Multa fino a 12 mila euro per il corteo dei braccianti: nel mirino gli attivisti di Amendolara


La Digos di Cosenza contesta il nuovo articolo 18 del TULPS a diversi militanti per la manifestazione organizzata dopo la morte di quattro lavoratori migranti bruciati vivi in un minivan. Il collettivo Addùnati denuncia: «Si colpisce chi lotta contro sfruttamento e razzismo».

La repressione arriva anche per chi ha osato denunciare la morte di quattro braccianti e il sistema di sfruttamento che l’ha resa possibile. Un attivista del collettivo politico Addùnati di Lamezia Terme ha ricevuto nei giorni scorsi un verbale di accertamento e contestazione emesso dalla Digos di Cosenza per la sua presunta partecipazione alla manifestazione del 6 giugno ad Amendolara, organizzata dopo la tragedia in cui quattro lavoratori migranti sono morti bruciati vivi all’interno di un minivan.

L’accusa è quella di aver violato l’articolo 18, comma 5, del Testo Unico di Pubblica Sicurezza, recentemente modificato dal decreto Sicurezza del governo Meloni. Secondo la contestazione, il militante avrebbe criticato le prescrizioni imposte dalla Questura e contribuito alla formazione di un corteo non autorizzato che ha percorso a piedi la Strada Statale 106, bloccandone temporaneamente la circolazione.

Per questa presunta violazione rischia una sanzione amministrativa che può variare da mille a dodicimila euro.

Una mobilitazione contro lo sfruttamento

La manifestazione di Amendolara era nata a pochi giorni dalla morte dei quattro braccianti. Una protesta che non si limitava al cordoglio, ma puntava il dito contro un modello economico fondato sullo sfruttamento del lavoro migrante, sul caporalato, sulla precarietà e sull’indifferenza istituzionale.

Gli organizzatori avevano volutamente preso le distanze dalle commemorazioni ufficiali e dalle «lacrime di coccodrillo» della politica, denunciando le responsabilità di un sistema che continua a produrre morti sul lavoro e condizioni di vita disumane per migliaia di lavoratori agricoli.

È proprio questa scelta di rottura, sostengono gli attivisti, ad aver trasformato una manifestazione di denuncia sociale in un problema di ordine pubblico.

Il paradosso: l’attivista non era nemmeno presente

La vicenda assume contorni ancora più inquietanti perché, secondo il collettivo Addùnati, il militante colpito dalla contestazione non era nemmeno presente alla manifestazione.

Un elemento che apre interrogativi pesanti sulle modalità con cui sono stati individuati i destinatari dei verbali e che alimenta il sospetto di un utilizzo selettivo e politico delle nuove norme repressive.

Il collettivo parla apertamente del rischio che la Digos abbia individuato i destinatari delle sanzioni tra le persone più esposte nelle mobilitazioni sociali degli ultimi mesi, in particolare tra chi si è schierato pubblicamente al fianco del popolo palestinese e ha partecipato alle campagne di solidarietà internazionale.

Una sorta di schedatura politica che trasforma l’impegno sociale e la militanza in un fattore di rischio repressivo.

Il nuovo volto della repressione

Il caso di Amendolara conferma una tendenza ormai evidente in tutto il Paese. Il nuovo articolo 18 del TULPS sta diventando uno degli strumenti principali per colpire le mobilitazioni sociali attraverso il ricatto economico.

Non più soltanto denunce e processi, ma multe da migliaia di euro che costringono attivisti e movimenti a impiegare tempo, energie e risorse economiche per difendersi da contestazioni spesso giudicate arbitrarie.

L’obiettivo appare sempre più chiaro: rendere il dissenso più costoso, più difficile e più rischioso.

Si tratta di una forma di repressione meno visibile di quella penale ma non meno efficace, perché mira a scoraggiare la partecipazione politica e a colpire direttamente le capacità organizzative dei movimenti.

Gli sfruttatori restano impuniti, chi protesta viene sanzionato

La vicenda di Amendolara mette in luce un paradosso sempre più frequente.

Da un lato ci sono quattro lavoratori morti in condizioni drammatiche, vittime di un sistema di sfruttamento che continua a produrre profitti e impunità.

Dall’altro ci sono attivisti e militanti che rischiano multe fino a dodicimila euro per aver denunciato quelle stesse condizioni di sfruttamento e aver chiesto giustizia.

A finire sotto accusa non sono i meccanismi che producono precarietà e morte, ma chi si mobilita contro di essi.

È questa la denuncia che arriva dalla Calabria: mentre chi si arricchisce sulla pelle dei lavoratori continua a operare indisturbato, chi si schiera dalla parte dei diritti, contro il razzismo e lo sfruttamento, viene trasformato in imputato o destinatario di sanzioni.

Una vicenda che racconta molto del clima politico e repressivo che attraversa il Paese e che conferma come il decreto Sicurezza stia diventando uno strumento sempre più utilizzato per colpire il conflitto sociale e le lotte dal basso.

Ma, assicurano gli attivisti di Addùnati, la risposta non sarà il silenzio: «Continueremo a stare dalla parte di quella Calabria che alza la testa contro lo sfruttamento, per la sanità, contro la guerra e per la difesa della nostra terra».


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