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Migranti: Il vocabolario menzognero dell’ideologia sicuritaria

Alla demagogia “protettiva” e sicuritaria dei governi europei, basta accompagnare alla retorica della fermezza quel tanto di ipocrisia e di edulcorazione necessarie a mascherare la brutalità dell’azione di contenimento e respingimento. All’orrore si risponde con una presa in giro.

di Marco Bascetta

Ciò che rende inconsistenti e beffarde tutte le formule e le finte proposte sciorinate sull’immigrazione è il fatto di fondarsi immancabilmente su accordi con quegli Stati ai quali i migranti cercano in ogni modo di sottrarsi, per ragioni che riguardano tutti (guerra, carestia, devastazione ambientale) o determinati segmenti di popolazione, se non addirittura singoli individui, minacciati da forme mirate di persecuzione.

Poche parole dal Consiglio europeo tanto atteso. Parole in libertà, formule vacue e stantie, (come “il diritto a non emigrare” dichiarato da Giorgia Meloni, controsenso che ignora la realtà prodotta da secoli di sfruttamento e sopraffazioni), finte proposte, castelli in aria, fumisterie e vere e proprie menzogne. Quando i governanti affrontano il tema delle migrazioni si entra in pieno nel mondo del non senso, degli accordi senza interlocutori, dei progetti senza denari. O, peggio, dei razzismi selettivi – accoglienza a braccia aperte per quelli biondi e bianchi, respingimento o peggio per tutti gli altri. Con quella desolante e ottusa mancanza di fantasia politica che ripropone ossessivamente per uso interno lo scenario dell’”invasione”, gonfiando l’allarme sociale ben oltre la sua perlopiù modesta consistenza.

L’ultima favola ci assicura che dobbiamo alle manovre di destabilizzazione condotte dai mercenari russi del gruppo Wagner contro l’Occidente l’incremento degli sbarchi di migranti sulle coste italiane. Ma è solo l’ultima variante, aggiornata alle convenienze dell’attualità, di quella narrazione del complotto (dalla leggenda della “sostituzione etnica” al sabotaggio delle identità culturali e delle tradizioni) che vede i flussi dei migranti manovrati da potenti interessi “cosmopoliti” o da livelli occulti e obliqui dello scontro geopolitico. Un gradino sotto questo scenario fantapolitico troviamo i “trafficanti di esseri umani” contro i quali si strombazza una impossibile guerra globale. Impraticabile sia sul piano giuridico che su quello materiale. Confondendo, fra l’altro, i vertici del business con gli scafisti, figure facilmente sostituibili conferendo a qualche passeggero, sommariamente addestrato e ignaro dei rischi ai quali si espone, i gradi di capitano e il ruolo di timoniere.

Ma poco importa, lo scopo di questi bellicosi proclami è solo quello di simulare una guerra contro i soli malvagi, gli scafisti, e in difesa delle loro (non nostre!) vittime, ossia i migranti stessi. Come se fossero i barcaioli clandestini a determinare le migrazioni e non le dimensioni incontrollabili di questo fenomeno a dar spazio ai loschi affari dei trafficanti che, semplicemente, traghettano chi meglio paga. La crociata contro questi ultimi non è che un modo sbrigativo e puerile di mascherare agli occhi delle pubbliche opinioni l’impotenza dei governi nell’affrontare la grande fuga da mondi resi invivibili e sempre più estesi. Esodo che qualcuno, oltre il limite del ridicolo, vorrebbe fermare telefonando ai migranti per avvertirli che la traversata è pericolosa.

L’impostura, tuttavia, non finisce qui. I “trafficanti” coincidono spesso direttamente e sempre indirettamente con quei governi che l’Unione europea e l’Italia pagano per rinchiudere i migranti nei campi di concentramento e sotto tortura, dai quali usciranno solo pagando gli aguzzini governativi. Muoveremo loro guerra? Un’infamia che mette nelle mani di regimi corrotti e senza scrupoli, come quello turco, libico o egiziano non solo dei disperati senza protezione, ma anche un formidabile strumento di ricatto e cioè il potere di aprire le porte alle partenze di massa per batter ulteriormente cassa o per ottenere favori politici. In questa partita le organizzazioni criminali sono parte integrante del sistema. La cooperazione con questi stati o segmenti di stati (come nel caso della Cirenaica e della Tripolitania), non può essere in nessun caso, come finora non lo è stata, in favore dei migranti e dei diritti umani e dovrà comunque sottostare alle condizioni imposte da siffatti regimi. Ai quali si aggiunge ultimamente la Tunisia che, accoppiando autoritarismo e xenofobia, da presunto partner si è trasformata in sicuro problema. Su questa ruvida realtà si sgretola una inconcludente diplomazia di facciata, nonché suggestioni campate in aria come il fantasmatico “piano Mattei”, niente più che gli affari dell’Eni sulla sponda africana del Mediterraneo, per non parlare degli investimenti a chiacchiere nei paesi di origine dei migranti e di tutti gli inutili orpelli che ammantano una sostanziale volontà di respingimento senza rete e senza prospettive.

Ciò che rende inconsistenti e beffarde tutte le formule e le finte proposte sciorinate sull’immigrazione è il fatto di fondarsi immancabilmente su accordi con quegli Stati ai quali i migranti cercano in ogni modo di sottrarsi, per ragioni che riguardano tutti (guerra, carestia, devastazione ambientale) o determinati segmenti di popolazione, se non addirittura singoli individui, minacciati da forme mirate di persecuzione. Circostanza che scardina qualunque tassonomia imposta al diritto di asilo che, invece di essere ampliato di pari passo con il moltiplicarsi dei fenomeni e delle forme di oppressione in tutto il pianeta, subisce al contrario continui restringimenti. Per dirla con una formula, un movimento di moltitudini, non riconducibile dunque a nessuna unità, disegno o progetto, la ricerca individuale di una vita vivibile che si fa destino comune e pratica collettiva, non può essere arginata da evanescenti patti stipulati con governi costitutivi delle realtà da cui innumerevoli persone cercano di fuggire. Possono essere considerati interlocutori Kabul, Damasco, Baghdad, Asmara nonché svariati governi subsahariani? O, peggio ancora, gli stati “trafficanti” di transito?

Poco, importa. Alla demagogia “protettiva” e securitaria dei governi europei, basta accompagnare alla retorica della fermezza quel tanto di ipocrisia e di edulcorazione necessarie a mascherare la brutalità dell’azione di contenimento e respingimento. All’orrore si risponde con una presa in giro.

da il manifesto

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