Il Parlamento europeo approva il nuovo Regolamento rimpatri con i voti di popolari, conservatori e sovranisti. Via libera a deportazioni accelerate, detenzione fino a due anni e trasferimenti in Paesi terzi. Un salto di qualità nella fascistizzazione delle politiche migratorie europee.
Con 418 voti favorevoli, 218 contrari e 30 astensioni, il Parlamento europeo ha approvato il nuovo Regolamento rimpatri, un provvedimento destinato a rafforzare ulteriormente il Patto europeo su asilo e immigrazione entrato in vigore pochi giorni fa. Il voto segna uno spartiacque politico che va ben oltre la questione migratoria e racconta molto dello stato di salute della democrazia europea.
La scena che si è consumata a Strasburgo è stata emblematica. All’annuncio del risultato, dagli spalti sono partiti applausi e cori: “Send them back”, rimandateli a casa. Un’esultanza che difficilmente può essere interpretata come una semplice soddisfazione per l’approvazione di un atto legislativo. Piuttosto la manifestazione simbolica di una nuova egemonia politica che sta prendendo forma nel cuore delle istituzioni europee.
La vera notizia non è infatti soltanto il contenuto del regolamento. È la maggioranza che lo ha approvato. Per la prima volta in modo così netto e visibile, il Partito Popolare Europeo ha scelto di costruire una convergenza politica con i Conservatori dell’ECR, i Patrioti per l’Europa e le forze della destra radicale e nazionalista. Una saldatura che modifica profondamente gli equilibri tradizionali dell’Europarlamento e che dimostra come una parte consistente delle classi dirigenti europee abbia ormai deciso di inseguire le destre estreme sul loro terreno preferito: quello della sicurezza, delle frontiere e della costruzione del migrante come problema politico permanente.
Non si tratta di un incidente parlamentare o di una convergenza occasionale. È una scelta strategica.
Di fronte alla crescita elettorale delle destre radicali, una parte del centrodestra europeo non ha scelto di difendere i principi che avevano caratterizzato il progetto europeo del dopoguerra, ma di incorporarne progressivamente il linguaggio, le priorità e l’agenda politica. Il risultato è una progressiva normalizzazione di concetti e pratiche che fino a pochi anni fa sarebbero stati considerati incompatibili con la tradizione democratica europea.
Non è un caso che il voto sia arrivato appena ventiquattro ore dopo una presa di posizione molto chiara della Chiesa cattolica contro la remigrazione e contro le politiche fondate sull’esclusione e sulla discriminazione. Papa Leone aveva espresso una condanna esplicita di una visione che considera la mobilità umana principalmente come una minaccia da contenere e le persone migranti come soggetti da allontanare.
Il PPE, storicamente erede delle tradizioni cristiano-democratiche europee, ha invece scelto una strada diversa. Ha preferito costruire una maggioranza con quelle stesse forze politiche che della remigrazione hanno fatto uno dei loro principali cavalli di battaglia e che da anni alimentano narrazioni fondate sulla sostituzione etnica, sul nazionalismo identitario e sulla chiusura delle frontiere.
Per comprendere la portata del provvedimento bisogna guardare al suo contenuto. Il nuovo regolamento consente il trasferimento delle persone destinatarie di un provvedimento di espulsione verso centri di rimpatrio collocati in Paesi terzi che abbiano sottoscritto accordi con l’Unione Europea o con i singoli Stati membri. Si tratta di una generalizzazione del principio già sperimentato attraverso accordi come quello tra Italia e Albania e che punta a esternalizzare sempre più lontano dai confini europei la gestione delle persone considerate indesiderabili.
Allo stesso tempo vengono rafforzate le procedure accelerate di frontiera, ampliati i poteri di trattenimento e potenziato il ruolo di Frontex nelle operazioni di rimpatrio. La detenzione amministrativa può arrivare fino a ventiquattro mesi, con ulteriori proroghe. Persone che non hanno commesso alcun reato potranno essere private della libertà per anni semplicemente perché prive di un titolo di soggiorno o destinatarie di un provvedimento di espulsione.
La presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha già annunciato l’intenzione di rafforzare ulteriormente Frontex e di sviluppare sistemi digitalizzati per la gestione e il monitoraggio dei procedimenti di rimpatrio. L’obiettivo dichiarato è rendere il sistema più efficiente. Il risultato concreto rischia di essere la costruzione di una macchina amministrativa e tecnologica sempre più sofisticata dedicata alla selezione, al controllo e all’allontanamento delle persone migranti.
Giorgia Meloni ha immediatamente rivendicato il voto come una vittoria del governo italiano. Ed è difficile negare che vi sia una parte di verità in questa affermazione. Da anni il governo italiano lavora per trasformare le proprie politiche migratorie in un modello europeo. L’accordo con l’Albania, il sostegno alle autorità libiche, il rafforzamento dei CPR, l’esternalizzazione delle frontiere e la progressiva riduzione delle garanzie giuridiche per richiedenti asilo e migranti irregolari rispondono tutti alla medesima logica. Una logica che considera la migrazione non come un fenomeno sociale, economico e politico da governare nel rispetto dei diritti, ma come una questione di ordine pubblico da affrontare attraverso strumenti sempre più coercitivi.
Tuttavia il punto più interessante riguarda la contraddizione che attraversa queste stesse politiche.
Le destre europee costruiscono il proprio consenso sulla promessa di espellere migranti e richiedenti asilo, ma contemporaneamente continuano ad alimentare sistemi economici che dipendono in misura crescente dal lavoro migrante.
In Italia il decreto flussi continua a prevedere l’ingresso di centinaia di migliaia di lavoratori stranieri. Agricoltura, logistica, edilizia, ristorazione, servizi di cura e assistenza domestica non potrebbero funzionare senza il contributo di questa forza lavoro. La stessa economia che applaude ai rimpatri continua a richiedere nuove quote di lavoratori migranti.
Non siamo quindi di fronte a una politica che vuole realmente fermare l’immigrazione. Siamo di fronte a una politica che vuole governarla in modo selettivo e gerarchico. I migranti devono poter entrare quando servono al mercato del lavoro e devono poter essere espellibili quando non servono più o quando diventa politicamente utile trasformarli in bersagli della propaganda.
È qui che la remigrazione mostra la sua natura reale. Non rappresenta l’alternativa al neoliberismo. Ne costituisce uno strumento. La precarietà giuridica, il rischio costante di espulsione, la dipendenza dal permesso di soggiorno e la possibilità di essere trattenuti o allontanati diventano strumenti che aumentano la ricattabilità della forza lavoro e rafforzano il potere di chi controlla il mercato del lavoro.
La destra che oggi festeggia i rimpatri è la stessa che domani continuerà a chiedere nuovi ingressi attraverso il decreto flussi. Non c’è alcuna contraddizione. È la logica stessa di un sistema economico che ha bisogno contemporaneamente di lavoratori migranti e di migranti vulnerabili.
Per questo il problema non è la migrazione in sé. Il problema è un modello economico e politico che utilizza la mobilità umana come risorsa produttiva quando genera profitto e come minaccia quando genera consenso elettorale.
L’Europa che emerge da questo voto appare sempre più simile a uno Stato-frontiera continentale. Una costruzione politica che investe enormi risorse nel controllo, nella detenzione, nella sorveglianza e nei rimpatri mentre continua a ignorare le cause profonde delle migrazioni: le guerre, le diseguaglianze globali, le devastazioni climatiche, le relazioni economiche neocoloniali e le responsabilità storiche dell’Occidente.
La questione, dunque, non riguarda soltanto i migranti. Riguarda la direzione che sta prendendo l’Unione Europea. Perché una democrazia che abitua se stessa alla detenzione amministrativa, all’esternalizzazione dei diritti e alla normalizzazione delle deportazioni non sta semplicemente restringendo le libertà di alcuni. Sta modificando il proprio orizzonte politico e culturale.
Il voto di Strasburgo racconta proprio questo passaggio. Non la semplice approvazione di un regolamento tecnico, ma l’avanzata di una visione dell’Europa fondata sulla paura, sull’esclusione e sulla progressiva trasformazione delle frontiere in uno strumento permanente di governo delle persone.
Ed è per questo che la partita aperta dal nuovo Regolamento rimpatri riguarda tutti, non soltanto chi oggi rischia di esserne la prima vittima.
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