La Costituzione ripudia la guerra, la politica celebra gli eserciti. Tra guerre, riarmo e genocidi, il 2 giugno viene piegato a celebrazione della forza militare. La Repubblica nata dalla Resistenza antifascista ridotta in palcoscenico della cultura delle armi.
Ogni anno, il 2 giugno, l’Italia celebra la nascita della Repubblica nata dalla sconfitta del fascismo e della monarchia. Dovrebbe essere una giornata dedicata alla democrazia, alla Costituzione, ai diritti sociali, alla sovranità popolare. Eppure, ancora una volta, il cuore simbolico delle celebrazioni è occupato da una parata militare.
Carri armati, reparti in armi, mezzi da guerra, esibizioni delle forze armate. Una scenografia che racconta una precisa idea di Stato. Non quella delineata dalla Costituzione antifascista, fondata sul lavoro, sull’uguaglianza e sul ripudio della guerra. Ma quella che identifica la nazione con la forza, la sicurezza con le armi, il prestigio internazionale con la capacità militare.
È una rappresentazione tanto più inquietante perché arriva nel mezzo di una fase storica segnata da una corsa globale al riarmo. L’Europa aumenta le spese militari. Si moltiplicano i conflitti. Gaza continua a essere devastata da un genocidio trasmesso in diretta mondiale. L’Ucraina resta un immenso campo di battaglia. Il Medio Oriente è attraversato da nuove escalation. Ovunque si parla di deterrenza, difesa preventiva, minacce esistenziali, sicurezza nazionale. Ovunque il linguaggio della guerra colonizza il discorso pubblico.
La parata militare non è un fatto neutrale. Non è folklore. Non è tradizione innocua. È un messaggio politico. Serve a normalizzare la presenza delle forze armate nello spazio pubblico, a costruire consenso attorno all’idea che la sicurezza coincida con la militarizzazione, a trasformare strumenti di guerra in oggetti di orgoglio collettivo.
La retorica che accompagna queste celebrazioni è sempre la stessa. Si parla di pace mostrando missili. Si esalta la democrazia facendo sfilare reparti armati. Si invoca la sicurezza mentre si alimenta la logica dell’escalation militare. È il paradosso permanente delle società contemporanee: preparare la guerra in nome della pace.
Eppure la storia dovrebbe averci insegnato qualcosa. Le guerre vengono sempre presentate come inevitabili. Ogni riarmo viene giustificato come misura difensiva. Ogni aumento delle spese militari viene raccontato come una necessità. Ogni nemico viene descritto come una minaccia assoluta. È il linguaggio che precede e accompagna tutte le guerre. Cambiano le bandiere, restano identiche le parole.
Nel frattempo, mentre si trovano miliardi per gli armamenti, si continua a ripetere che mancano risorse per la sanità pubblica, per la scuola, per il diritto all’abitare, per la tutela del lavoro, per la lotta alla povertà. Gli ospedali chiudono reparti, le liste d’attesa si allungano, le periferie vengono abbandonate, ma per il riarmo i fondi compaiono sempre.
Questa è la vera questione politica che la parata cerca di nascondere. Ogni euro investito nelle armi è un euro sottratto ai diritti. Ogni scelta militare è una scelta di priorità. Non esistono bilanci neutri. Esistono governi che decidono cosa finanziare e cosa sacrificare.
La vergogna più grande è che tutto questo avvenga nel nome della Repubblica nata dalla Resistenza. Una Repubblica che all’articolo 11 della Costituzione ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Non la limita. Non la regolamenta. Non la considera una risorsa diplomatica. La ripudia.
Quel verbo oggi appare quasi sovversivo.
Perché mentre la Costituzione parla di ripudio della guerra, il dibattito pubblico parla di riarmo. Mentre la Costituzione immagina la cooperazione tra i popoli, i governi preparano nuove spese militari. Mentre la Costituzione indica la pace come orizzonte politico, le classi dirigenti sembrano aver accettato la guerra come condizione permanente.
Per questo la parata del 2 giugno non può essere considerata una semplice celebrazione istituzionale. È il simbolo di una trasformazione più profonda. La progressiva sostituzione della cittadinanza con l’obbedienza, dei diritti con la sicurezza, della politica con la logica militare.
Difendere la Repubblica oggi significa difendere il suo nucleo antifascista e costituzionale contro questa deriva. Significa ricordare che la grandezza di un paese non si misura dal numero di carri armati che sfilano nelle sue piazze, ma dalla capacità di garantire diritti, libertà, uguaglianza e dignità a chi lo abita.
In un tempo in cui la guerra torna a essere presentata come destino, la vera fedeltà alla Repubblica consiste nel rifiutare la retorica delle armi. Non c’è nulla da celebrare nei mezzi di distruzione che attraversano le strade della capitale. Non c’è nulla di patriottico nell’abituare intere generazioni all’idea che la militarizzazione sia normale.
La pace non sfila in parata. La pace si costruisce. E oggi, più che mai, avrebbe bisogno di trovare spazio nelle piazze occupate dalle armi.
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