Contestata la violazione dell’articolo 18 del TULPS a un attivista del Coordinamento per la Palestina. Rischia una sanzione fino a 10 mila euro per un flash mob pacifico.
Gli effetti del decreto Sicurezza arrivano anche nei piccoli comuni e colpiscono direttamente le iniziative di solidarietà con il popolo palestinese. È quanto denuncia il Coordinamento Montespertoli con la Palestina insieme alla Rete Antifascista di Montespertoli dopo la notifica di un verbale per violazione dell’articolo 18 del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza a una persona attiva nel movimento locale.
La contestazione riguarda un presidio organizzato nei mesi scorsi a sostegno della Palestina. Secondo le autorità, la manifestazione non sarebbe stata preventivamente comunicata al Questore. Per questo motivo è stata applicata una sanzione amministrativa che può variare da mille a diecimila euro.
Si tratta di uno dei primi casi in cui viene utilizzata la nuova formulazione dell’articolo 18 TULPS introdotta dal decreto Sicurezza del governo Meloni. Una modifica che ha trasformato quello che in precedenza era un illecito di natura penale di modesta entità in una pesante sanzione amministrativa, irrogata attraverso un procedimento molto rapido e con margini di difesa notevolmente ridotti.
Il caso assume un significato particolare perché riguarda un’iniziativa che, secondo gli organizzatori, rientrava nelle forme di mobilitazione spontanea che per anni hanno caratterizzato le campagne di sensibilizzazione sulla Palestina. Flash mob, presidi simbolici e iniziative pubbliche che si sono sempre svolti senza incidenti, senza problemi di ordine pubblico e senza alcun impatto sulla circolazione.
Con l’entrata in vigore del nuovo decreto Sicurezza, tuttavia, anche queste forme di espressione politica rischiano di essere ricondotte nell’ambito delle manifestazioni soggette a preavviso e, in caso contrario, punite con sanzioni economiche particolarmente pesanti.
La vicenda di Montespertoli si inserisce in un quadro nazionale sempre più ampio. Negli ultimi mesi il movimento di solidarietà con la Palestina è stato oggetto di una crescente pressione repressiva: denunce, fogli di via, sorveglianze speciali, procedimenti giudiziari e sanzioni amministrative hanno colpito attivisti e organizzazioni in numerose città italiane.
L’elemento che emerge con sempre maggiore chiarezza è il ricorso al diritto amministrativo come strumento di contenimento del dissenso. Se in passato la repressione passava prevalentemente attraverso procedimenti penali, oggi sempre più spesso vengono utilizzate multe di importo elevato che colpiscono direttamente la capacità dei movimenti di organizzarsi e di sostenere iniziative pubbliche.
Secondo il Coordinamento Montespertoli con la Palestina, la sanzione rappresenta un precedente particolarmente grave perché inaugura nel territorio un utilizzo politico degli strumenti di controllo e repressione. Non sarebbe in discussione soltanto il rispetto di una formalità amministrativa, ma il diritto stesso di manifestare opinioni critiche e di organizzare iniziative pubbliche su temi di rilevanza politica e internazionale.
La questione assume un valore ancora più significativo se si considera il carattere informale del Coordinamento. Non si tratta di un’associazione strutturata, con dirigenti o rappresentanti ufficiali, ma di una rete spontanea di cittadini e cittadine che condividono percorsi di mobilitazione e iniziativa politica. Colpire un singolo partecipante significa quindi, secondo i promotori, colpire indirettamente un’intera esperienza collettiva.
Per questo la vicenda viene letta come un tentativo di individuare responsabilità individuali all’interno di percorsi politici che nascono invece da una partecipazione diffusa e condivisa. Una logica che rischia di trasformare l’organizzazione collettiva e la partecipazione civica in fattori di esposizione a sanzioni e provvedimenti repressivi.
Da Montespertoli arriva quindi un appello rivolto ad associazioni, partiti, movimenti e realtà sociali del territorio affinché prendano posizione contro una normativa considerata lesiva delle libertà democratiche fondamentali.
Al centro dello scontro non c’è soltanto una multa. C’è una questione più ampia che riguarda il diritto di riunione, la libertà di espressione e la possibilità di organizzare forme di dissenso e solidarietà senza il timore di essere colpiti da sanzioni economiche sproporzionate.
Per il Coordinamento e la Rete Antifascista la risposta non può che essere il rilancio della mobilitazione. Perché, sostengono, colpire una persona con una multa non significa fermare un movimento. E perché la libertà di manifestare, organizzarsi e dissentire resta uno dei terreni decisivi dello scontro democratico nel Paese.
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