisibili o irrilevanti.

Una narrazione già fragile, perché incapace di leggere il contesto reale e la pluralità dei fatti accaduti in diverse città italiane.

Questo dovrebbe essere il momento per fermarsi e ristabilire un principio elementare: criticare il governo Israele, opporsi al sionismo politico o solidarizzare con i palestinesi non coincide con l’odio antiebraico. Confondere sistematicamente i due piani ha avvelenato il dibattito pubblico.

Nel nostro paese si è dato spazio e credibilità a figure come Eyal Mizrahi, noto per provocazioni televisive come “definisci bambino” e per dichiarazioni brutali sul genocidio a Gaza. Eppure c’è chi ha voluto accreditarlo perfino come presenza legittima nei cortei del 25 aprile a Milan per celebrare la Resistenza. È il segno di un crollo del discernimento giornalistico: qualunque voce diventa autorevole, purché utile a delegittimare una parte politica o morale già scelta come bersaglio.

A denunciare questa deriva è stato anche Gad Lerner, con parole nette:

“Da tempo denunciamo una degenerazione squadristica di elementi che in nome dell’autodifesa minacciano e aggrediscono nelle scuole e per strada chi individuano come nemico di Israele… Basta omertà dall’alto… Vengano disciolti questi nuclei paramilitari.”

Parole importanti, perché mettono a fuoco il nodo reale: la copertura culturale e politica.

Quando per mesi si ripete che studenti, docenti, giornalisti, attivisti, ANPI, sindacalisti o semplici cittadini solidali con Gaza siano un problema di ordine pubblico, qualcuno finisce per convincersi che colpirli sia legittimo o perfino necessario. Le parole precedono spesso la violenza.

Più che formule rituali di scuse, servirebbe un’assunzione di responsabilità pubblica. Dvrebbero riflettere coloro che hanno trascinato l’ANPI dentro polemiche strumentali, descrivendola come un problema mentre suoi iscritti e manifestanti finivano nel mirino di aggressioni reali.

Dovrebbero interrogarsi quanti hanno trasformato l’accusa di antisemitismo in un’arma polemica indiscriminata, usata per delegittimare studenti, docenti, giornalisti e qualunque critica verso il governo israeliano.

Dovrebbero fare un bilancio i media che hanno dedicato enorme spazio a emergenze spesso costruite, trascurando invece episodi concreti di intimidazione e violenza.

E dovrebbero farlo anche quei rappresentanti politici che hanno evocato l’estremismo come etichetta utile contro il dissenso, senza riconoscere fenomeni radicali quando emergevano nei propri ambiti di riferimento.

Basta doppi standard

Uno spazio democratico credibile si misura dalla coerenza con cui applica i propri principi. Non basta discutere solo dei singoli episodi italiani. Occorre guardare anche al quadro politico e culturale che li rende possibili: la normalizzazione del sionismo come ideologia suprematista e razzista, la giustificazione sistematica del genocidio a Gaza, la rimozione del massacro di civili palestinesi, la disumanizzazione di un intero popolo trattato come sacrificabile. E chi il genocidio ha negato, minimizzato o giustificato porta una responsabilità politica e morale enorme. Chi ha relativizzato assedio, fame imposta, bombardamenti su scuole e ospedali, deportazioni interne, punizione collettiva e sterminio di famiglie intere non può poi presentarsi come custode dei valori democratici in Europa.

Pesa anche la responsabilità del governo italiano, che invece di prendere le distanze dalle politiche dell’esecutivo Benjamin Netanyahu ha scelto copertura diplomatica, silenzio politico e sostanziale complicità verso crimini commessi contro il popolo palestinese.

La linea di demarcazione oggi è netta: o si condannano colonialismo, apartheid, razzismo e genocidio, oppure si contribuisce a renderli accettabili. E una rottura esplicita con il sionismo politico, con l’apologia del genocidio e con ogni complicità istituzionale verso i crimini in Palestina è una necessità democratica prima ancora che politica.

Il commento a Radio Onda d’Urto di Valerio Renzi giornalista di FanPage e curatore della newsletter dedicata a estrema destra e dintorni sedestra.substack.com Ascolta o scarica 

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